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Proseguirono lungo i posti di blocco militari. Nella città si muovevano centinaia di soldati. Dietro le loro maschere antigas, goffi e privi di forma nelle tute ABC gialle, sembravano invasori extraterrestri senza volto. Ovunque si caricavano corpi su barelle, veicoli militari e ambulanze. Molti giacevano nelle strade. Nel centro della città non si riusciva più a passare, perché le auto che si erano scontrate e quelle abbandonate bloccavano le corsie. Il costante rombo degli elicotteri risuonava tra i grattacieli.
L'autista di Peak salì rumorosamente sul marciapiede con la jeep e ne percorse un tratto, fermandosi a un centinaio di metri dal Bellevue Hospital Center nei pressi dell'East River, dov'era stato allestito il comando provvisorio dell'unità d'intervento. Peak si affrettò a entrare. L'atrio era pieno di gente. Percepì gli sguardi terrorizzati e accelerò il passo. Alcune persone gli misero davanti le foto dei loro cari. Era investito da urla. Affiancato da due soldati, passò il posto di blocco interno e marciò verso il centro di calcolo dell'ospedale, dove gli misero a disposizione un collegamento satellitare a prova d'intercettazione con lo Château Whistler. Dopo qualche minuto di attesa, Judith Li era in linea. Non le diede il tempo di pronunciare neppure una parola. «Abbiamo bisogno di un antidoto. E il più presto possibile.»
«Nanaimo sta lavorando a pieno ritmo», rispose lei.
«Sono troppo lenti. Non possiamo tenere sotto controllo New York. Ho visto i progetti delle canalizzazioni… Si tolga dalla testa di svuotarle. Sarebbe come svuotare il Potomac.»
«Riuscite a provvedere alle cure mediche?»
«E come? Non possiamo curare nessuno, non sappiamo neppure cosa possa essere d'aiuto. Ci limitiamo a fornire medicine che rafforzano il sistema immunitario e a sperare che l'agente patogeno muoia.»
«Mi ascolti, Sal», disse Judith. «Prenderemo la situazione in pugno. Possiamo affermare con una sicurezza quasi del cento per cento che la tossina non si trasmette. Praticamente non c'è il rischio che i malati siano contagiosi. Dobbiamo eliminare quelle bestiacce dalle canalizzazioni, bruciarle, cauterizzarle o qualunque cosa ci sia da fare.»
«Allora cominci», sbottò Peak. «Non servirà a nulla. La nube di veleno sulla città è il problema minore perché, all'aperto, il vento disperde le tossine. Ma, nel frattempo, in ogni casa è stata fatta scorrere l'acqua, ci si è fatta la doccia, si è lavato, bevuto, ci si è occupati del pesciolino rosso, o di chissà cos'altro. Le macchine sono state lavate, i pompieri ha
Judith rimase per qualche istante in silenzio, poi disse: «Bene. Ecco cosa bisogna fare. Trasformi Greater New York in un carcere gigantesco. Nulla e nessuno deve uscire».
«Ma qui non possiamo fare niente per la gente. Morira
«Sì, è terribile. Fatelo per gli altri, per quelli che sono fuori di lì. Trasformate l'intera zona di New York in un'isola.»
«E come?» gridò Peak, disperato. «L'East River si estende verso l'interno.»
«Per l'East River ci faremo venire in mente qualcosa. Per ora…»
In quel momento accadde qualcosa.
Più che sentire l'esplosione, Peak la percepì. Il pavimento tremò sotto i suoi piedi. Un cupo rimbombo sembrò pervadere l'aria. Le onde sonore percorsero tutta Manhattan come un terremoto.
«È esploso qualcosa», disse Peak.
«Vada e s'informi. Tra dieci minuti voglio un rapporto.»
Peak imprecò e corse alla finestra, ma non vide nulla. Fece un ce
Guardò verso sinistra, seguendo il corso del fiume.
Molte persone correvano verso l'ospedale. A circa un chilometro, vide salire in cielo un gigantesco fungo di fumo. Da quelle partì c'era il quartier generale delle Nazioni Unite. In un primo momento, Peak pensò che fosse saltato in aria. Poi si rese conto che la nube saliva da un punto più all'interno della città.
Si levava dall'accesso del Queens Midtown Tu
Il tu
Peak pensò alle macchine ferme ovunque, incastrate l'una nell'altra, finite nelle vetrine o contro i lampioni perché gli uomini alla loro guida erano stati infettati e avevano perso i sensi. Intuì che cos'era successo nel tu
Ritornò di corsa nell'edificio, attraversò l'atrio e raggiunse la sua jeep sulla 1st Avenue. Era difficile muoversi con la tuta protettiva, perché bisognava stare attenti a non impigliarsi in qualcosa e a non strapparla. Comunque riuscì a infilarsi nella jeep aperta, che partì subito a tutta velocità.
In quel preciso istante, al terzo piano dell'ospedale, morì Bo Henson, lo spedizioniere che voleva fare concorrenza alla FedEx. I coniugi Hooper erano già morti da alcune ore.
Vancouver Island, Canada
«Cosa diavolo state facendo al Whistler?»
