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«No! Ho visto Alicia morire nella bocca di un'orca e non ho potuto far niente per aiutarla. Questo è un problema mio! Se morissi ora, in questo istante, non cambierebbe nulla nel destino del mondo. A chi interessa? Non ho fatto nulla per cui si possa dire che la mia presenza su questo pianeta abbia avuto un senso.»
«Interessa a me.»
Greywolf lo guardò. Anawak si aspettava un commento cinico, ma non otte
«E, prima che te ne dimentichi, interessava anche ad Alicia», disse Anawak.
Johanson
La sua rabbia era tale che non ci avrebbe pensato due volte ad afferrare Rubin, a trascinarlo fino al ponte di volo e a scaraventarlo fuori bordo. E forse l'avrebbe fatto davvero se avesse incrociato il biologo. Ma Rubin non si vedeva. Invece Johanson incontrò Karen, che stava scendendo.
Sul momento non seppe cosa fare. Poi si ricompose. «Karen!» Sorrise. «Sei venuta a trovarci?»
«A dire la verità volevo andare nel ponte a pozzo. Da Leon e Jack.»
«Ah, sì, Jack.» Johanson si costrinse a stare calmo. «Non sta bene, vero?»
«No. Credo che tra lui e Alicia ci fosse molto più di quanto lui stesso credesse. È difficile avvicinarsi a lui.»
«Leon è suo amico. Ce la farà.»
Karen a
«Magnificamente.» Le prese una mano. «Ho appena avuto un'idea sensazionale su come prendere contatto con gli yrr. Vieni con me in coperta?»
«In effetti volevo…»
«Solo per dieci minuti. Ho bisogno della tua opinione. Questo continuo girare in spazi chiusi mi dà sui nervi.»
«I tuoi abiti sono troppo leggeri per andare in coperta.»
Johanson si guardò. Indossava un pullover e i jeans. La sua giacca a vento era appesa in laboratorio. «Irrobustimento», disse.
«Contro che cosa?»
«Contro l'influenza. Contro la vecchiaia. Contro le domande stupide! Che ne so?» Si rese conto di aver alzato la voce. Controllati, pensò. «Ascolta, devo assolutamente sbarazzarmi di questa idea che è legata alla vostra simulazione. Non ho voglia di farlo qui sulla rampa. Vieni?»
«Sì, certo.»
Risalirono insieme la rampa e arrivarono all'interno dell'isola. Johanson si costrinse a non guardare in continuazione il soffitto e a non cercare telecamere e microfoni nascosti. Di certo non li avrebbe visti. Invece disse, in tono leggero: «Naturalmente Jude ha ragione: non bisogna affrettare i tempi. Credo che avremo bisogno di un paio di giorni prima che l'idea sia matura, perché si basa su…»
E così via. Dicendo cose prive di senso, guidò Karen fuori dall'isola, all'aria aperta, e la precedette gesticolando, finché non raggiunsero uno dei punti di atterraggio degli elicotteri. Faceva freddo e si era levato il vento. Addensamenti di foschia si erano distesi sul mare, le onde si erano alzate. Danzavano davanti a loro come animali preistorici, grigie e indolenti, e sollevavano l'odore di acqua salmastra. Johanson aveva un freddo cane, ma la sua rabbia lo riscaldava almeno all'interno. Infine si trovarono in un punto sufficientemente lontano dall'isola.
«Per dirla tutta, non ho capito una parola», disse Karen.
Johanson sollevò la testa contro il vento. «Infatti non c'è niente da capire. Credo che qui fuori non ci possano sentire. Dovrebbero aver allestito una cosa davvero dispendiosa per riuscire ad ascoltare le conversazioni sul ponte di volo.»
Karen socchiuse le palpebre. «Ma di che stai parlando?»
«Mi sono ricordato, Karen. Ora so cos'è successo l'altra notte.»
«Hai trovato la porta?»
«No. Ma so che c'è.»
Le raccontò in poche parole tutta la storia. Karen lo ascoltava, impassibile. «Intendi dire che a bordo c'è una sorta di quinta colo
«Sì.»
«Ma a che scopo?»
