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12 maggio

Château Whistler, Canada

Probabilmente siamo al punto di svolta, pensò Johanson.

Oppure sono un vecchio pazzo.

Era sul piccolo podio, a sinistra dello schermo. Il proiettore era acceso. Avevano dovuto attendere per qualche minuto Anawak, che aveva pernottato a Tofino, ma ormai c'erano tutti. In prima fila sedevano Salomon Peak, Jack Vanderbilt e Judith Li. Peak era sfinito. Durante la notte era rientrato da New York e sembrava aver perso gran parte delle sue energie.

Johanson aveva passato metà della sua vita in sale riunioni ed era abituato a parlare in pubblico. Nei suoi discorsi, a poco a poco, aveva aggiunto alle nozioni scolastiche le scoperte fatte e le ipotesi formulate, mettendo quindi in conto la possibilità di litigare con alcuni specialisti o sedicenti tali. A parte ciò, le sale riunioni erano un terreno tranquillo. Si comunicava quello che si era scoperto e si facevano domande.

Quella mattina, invece, fu travolto da una sensazione inattesa: l'insicurezza. Come poteva spiegare la sua teoria senza che tutti si spanciassero dalle risate? Judith Li aveva ammesso che poteva avere ragione. Era già molto. Con cauto ottimismo, si poteva addirittura affermare che lei era disposta a seguire il suo ragionamento. Ma l'insicurezza non lo abbandonava. Aveva visto giusto o stava prendendo una sole

Tutti gli occhi erano puntati su di lui. Il silenzio era assoluto.

Guardò il primo foglio dei suoi appunti. L'introduzione gli era sembrata esauriente. Adesso invece gli appariva incomprensibile e complicata. Durante la notte, mentre gli occhi gli bruciavano per la stanchezza e lui faticava a pensare con lucidità, ne era stato soddisfatto. Ora quello che aveva davanti non lo convinceva. Le argomentazioni non erano approfondite a sufficienza. La struttura retorica era traballante.

Johanson esitò.

Poi mise da parte gli appunti.

Si sentì immediatamente sollevato, come se quei pochi fogli pesassero to

Nessuno parlò.

Vanderbilt lo fissò. Le sue guance cadenti presero a tremare. Anzi fremeva tutto, come se fosse scosso da una risata, che sarebbe esplosa contro Johanson come la raffica di un plotone di esecuzione. Le labbra carnose sussultarono. Vanderbilt aprì la bocca.

«La sua idea mi ha illuminato», interve

Era come se qualcuno avesse piantato un coltello nella schiena del vice direttore della CIA. La sua bocca si richiuse. Trasalì violentemente e guardò la do

«E invece sì», ribatté lei tranquilla. «Non ho detto che il dottor Johanson ha ragione, però mi sembra sensato starlo ad ascoltare. Credo che potrà spiegare la sua tesi.»

«Grazie, generale», disse Johanson con un inchino appena acce

«Allora le propongo di andare avanti. Cerchi di essere sintetico, in modo da arrivare rapidamente alla discussione.»

Vanderbilt sembrava sotto shock. Johanson fece scorrere lo sguardo sui presenti, cercando però di mantenere un'aria tranquilla, così da non dare l'idea di essere preoccupato delle reazioni. Quasi nessuno mostrava un'evidente disapprovazione. La maggior parte dei volti era pietrificata dalla sorpresa; alcuni sembravano affascinati, altri increduli, altri ancora erano privi di espressione. Ora doveva fare il secondo passo. Quegli uomini dovevano comprendere il suo pensiero e svilupparlo autonomamente.

«Nei giorni e nelle settimane appena trascorse, il nostro problema principale è stato mettere in relazione i singoli avvenimenti», riprese. «Sembrava non ci fosse nessun legame, finché non siamo incappati in quella sostanza gelatinosa che si distruggeva all'aria. Purtroppo questa scoperta ha aumentato ulteriormente la confusione, perché abbiamo trovato la sostanza nei granchi e nei mitili, ma anche nella testa delle balene, quindi in esseri diversi tra loro. L'unica spiegazione possibile è una sorta di epidemia. Un aspergillo, una sostanza che provocava la rabbia, qualcosa di simile alla BSE. Ma questo non spiega gli affondamenti delle navi o il fatto che i granchi portino con sé delle alghe killer. E i vermi sulla scarpata continentale non ha

«Ho capito bene?» gridò Rubin, eccitato. «Lei sta dicendo che dividiamo questo pianeta con un'altra specie intelligente?»

«Sì. Lo credo.»

«Se è così, perché finora non abbiamo mai visto o sentito qualcosa di questa specie?» chiese Peak.

«Perché non esiste», sbottò Vanderbilt.

«Sbagliato.» Johanson scosse energicamente la testa. «Ci sono almeno tre motivi. Primo, la legge del pesce invisibile.»

«Come?»

«La maggior parte degli esseri viventi degli abissi, nel senso classico del termine, non vede quanto vediamo noi in quell'ambiente, ma ha sviluppato altri organi di senso che sostituiscono la vista. Essi reagiscono alla più lieve variazione di pressione. Le onde sonore li raggiungono da centinaia e migliaia di chilometri. Ogni mezzo subacqueo viene percepito molto prima che il suo equipaggio possa vedere qualcosa. Teoricamente, in una zona potrebbero vivere milioni di pesci di una determinata specie, ma, se rimangono nell'oscurità, non ne vedremo mai neanche uno. E qui abbiamo a che fare con un essere intelligente! Non potremo osservarlo finché non sarà lui a volerlo. Il secondo motivo è che non abbiamo idea dell'aspetto di questo essere. Abbiamo riprese video di misteriosi fenomeni, la nuvola blu, la scarica che sembra un fulmine, la 'cosa' sulla scarpata continentale norvegese. Sono espressioni di un'intelligenza sconosciuta? Che cos'è quella gelatina? Cosa sono i rumori che Murray Shankar non riesce a classificare? E c'è un terzo motivo. Un tempo, si credeva che fossero abitati solo gli strati superiori del mare, quelli attraversati dai raggi solari. Ora sappiamo che la vita brulica in ogni strato. C'è vita anche a undicimila metri di profondità. Per molti organismi degli abissi, non c'è un solo motivo per trasferirsi verso la superficie. La maggior parte non potrebbe neppure, perché l'acqua sarebbe troppo calda, la pressione troppo bassa e non ci sarebbe il nutrimento di cui ha

«E la loro tecnologia?» chiese Sue Oliviera. «Devono possedere una tecnologia per poter mettere in piedi tutto ciò.»