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13 agosto
Visita
Non ci fu risposta.
Il messaggio era stato inviato in mare senza risultati. Alle sette, la sveglia aveva buttato tutti giù dal letto e molti non avevano dormito abbastanza. Normalmente si era cullati dal movimento della gigantesca nave, e, poiché non c'erano missioni di volo, dalla coperta non arrivavano rumori. Il CPS, ronzando leggermente, manteneva una temperatura gradevole e i letti erano davvero comodi. Di tanto in tanto, se passava qualcuno dell'equipaggio, si sentivano dei passi nel corridoio. Nel cuore della nave frusciavano i generatori. Se non ci fosse stata quella tensione, il so
Il fatto che si trovassero al largo della Groenlandia, e non più a sud, era dovuto alla sua arringa e al sostegno di Karen Weaver e Gerhard Bohrma
Johanson aveva dato ragione a Rubin su molte cose. Ma aveva avanzato due obiezioni. Benché le catene vulcaniche rappresentassero senza dubbio il luogo più favorevole alla vita negli abissi marini, erano anche il più pericoloso. Quando le placche oceaniche divergevano, si avevano frequenti colate laviche. C'erano eruzioni che avrebbero distrutto completamente il biotipo. Era vero che in quei luoghi sarebbe ricomparsa la vita ma, secondo Johanson, era poco probabile che una civiltà complessa e intelligente si stabilisse in quella zona. La seconda obiezione era legata al fatto che le possibilità di prendere contatto aumentavano quanto più ci si avvicinava agli yrr. Le opinioni divergevano su dove si trovassero esattamente e forse tutti, a loro modo, avevano ragione. Alcuni indizi facevano pensare che vivessero nelle più profonde regioni marine. Molti fenomeni recenti erano avvenuti nelle immediate vicinanze di quelle fosse abissali. Però non era da escludere l'imponente bacino abissale, e naturalmente non si potevano scartare gli argomenti di Rubin sulle oasi medioceaniche che permettevano la nascita della vita. Alla fine, Johanson aveva proposto di non rivolgere l'attenzione all'ambiente naturale degli yrr, ma di cercare un posto in cui si fosse sicuri della loro presenza.
Nel mar di Groenlandia era stata fermata la caduta delle acque fredde. La conseguenza era stata il blocco della Corrente del Golfo. Solo due cause potevano spiegare quel fenomeno: un improvviso riscaldamento del mare o un eccessivo afflusso di acqua dolce proveniente dall'Artico, che diluiva l'acqua salata dell'Atlantico settentrionale rendendola troppo leggera per precipitare. Entrambe le cose presupponevano una profonda manipolazione delle condizioni di quel luogo. Gli yrr erano impegnati a condurre a termine quel mostruoso sconvolgimento da qualche parte nell'Artico.
Da qualche parte, nelle vicinanze.
Restava l'aspetto della sicurezza. Lo stesso Bohrma
Ma in quel caso sarebbe stato comunque troppo tardi.
Era quello il motivo per cui si trovavano lì, tra i ghiacci eterni.
Erano seduti nella mensa degli ufficiali, gigantesca e deserta, a mangiare uova strapazzate e pancetta. Anawak e Greywolf non c'erano. Dopo la sveglia, Johanson aveva parlato al telefono per qualche minuto con Bohrma
«Pulite bene anche negli angoli», gli aveva consigliato Johanson.
Bohrma
Tutti lo guardarono.
«Un contatto?» chiese Sue.
«Lo saprei.» Samantha prese un'enorme porzione di pancetta. Nel portacenere, c'era la sua terza o quarta sigaretta, ancora accesa. «Shankar è nel CIC. Ci avrebbe informati.»
«Che cosa c'è allora? È atterrato qualcuno?»
«Uscite in coperta», replicò Anderson con aria misteriosa. «E lo vedrete.»
Ponte di volo
All'esterno, sul volto di Johanson si appoggiò una maschera di freddo. Il cielo era di un bianco indefinito. Le onde grigie sollevavano creste schiumose. Durante la notte si era alzato il vento e soffiava cristalli di ghiaccio sottili come aghi sulla superficie asfaltata. Johanson scorse un gruppo di persone imbacuccate e, avvicinandosi, riconobbe Judith Li, Anawak e Greywolf. Poi immediatamente capì che cosa aveva attirato la loro attenzione.