«Hai sentito quello che ha detto Jude: non bisogna affrettare i tempi. Voglio dire, tutti noi — tu e Leon, Sue e io, anche Rubin naturalmente, Sam e Murray — abbiamo preparato una scheda segnaletica degli yrr. Forse c'illudiamo, forse abbiamo sbagliato clamorosamente, ma tutto fa pensare il contrario. Almeno dal punto di vista teorico sappiamo con quale tipo d'intelligenza aliena abbiamo a che fare e come funziona. Abbiamo lavorato a pieno ritmo per scoprirlo. E improvvisamente possiamo prendercela con calma?»
«Perché non ha
«Noi siamo i fornitori», confermò Johanson. «Abbiamo fatto il nostro dovere.»
«Ma perché?» Karen scosse la testa, incredula. «Quale obiettivo può perseguire Mick che non sia in accordo coi nostri? Quali alternative ci sono? Dobbiamo arrivare a un accordo con gli yrr! Che cos'altro può volere?»
«È stato avviato un piano alternativo. Mick fa il doppio gioco, ma non è un'idea sua.»
«E di chi, allora?»
«Dietro di esso c'è Jude.»
«Sei stato diffidente nei suoi confronti fin dall'inizio, vero?»
«E lei lo è stata nei mie confronti. Entrambi abbiamo capito subito che nessuno dei due era da sottovalutare. In sua presenza ho sempre avuto questa sensazione, solo che mi appariva ridicola. Non trovavo un unico motivo convincente per non fidarmi di lei.»
Rimasero per un po' in silenzio.
«E ora?» chiese poi Karen.
«Ora ho tempo di ragionare a mente fredda», rispose Johanson, stringendosi le braccia intorno al corpo. «Jude ci vedrà qui. Credo che mi tenga d'occhio con molta attenzione. Non può essere sicura di quello di cui parliamo, ma naturalmente parte dal presupposto che prima o poi tornerò a ricordare. Il tempo stringe. Stamattina, per la prima volta, ci ha dato lo stop. Se sta seguendo un suo piano, allora agirà ora.»
«Quindi dobbiamo scoprire in fretta che cos'ha in mente.» Karen rifletté. «Perché non raduniamo gli altri?»
«Troppo rischioso. Se ne accorgerebbe subito. Sono certo che tutte le sale della nave sono sorvegliate. Non dovrebbero far altroché chiudere la porta e gettare via la chiave. Voglio costringere Jude nell'angolo. Voglio sapere cosa succede e, per farlo, ho bisogno di te.»
Karen a
«Trovare Rubin e torchiarlo, mentre io do una strapazzata a Jude.»
«Hai idea di dove sia?»
«Forse in quel laboratorio misterioso. Ora so dov'è, però non ho idea di come si faccia a entrare. Ma forse è da qualche altra parte nella nave.» Johanson sospirò. «Mi rendo conto che sembra un film di serie Z. Forse sono io a essere impazzito. Forse soffro di paranoia… Se è così, potrò comunque fare ammenda. Ma adesso voglio sapere cosa sta succedendo!»
«Tu non sei paranoico.»
Johanson la guardò e le sorrise, riconoscente. «Torniamo indietro.»
Sulla strada verso l'isola, continuarono a intrattenersi sul messaggio decifrato e sui contatti pacifici.
«Io vado da Leon», concluse Karen. «Vediamo che ne pensa della tua proposta. Forse già oggi pomeriggio potremo fare insieme il programma e testarlo.»
«Buona idea, a dopo», disse Johanson.
Guardò Karen scendere la rampa. Poi prese una scaletta di boccaporto, scese al livello 2 e gettò un'occhiata nel CIC, dove Samantha e Shankar erano davanti ai loro computer.
«Che cosa state combinando?» chiese con tono leggero.
«Pensiamo», rispose lei in mezzo alla sua tipica nuvola di fumo. «E voi, procedete coi feromoni?»
«Sue ne sta giusto sintetizzando un nuovo carico. Dovremmo ormai avere una dozzina di provette.»
«Allora siete più avanti di noi. Abbiamo sempre più dubbi sul fatto che la matematica sia l'unica via per il successo nella comunicazione», commentò Shankar. Il suo viso scuro si contrasse in una smorfia amara. «Credo che sappiano fare i conti meglio di noi.»
«Quale sarebbe l'alternativa?»
