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«Certo che no, o mio Socrate!» Sue fece un sorriso stentato. «M'interessa, davvero. Ha

«Sì, una parte.»

«Non lo trova terribile? La sua casa a Trondheim…»

Johanson fece ruotare il vino nel bicchiere. «Meno di quanto pensassi», disse, dopo un momento di silenzio. «Certo, era una casa fantastica, piena di cose magnifiche, ma non conteneva la mia vita. È sorprendente come ci si stacchi con facilità dalla propria cantina e da una biblioteca ben selezionata. Inoltre, per quanto strano possa sembrare, me ne ero già staccato da tempo. Dal giorno in cui sono volato alle Shetland devo essermi congedato dalla mia casa, in un certo senso senza neppure accorgermene. Ho chiuso la porta, me ne sono andato e, nel contempo, si è chiuso qualcosa anche nella mia testa. Ho pensato: se dovessi morire, quale sarebbe la cosa di cui sentiresti maggiormente la mancanza? E non era la casa. Non quella.»

«Ce n'è un'altra?»

«Sì.» Johanson bevve. «Su un lago nell'entroterra. Quando si è seduti là, sulla veranda, guardando l'acqua, si ascolta Sibelius o Brahms, e si beve un sorso di vino… è una cosa completamente diversa. È quello il luogo di cui sento davvero la mancanza.»

«Sembra bello.»

«Sa perché sopporto tutto questo? Per poter tornare là.» Johanson prese la bottiglia e le riempì il bicchiere. «Dovrebbe esserci stata, aver visto il cielo stellato che si specchia nell'acqua. Non lo dimenticherebbe più. Tutta la sua esistenza sarebbe legata a quell'isolata scintilla. L'universo diventerebbe come trasparente. Un'esperienza straordinaria, ma che si può fare soltanto da soli.»

«È stato là dopo lo tsunami?»

«Nel ricordo.»

Sue bevve un sorso di vino. «Sinora sono stata fortunata», mormorò. «Io non ho perso nulla. Ho ancora tutto, gli amici e la famiglia.» Si fermò un momento e sorrise. «Però non ho una casa al lago.»

«Tutti ha

Le parve che Johanson volesse aggiungere qualcosa. E invece lui si limitò a far girare di nuovo il vino nel bicchiere. Rimasero lì a bere il Bordeaux e a guardare la foschia che si stendeva sul mare.

«Ho perso un'amica», disse infine Johanson.

Sue rimase in silenzio.

«Era un po' complicata. Faceva sempre tutto di corsa.» Sorrise. «Strano, ci siamo trovati davvero solo dopo esserci lasciati. Ma sì. È il corso delle cose.»

«Mi dispiace», mormorò Sue.

Johanson a

«Ho visto Rubin.»

«Dove?»

«Laggiù.» Johanson indicò la parete dell'hangar nel mezzo della nave. «È entrato là.»

«Entrato? Là non c'è nulla in cui si possa entrare.»

Una parete alta diversi metri divideva l'hangar dal resto del ponte. Sue aveva ragione. Laggiù non c'erano porte. «Che ci sia qualcosa nel vino?» ironizzò.

Johanson scosse la testa. «Posso giurare che era Rubin. È comparso per un attimo, poi è sparito.»

«Ne è sicuro?»

«Sicurissimo.»

«Ci ha visto?»

«Difficile. Siamo in un angolo in ombra. Avrebbe dovuto guardare con molta attenzione.»

«Chiediamogli se si è rimesso in forma.»

Johanson continuava a osservare la parete. Poi disse: «Sì. Chiediamoglielo».

Quando tornarono in laboratorio, la bottiglia di Bordeaux era vuota per metà, ma Sue non si sentiva ubriaca. In un certo senso, il vino non aveva fatto effetto nell'aria gelida. Era solo straordinariamente allegra e animata dal pensiero di fare una scoperta eccezionale.

E la fece.

Nel laboratorio di massima sicurezza, la macchina aveva finito il proprio lavoro. Fecero arrivare i risultati sulla console del computer all'esterno del laboratorio. Lo schermo mostrava una serie di sequenze di base. Le pupille di Sue si muovevano a zig-zag, mentre lei scorreva le righe dall'alto in basso. A ogni fila, la sua mandibola sembrava abbassarsi un po'. «Non può essere», mormorò.

«Che cosa?» Johanson si chinò sulle sue spalle. Lesse. E tra le sue sopracciglia si formarono due profonde rughe. «Sono tutte diverse!»

«Sì.»

«Impossibile! Esseri identici ha

«Gli esseri di una specie sì.»

«Ma questi sono esseri di una specie.»

«Le forme naturali di mutazione…»

«Se le scordi!» Johanson era sconcertato. «Siamo ben oltre. Questi sono esseri diversi, tutti quanti! Nessun DNA è esattamente uguale all'altro.»

«In ogni caso non sono amebe normali.»

«No. In loro non c'è niente di normale.»

«Cosa sono, allora?»

Johanson guardò i risultati. «Non lo so.»

«Neanch'io.» Sue si stropicciò gli occhi. «Però so una cosa. In quella bottiglia c'è ancora del vino. E adesso ne ho proprio bisogno.»

