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«Sono preoccupato.» Il presidente sembrava stanco. Sedeva, solo come un cane, nella War Room della base. «Boston è stata evacuata. Su New York e Washington ci abbiamo messo una croce. E riceviamo nuove notizie spaventose da Philadelphia e Norfolk.»
«Lo so.»
«Il Paese sta andando a rotoli, mentre tutto il mondo non fa altro che parlare di un'intelligenza non umana nel mare. Mi piacerebbe proprio sapere chi non ha tenuto la bocca chiusa.»
«Che importanza ha, signore?»
«Che importanza ha?» Il presidente sbatté il palmo della mano sul tavolo. «Se l'America prende la guida, non accetto nessuna azione indipendente di un qualche stronzo dell'ONU! Solo perché qualcuno pensa che il proprio piccolo, stupido Paese debba entrare in gioco. Sa cos'è successo là fuori, a che razza di autonomia si arriva?»
«So bene cos'è successo.»
«Oppure è stato qualcuno della sua cerchia a parlare?»
«Con tutto il rispetto, signore, l'ipotesi degli yrr è una cosa cui possono essere arrivati anche altri. Da quello che sento, la maggior parte delle ipotesi in tutto il mondo ruota ancora intorno ai fenomeni naturali e al terrorismo internazionale. Stamattina, uno scienziato di Pjongjang…»
«Ha detto che siamo delle canaglie.» Il presidente agitò una mano. «So tutto. Saremmo noi a muoverci con sommergibili ultraleggeri e ad attaccare le nostre stesse città, per avere il pretesto di fare le scarpe ai comunisti i
«Signore…»
«Dio tiene ancora la sua mano protettrice sull'Occidente, se non si tiene conto del fatto che c'è qualcosa che morde le dita non appena si prova a mettere un piede in acqua. La popolazione di vermi davanti all'America e all'Asia cresce in continuazione e a La Palma siamo ormai alla fine. Non è che mi dispiaccia se alcuni regimi vacillano, ma al momento non possiamo affrontare il problema di dove finira
«Il suo ultimo discorso…»
«La smetta! Da mattina a sera non faccio altro che lasciarmi andare a esternazioni appassionate. Nessuno di quelli che scrivono i miei discorsi le raccoglie. Nessuno di loro capisce quello che voglio dire a questo Paese e al mondo. Voglio diffondere fiducia. Il popolo americano deve vedere un comandante supremo determinato, che farà tutto il necessario per vincere la guerra, anche se il nemico nasconderà mille volte il proprio volto. Il mondo deve trovare la forza. No, non vogliamo illudere nessuno, dobbiamo prepararci al peggio, ma avremo un punto di riferimento! Questo è quello che dico, ma quando quegli scribacchini vogliono diffondere l'ottimismo, diventano inaffidabili e patetici e c'infilano anche un bel po' di paura. Ce ne sarà mai uno che mi stia a sentire?»
«Ma la gente la ascolta», lo confortò Judith Li. «Al momento lei è uno dei pochi che viene ascoltato. Insieme coi tedeschi.»
«Sì, i tedeschi.» Il presidente socchiuse le palpebre. «È vero? I tedeschi sta
Judith quasi cadde dal tapis roulant. Che sciocchezza era? «No, non lo sta
«Allora perché la CIA mi racconta queste cose?»
«Perché Vanderbilt le mette in circolazione.»
«Ah, Jude…»
«E invece sì. È stato e rimane un intrallazzatore.»
«Bambina mia, se lei fosse già prossima a raggiungere il posto cui mira, peraltro meritandolo, di certo non avrebbe intorno Vanderbilt.»
Judith espirò lentamente. Si era lasciata prendere dall'emotività. Si era scoperta, forse sopravvalutandosi. Non era un bene. Doveva riprendere il controllo. «Naturalmente, in Jack non vedo un problema, ma un partner», disse sorridendo.
Il presidente a
«Siamo vicini al successo.»
«Cosa intende con 'vicini'?»
«Rubin sostiene che, se tutto va come previsto, nel giro di un paio di giorni potremo agire. Abbiamo fatto un gran colpo in laboratorio. C'è una sostanza odorosa attraverso cui gli yrr comunicano. Ha
«Mi risparmi i dettagli. Rubin sostiene che funziona?»
«Ne è assolutamente sicuro, signore», disse Judith Li. «E lo sono anch'io.»
Il presidente si morse il labbro inferiore. «Mi affido a lei, Jude. C'è qualche complicazione coi suoi scienziati?»
«No», mentì lei. «Tutto procede al meglio.» Perché aveva fatto quella domanda? Forse Vanderbilt… Calma, Jude. Una frase casuale. Non è nell'interesse di Vanderbilt. Quel sacco di lardo ha una vera boccaccia, però non si darebbe la zappa sui piedi. «Siamo molto avanti, signore», riprese. «Le ho promesso che avrei portato a termine l'operazione come desiderato, e lo farò. Noi salveremo il mondo. Lo salvera
«Come al cinema, eh?»