«Le emozioni.» Samantha soffiò il fumo dalle narici. «Ridicolo, vero? Voler raggiungere gli yrr coi sentimenti. Ma se i loro sentimenti sono di natura biochimica…»
«Come i nostri», notò Murray.
«… forse l'odore potrebbe aiutarci anche in altro modo. Sì, grazie, Murray. Lo so. Anche l'amore è chimica.»
«E tu, Sigur, hai qualcuno verso cui ti senti attratto chimicamente?» scherzò Shankar.
«No, al momento ho attenzioni solo per me stesso.» Si guardò intorno. «Per caso, avete visto Jude da qualche parte?»
«Poco fa era nel LFOC», rispose Samantha.
«Grazie.»
«Ah, già, Mick ti cercava.»
«Mick?»
«Erano seduti là insieme a chiacchierare. Mick voleva andare in laboratorio, è stato qualche minuto fa.»
Bene. Così si sarebbe imbattuto in Karen. «Fantastico», esclamò Johanson. «Mick ci può aiutare nella sintesi. Almeno finché non gli arriva un attacco di emicrania. Poveraccio.»
«Dovrebbe abituarsi a fumare», disse Samantha. «Il fumo fa bene contro il mal di testa.»
Johanson sorrise e andò nel LFOC. La maggior parte dei dati veniva archiviata nei sistemi che si trovavano lì, così Samantha e Murray potevano lavorare indisturbati nel CIC. Dagli altoparlanti arrivavano deboli fruscii e di tanto in tanto fischi e clic. Su un monitor passò l'ombra di un delfino. Evidentemente Greywolf aveva fatto uscire gli animali.
Di Judith Li, Peak e Vanderbilt non c'era traccia. Johanson raggiunse il JIC. Era vuoto, come pure lo erano le sale di comando e di controllo. Pensò di andare a vedere nella mensa ufficiali, ma poi si rese conto che là probabilmente avrebbe trovato solo gli uomini di Vanderbilt e qualche soldato. Judith poteva essere in palestra o nel suo alloggio. Non aveva tempo di cercare in tutta la nave.
Se Rubin era diretto in laboratorio, Karen l'avrebbe trovato. Doveva riuscire a parlare prima con Judith Li. Va bene, pensò. Se non sarò io a trovarti, sarai tu a trovare me. Senza fretta, andò alla sua cabina, entrò e si piazzò in mezzo alla stanza.
«Salve, Jude», disse.
Dove potevano essere le telecamere e i microfoni? Inutile cercarli, comunque c'erano.
«Pensi un po' cosa mi è successo… Mi è venuto in mente che, sopra il laboratorio grande, c'è un secondo laboratorio, in cui Mick ama ritirarsi quando gli viene l'emicrania. Vorrei tanto sapere cosa fa là dentro, a parte menare i colleghi.»
Il suo sguardo scorreva sui mobili, sulle lampade, sul televisore.
«Credo tuttavia che non me lo dirà di sua spontanea volontà, eh, Jude? Ho preso qualche precauzione. Vede, nel giro di pochissimo tempo tutta la squadra sarà al corrente dei miei ricordi, senza che lei abbia la minima possibilità d'impedirlo.» L'aveva sparata grossa, ma sperava che lei la bevesse. «Potrebbe interessarle? E a lei, Sal? Ah, già, quasi dimenticavo: che ne dice, Jack? Che ne pensate?»
Andò lentamente avanti e indietro nella stanza.
«Io ho tempo. E lei? Direi proprio di no.» Allargò le braccia e sorrise. «Potremmo trattare tutta questa faccenda in maniera confidenziale. Forse ci sono intenzioni del tutto onorevoli nella struttura ombra costruita dai vostri uomini. Forse è tutto nell'interesse della sicurezza nazionale. Non è che mi piaccia granché essere colpito in quel modo, Jude. Lo capisce, vero? Vorrei parlarne con lei ma, a quanto sembra, l'intero gruppo è stato colpito dall'emicrania di Rubin. Siete tutti a letto col mal di testa?»
Fece una pausa. E se a Judith Li non importasse ormai più nulla? Se non lo sentiva? Allora sarebbe rimasto lì come un idiota ad andare avanti e indietro nella sua stanza.
«Jude?»
Si guardò intorno. Sì, lo ascoltavano. Era sicurissimo che lo ascoltavano.