A una certa distanza dall'Independence, un appuntito profilo di pi
«Orche», spiegò Anawak, quando Johanson gli fu vicino.
«Che cosa fa
Anawak socchiuse le palpebre contro la pioggia di aghi di ghiaccio. «È da circa tre ore che girano intorno alla nave. I delfini ne ha
Shankar arrivò di corsa e si mise di fianco a loro. «Che succede?»
«Forse è una risposta» disse Samantha.
«Al nostro messaggio?»
«E a cosa, se
«Strana, come risposta a una verifica di matematica», disse Shankar. «Avrei preferito qualche sostanziosa equazione.»
Le orche si tenevano prudentemente a distanza dalla nave. Erano molte. Centinaia, valutò Johanson. Nuotavano con un ritmo regolare e, di tanto in tanto, sollevavano il dorso nero. In effetti dava proprio l'impressione che fossero una pattuglia.
«È possibile che siano infestate?»
«Probabile.»
«Dite un po'…» Greywolf si grattò la testa. «Se quella robaccia controlla il loro cervello… non avete mai pensato che ci possano anche vedere? E sentire?»
«Hai ragione», disse Anawak. «Usano i loro organi di senso.»
«Appunto. Così quella sostanza gelatinosa ha occhi e orecchie.»
«A ogni buon conto, sembra proprio che sia cominciata», disse Samantha, soffiando nell'aria gelida il fumo che ve
«Che cosa?» chiese Judith Li.
«La prova di forza.»
«Bene.» Un sorriso sottile le increspò le labbra. «Siamo attrezzati per ogni evenienza.»
«Per quelle che conosciamo», precisò Samantha.
Laboratorio
Mentre scendeva — con Mick Rubin e Sue Oliviera al seguito -, Johanson si chiedeva se la psicosi non avesse già cominciato a creare nella loro mente una realtà allucinata.
Il processo l'aveva messo in moto lui. Certo, se non l'avesse fatto lui, sarebbe stato qualcun altro a elaborare quella teoria. I fatti si disponevano sulla base di un'ipotesi. Un branco di orche circondava l'Independence e loro ci vedevano gli occhi e le orecchie degli alieni. Vedevano alieni ovunque. Quindi avevano mandato dei messaggi nel mare con la speranza di allacciare un contatto, che magari non ci sarebbe mai stato perché erano stati attaccati da una muffa marina.
Il quinto giorno. Era solo una fantasia che ormai si autoalimentava? Si stavano comportando da idioti? Non riusciamo ad andare avanti, pensò, frustrato. Qualcosa deve succedere. Qualcosa che ci dia la certezza che non ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata, accecati dalle teorie.
Scesero la rampa coi passi che rimbombavano, passarono l'hangar e continuarono a scendere. La porta d'acciaio del laboratorio era chiusa. Johanson inserì un codice numerico ed essa scivolò con un leggero sibilo. Lui regolò l'illuminazione del soffitto e quella delle postazioni. Una luce fredda e bianca invase le isole di lavoro. Dal simulatore arrivava il ronzio dei sistemi elettrici. Salirono sulle passerelle tutt'intorno alla cisterna ad alta pressione e si misero davanti alla grande finestra ovale. Da lì si dominava l'interno della vasca. Sul fondale marino artificiale, nella luce dei proiettori, c'erano piccoli esseri, con zampe da ragno. Alcuni si muovevano esitanti, evidentemente disorientati. Si spostavano in cerchio oppure si fermavano dopo qualche passo, come se non sapessero dove andare. Più si guardava in profondità nella cisterna, più l'acqua rendeva difficile cogliere i dettagli. Alcune telecamere facevano riprese ravvicinate dall'interno e le proiettavano sui monitor di un banco di controllo.
Tutti osservarono i granchi con sgomento.
«Non ha
«No, se ne sta
«Aprire i granchi?»
«Perché no? Che continuano a vivere con l'alta pressione ormai lo sappiamo. Non è che questa conoscenza acquisti interesse col passare dei giorni.»
«Continuano a vegetare», lo corresse Sue. «Non abbiamo ancora spiegato se quello che fa
«La sostanza al loro interno vive», interve
«D'accordo», disse Sue. «Ma com'è questa vita che ha
«Che dovrebbe fare, secondo lei?»
«Girare.» La biologa si strinse nelle spalle. «Muovere le chele, che ne so. Lasciare la corazza. Osservate quei granchi. Se sono stati programmati per arrivare sulla terra, fare da