Johanson

Johanson cercò nelle banche dati per confrontare la sequenza del DNA della gelatina con altre analisi già descritte. Sue incappò nel risultato che lei stessa aveva raggiunto il giorno in cui aveva esaminato la sostanza nella testa delle balene. All'epoca, non aveva potuto stabilire differenze nella successione delle coppie di basi. «Avrei dovuto esaminare in maniera più approfondita quelle cellule», borbottò.

Johanson scosse la testa. «Forse non avrebbe trovato niente comunque.»

«Non importa!»

«Come avrebbe potuto sospettare che avevamo a che fare con la fusione di organismi unicellulari? Forza, Sue, è inutile. Lasci perdere e si concentri su questo.»

Sue sospirò. «Sì, ha ragione.» Lanciò un'occhiata all'orologio. «Okay, Johanson. Vada a dormire.»

«E lei?»

«Io vado avanti. Voglio sapere se questo caos di DNA è già stato descritto da qualche parte.»

«Potremmo dividerci il lavoro.»

«Non se ne parla neanche.»

«Non m'importa.»

«Mi ascolti, Sigur! Lei ha bisogno del suo so

Johanson ebbe l'impressione che preferisse occuparsi da sola della faccenda. Era insoddisfatta di se stessa. Naturalmente non aveva nulla da rimproverarsi, ma forse sarebbe stato comunque meglio lasciarla in pace.

Prese la bottiglia e lasciò il laboratorio.

Appena fuori, si rese conto di essere un po' stanco. Oltre il Circolo Polare Artico, il tempo si perdeva. La luce costante dilatava all'infinito il giorno, interrotto solo da poche ore di crepuscolo. Il sole sfuggiva agli sguardi facendo appena capolino da sotto l'orizzonte. Con un po' di buona volontà, quella si poteva definire notte. Dal punto di vista psicologico, era l'occasione migliore per andare a dormire.

Ma Johanson non ne aveva voglia.

Invece risalì la rampa.

Le dimensioni del gigantesco ponte dell'hangar si perdevano nelle ombre squadrate. Come sempre, non si vedeva nessuno. Lanciò un'occhiata al luogo in cui avevano aperto la bottiglia e trovò la cassa nascosta nell'oscurità.

Non era possibile che avesse visto Rubin.

Eppure l'aveva visto!

A che scopo dormire? Doveva osservare ancora una volta la parete.

Con grande delusione e sorpresa, l'ispezione non portò risultati. La percorse diverse volte, fece scorrere le dita lungo le giunture dei pa

Doveva proprio andare a dormire? Avrebbe comunque continuato a rimuginare su quella faccenda. Forse era il caso di chiedere a qualcuno. A Judith Li, per esempio, oppure a Peak, a Buchanan o ad Anderson. Ma cosa sarebbe successo se si fosse davvero sbagliato?

Sarebbe stato piuttosto imbarazzante.

Sei un ricercatore, quindi ricerca, pensò, testardo.

Senza fretta tornò nella parte dell'hangar verso poppa, si sedette sulla cassa e attese. Quel posto non era male. Anche se fosse arrivato alla conclusione che effettivamente Rubin non era passato attraverso la parete, avrebbe potuto godersi la vista del mare per un po'.

Bevve una sorsata dalla bottiglia.

Il Bordeaux lo scaldò. Le sue palpebre cominciarono a diventare pesanti, finché non riuscì quasi più a tenerle aperte. In effetti era stanco. Però Johanson era uno di quegli uomini che si rifiutavano di arrendersi alle leggi imposte dalla natura al corpo umano. A un certo punto, quando la bottiglia era ormai vuota, finalmente si assopì e il suo spirito aleggiò sopra il mar di Groenlandia, coperto dalla foschia.

Un lieve rumore metallico lo fece sobbalzare.

In un primo momento, lui non rammentò neppure dove fosse. Poi sentì dolorosamente la parete d'acciaio dell'hangar contro la regione lombare. Sul mare, il cielo si era schiarito. Si rialzò a fatica e guardò lungo la parete.

Era aperta.

Ancora intontito, Johanson scese dalla cassa. Nella parete si era aperto un passaggio, grande all'incirca quattro metri quadrati. Si spalancava, luminoso, in mezzo all'acciaio scuro.

Guardò la bottiglia vuota sulla cassa.

Stava sognando?

Si avvicinò al quadrato luminoso e si accorse che dava su un corridoio con le pareti nude. Tubi al neon diffondevano una luce fredda. Dopo pochi metri, il corridoio raggiungeva una parete e faceva una curva.

Johanson spiò all'interno e rimase in ascolto.

Dalla parte opposta arrivavano voci e rumori. D'istinto, fece un passo indietro, riflettendo se non fosse il caso di sparire il più in fretta possibile. In fondo, si trovava su una nave da guerra. Quel settore avrà pure avuto qualche funzione, no? Magari qualcosa in cui i civili non dovevano mettere il naso.

Poi pensò a Rubin.

No! Se se ne fosse andato, non avrebbe più smesso di pensarci.

Rubin era stato lì!

Johanson entrò.