Avrebbe dovuto essere un ritorno temporaneo nella normalità, ma naturalmente non era stato così. Dopo giorni di assenza, Anawak si trovava nella Davies Whaling Station e guardava Tom Shoemaker e Alicia Delaware che, per l'occasione, si erano scolati due lattine di Heineken. Dato che non c'erano state richieste per fare escursioni nell'entroterra, Davie aveva temporaneamente chiuso la stazione. Nessuno aveva voglia di osservare gli animali. Se le balene erano andate fuori di testa, cosa mai poteva succedere agli orsi bruni? Se l'Europa era stata travolta da uno tsunami, cosa rischiava la costa del Pacifico? La maggior parte dei turisti aveva lasciato Vancouver. Shoemaker continuava a svolgere il ruolo di direttore amministrativo, almeno finché era possibile.
«Vorrei proprio sapere che cosa fate», continuò a brontolare.
Anawak scosse la testa. «Smettila, Tom. Ho promesso di tenere la bocca chiusa, quindi parliamo d'altro.»
«Perché tutte queste scene? Perché non puoi dire a cosa state lavorando?»
«Tom…»
«Vorrei sapere se devo portare il mio culo via da qui», continuò Shoemaker. «A causa di uno tsunami o di qualche altra diavoleria.»
«Nessuno parla di uno tsunami.»
«No? Stronzate! Anche se voi non dite niente, si è diffusa la voce che potrebbe succedere. La gente non è cretina, Leon. Da New York arrivano sconcertanti storie horror di un'epidemia, in Europa la gente muore, le navi spariscono… Tutte queste cose non restano nascoste.» Si chinò in avanti e fece un ce
Alicia bevve una lunga sorsata dalla lattina e si asciugò la bocca. «Non seccare Leon. Se lo ha
Portava un nuovo paio di occhiali, con le lenti rotonde color arancione. Anawak si accorse che aveva fatto qualcosa ai capelli. Erano meno ricci e le cadevano sulle spalle in onde che sembravano di seta. A dire la verità, era carina, nonostante i denti troppo grandi. Molto carina, addirittura.
Shoemaker sollevò le braccia e le fece ricadere in grembo con un gesto sconsolato. «Dovete prendermi con voi. Davvero, Leon. Potrei essere d'aiuto. Qui non posso fare altro che gironzolare e togliere la polvere dalle guide.»
Anawak a
Probabilmente aveva ragione lei.
Fece vagare lo sguardo nel negozio. Di colpo si accorse che, nel giro di pochi giorni, la stazione gli era diventata completamente estranea. Quella non era la sua vita. Dalla sua riconciliazione con Greywolf, molte cose erano cambiate. Anawak intuiva che davanti a lui c'era qualcosa di decisivo, qualcosa che avrebbe ribaltato completamente la sua esistenza. Si sentiva come un bambino su un ottovolante: improvvisamente si rendeva conto che il vagone si era messo in moto e iui non poteva più scendere. Il timore — talvolta persino il terrore — si univa a un'euforia indescrivibile e a un senso di attesa pieno di curiosità. La stazione lo aveva rinchiuso in una sorta di bastione e adesso gli sembrava di essere all'aperto, nudo e senza protezioni. Era come se nella sua vita mancasse uno spazio, una porta che conducesse nella stanza vicina, consentendo di chiudere fuori il mondo. Sentiva su di sé una pressione molto intensa, forse addirittura eccessiva, violenta. «Dovrai continuare a spolverare le tue guide», disse. «Sai bene che il tuo posto è qui e non in un gruppo di esperti, dove saresti immediatamente a
Shoemaker lo guardò. «Non fingi nemmeno di darmi una piccola motivazione?» chiese.
«No. A quale scopo? Sono io quello che deve tenere la bocca chiusa e non può raccontare nulla ai suoi amici. Perché non provi a motivarmi tu?»
Shoemaker rigirò tra le mani la lattina di birra. Poi sorrise. «Quanto resti?»
«Finché voglio», rispose Anawak. «Ci trattano come pascià, abbiamo a disposizione l'elicottero ventiquattr'ore su ventiquattro. Devo solo chiamare.»
«Accidenti, ti leccano davvero il culo!»
«Sì, lo fa
«Puoi lavorare anche qui. Okay, ti do una motivazione. Stasera vieni a cena da me. Avrai una bistecca gigante. La cucinerò io stesso finché non sarà bella e gustosa come il peccato.»
«Mi sembra un'idea invitante», interve
Shoemaker le lanciò un'occhiata indefinibile. «Anche tu puoi venire», disse.
Lei non rispose. Anawak si chiese che cosa fosse successo durante la sua assenza, ma preferì lasciar perdere e promise di arrivare alle sette. Poco dopo, la compagnia si sciolse. Shoemaker si mise in viaggio per Ucluelet, dove avrebbe incontrato Davie. Anawak percorse la strada principale verso la sua barca, in compagnia di Alicia. Era contento che lei fosse lì. In un certo senso, quella seccatrice gli era mancata.
«Cosa voleva dire Tom?» le chiese.
Alicia finse di non capire. «Di che parli?»
«Dell'invito per la bistecca. Dal modo in cui l'ha detto sembrava non gradire la tua compagnia.»
Alicia era imbarazzata. Arrotolò intorno alle dita una ciocca di capelli e arricciò il naso. «Sì, nei giorni scorsi è successa una cosa. Lo sai anche tu, la vita riserva sempre qualche sorpresa, no? E talvolta si rimane di stucco.»
Anawak si fermò e la guardò. «E allora?»