«Meglio.»
Il presidente a
Combat Information Center
Qualunque cosa nascondesse il messaggio mandato dai nemici nascosti in mare, lo stomaco di Murray Shankar, spinto dalla biochimica umana, brontolava tanto che, a un certo punto, Samantha Crowe non ne poté più di sentirlo e spedì il collega a mangiare.
«Non devo mangiare», insistette Shankar.
«Ma fammi il piacere», sbottò Samantha.
«Non abbiamo tempo per mangiare.»
«Lo so anch'io. Ma non ne avremo comunque, se a un certo punto qualcuno troverà le nostre ossa sbiancate. Perlomeno io mi nutro di Lucky Strike. Va', Murray. Mangia qualcosa, torna rinvigorito e risolvi il nostro problema con un impulso costruttivo.»
Shankar andò e lei rimase sola.
Aveva bisogno di stare un po' da sola. Non aveva niente contro Shankar. Era un uomo brillante e aveva aiutato parecchio. Però sembrava vivere unicamente in funzione dell'acustica. Faticava a confrontarsi con un modo di pensare non umano, e Samantha era arrivata alla conclusione che la cosa migliore sarebbe stata non avere intorno nessuno, tra
Fumò una sigaretta e ricominciò.
H2O. Noi viviamo nell'acqua.
Il messaggio si presentava come il disegno di una carta da parati. Un rapporto sull'H2O. Sempre uguale, a parte il fatto che ogni molecola di H2O era accoppiata con qualche dato supplementare. Milioni di simili coppie di dati allineati. Nella trasposizione grafica, si rivelavano delle immagini formate da linee. Il pensiero più naturale era che i dati supplementari descrivessero caratteristiche dell'acqua o di qualcosa che ci viveva in mezzo.
Ma forse quel pensiero era sbagliato.
Che avevano da raccontare gli yrr?
Acqua. E poi?
Samantha rifletté. Improvvisamente le ve
Dall'altra parte, HzO veniva accoppiata con dati che descrivevano qualcosa che non aveva nulla a che fare con l'acqua, cioè un secchio.
«Vìviamo nell'acqua.»
E dov'era, quell'acqua? Come si poteva dire qualcosa su un luogo che non aveva forma?
Si poteva descrivere qualcosa con cui esso confinava.
Le coste e i fondali marini.
Le superfici libere erano la terraferma; i loro bordi erano le coste.
A Samantha quasi cadde la sigaretta. Cominciò a dare comandi al computer. Di colpo, comprese come mai le superfici messe insieme non formavano un'immagine coerente. Perché non descrivevano uno spazio bidimensionale, bensì una figura tridimensionale. Bisognava piegarle in modo che si adattassero le une alle altre. Piegarle finché non formavano qualcosa di tridimensionale.
Una sfera.
La Terra.
Laboratorio
Nello stesso momento, Johanson era impegnato coi campioni presi dal tessuto degli yrr. Dopo dodici ore d'intensissimo lavoro in laboratorio, Sue aveva ceduto. Nelle notti precedenti aveva dormito assai poco. La spedizione stava cominciando a pagare il proprio tributo alla stanchezza. Benché procedessero a grandi passi, il senso d'insicurezza era calato su tutti, penetrando fin nelle ossa. Ognuno reagiva a proprio modo. Greywolf si era ritirato nel ponte a pozzo. Si occupava dei tre delfini rimasti, analizzava i dati ed evitava accuratamente ogni contatto. Gli altri mostravano un notevole nervosismo. Rubin compensava l'orrore con l'emicrania, e quello era il secondo motivo, oltre al meritatissimo riposo di Sue, per cui Johanson era solo nella penombra del grande laboratorio.
Aveva spento l'illuminazione principale. Le luci ai tavoli e i monitor costituivano le uniche fonti di luce. Dal simulatore che ronzava usciva un alone blu appena percepibile. La massa continuava a coprire il fondo. Si sarebbe potuto considerarla morta, ma ormai sapevano che non era così.
Finché era luminosa, era viva.
Sulla rampa risuonarono dei passi. Anawak infilò dentro la testa.
«Leon.» Johanson sollevò lo sguardo dalla sua documentazione. «Che piacere.»
Anawak sorrise. Entrò, prese una sedia e vi si accomodò cavalcioni, con le braccia appoggiate allo schienale. «Sono le tre del mattino», disse. «Che diavolo ci fa qui?»
«Lavoro. E tu?»
«Non riesco a dormire.»
«Forse potremmo concederci un sorso di Bordeaux. Che ne dici?»
«Oh…» Anawak sembrò incerto. «È davvero molto gentile da parte tua, ma non bevo alcol.»
«Mai?»
«Mai.»
«Strano.» Johanson aggrottò la fronte. «In genere non mi sfuggono queste cose. Ma qui siamo un po' tutti fuori squadra, vero?»