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13 marzo

Costa norvegese e mar di Norvegia

Sigur Johanson non vedeva e non sentiva Tina Lund da una settimana. Nel frattempo, aveva sostituito un professore ammalato e tenuto qualche lezione in più del previsto. Era stato anche impegnato nella stesura di un articolo per il National Geographic e si era occupato delle nuove forniture per la sua enoteca; per farlo, aveva ripreso la corrispondenza, interrotta da tempo, con un conoscente di Riquewihr, in Alsazia, un rappresentante della rinomata enoteca Hugel Fils in possesso di alcuni vini rari che Johanson prevedeva di regalarsi per il suo complea

Nove giorni dopo il loro incontro, finalmente Tina lo chiamò. Sembrava di ottimo umore.

«Pare proprio che ti sia rilassata», constatò lui. «Devo preoccuparmi della tua obiettività scientifica?»

«Forse», rispose Tina, tutta allegra.

«Spiegati.»

«Più tardi. Ascolta, domani la Thorvaldson sarà sul margine continentale e calerà un robot. Vuoi esserci?»

«Al mattino sono impegnato. I miei studenti devono prendere confidenza col sex appeal dei solfobatteri», disse lui.

«È un peccato. La nave salpa proprio al mattino.»

«Da dove?»

«Da Kristiansund.»

Kristiansund si trovava circa un'ora di macchina a sud-ovest di Trondheim, su una costa rocciosa battuta dal vento e dalle onde. Dal vicino aeroporto partivano gli elicotteri per le piattaforme di produzione, che si allineavano lungo lo zoccolo continentale norvegese. Solo al largo della Norvegia c'erano settecento piattaforme per l'estrazione del petrolio e del gas.

«Non posso raggiungerla dopo?» propose Johanson.

«Sì, forse», mormorò Tina dopo un istante di silenzio. «Non è una cattiva idea. Anzi, adesso che ci penso, potremmo andarci insieme. Che cosa fai dopodomani?»

«Nulla che non possa rinviare.»

«Affare fatto. Andiamo insieme e passiamo la notte sulla Thorvaldson. Avremo tutto il tempo per le osservazioni e per le analisi.»

«Ho capito bene? Vuoi venire con me?» domandò stupito Johanson.

«Certo. Io… Sì, insomma, potrei trascorrere una mezza giornata, sulla costa e tu potresti raggiungermi nel primo pomeriggio. Poi voliamo insieme sulla piattaforma petrolifera Gullfaks e da lì prendiamo il transfer per la Thorvaldson», propose lei.

«Mi piace quando segui l'impulso del momento. Ma potrei sapere perché complichi le cose?»

«Come? Te le sto rendendo più facili, no?»

«Appunto. Le stai rendendo più facili a me. Tu potresti essere a bordo già domattina», disse Johanson.

«Sono contenta di farti compagnia.»

«Che affascinante bugiarda. Okay. Allora, tu sei sulla costa. Dove ti trovo?» chiese lui.

«A Sveggesundet», rispose Tina.

«Mio dio! Quel buco di paese! Perché proprio Sveggesundet?»

«È carino, invece. Ci troviamo al Fiskehuset. Sai dov'è?»

«Ho esplorato a sufficienza la zona per conoscere i pochi elementi di civiltà presenti a Sveggesundet. Non è il ristorante sulla costa vicino alla vecchia chiesa di legno?»

«Proprio quello.»

«Alle tre?»

«Alle tre va benissimo. All'elicottero ci penso io. Verrà a prenderci direttamente là.» Tina fece una pausa, quindi chiese: «Ti sono arrivati i risultati delle analisi?»

«Purtroppo no. Probabilmente arrivera

«Sarebbe perfetto.»

«Ci sara

Chiusero la conversazione. Johanson aggrottò la fronte. Rieccolo, il verme. Ritornava in primo piano e richiedeva tutta la sua attenzione.

In effetti era sorprendente che in un ecosistema da tempo conosciuto comparisse improvvisamente una nuova specie. I vermi in sé non avevano nulla di preoccupante. Non a tutti piacevano, ma se gli uomini diffidavano di collettività organiche c'era una spiegazione psicologica. A parte quello, i vermi erano molto utili.

Ha senso che siano lì, pensò Johanson. Se sono davvero imparentati coi vermi del ghiaccio, allora vivono grazie al metano, anche se indirettamente. E giacimenti di metano si trovano su tutta la scarpata continentale, anche davanti alla Norvegia.

Però restava una faccenda singolare.

Le analisi dei tassonomi e dei biochimici avrebbero risposto a tutte le domande. Tuttavia, finché non c'erano i risultati, lui poteva dedicarsi a scegliere tra i Gewürztraminer di Hugel. Al contrario dei vermi, in genere semplici da identificare, trovare il vino giusto era molto difficile, specialmente per certe a

Il giorno seguente, quando Johanson entrò nel suo ufficio, trovò due lettere con le analisi tassonomiche. Soddisfatto, scorse velocemente i risultati, con l'intenzione di metterli subito da parte. Invece li rilesse con maggiore attenzione.

Strani animali, in effetti.

Infilò tutto nella borsa e andò a lezione. Due ore dopo, era sulla jeep e stava attraversando il paesaggio collinare e i fiordi in direzione Kristiansund. Ormai era iniziato il disgelo. Gran parte della neve era sparita, lasciando posto a una campagna nera e marrone. In quei giorni, le condizioni meteorologiche rendevano difficile la scelta dell'abbigliamento. All'università, metà del personale era raffreddato. Johanson si era premunito e aveva preparato una valigia che forse era troppo pesante per il volo in elicottero, ma non aveva voglia di prendersi un raffreddore sulla Thorvaldson, e soprattutto non tollerava che la scelta del suo abbigliamento fosse dettata dal mezzo di trasporto. Tina l'avrebbe preso in giro nel vederlo con tutto quel bagaglio, ma non gli importava. Se fosse stato possibile, si sarebbe portato anche una sauna da viaggio. Inoltre nel suo bagaglio c'erano alcune cose che sarebbero state senza dubbio utili durante una notte su una nave in compagnia di una do

Johanson guidava lentamente. Avrebbe potuto raggiungere Kristiansund in un'ora, ma la fretta non faceva per lui. A metà percorso, la strada costeggiava l'acqua e procedeva lungo una serie di ponti, pertanto lui si gustò la vista di quel panorama selvaggio. Nei pressi di Halsa, imboccò la strada che passava sui fiordi, scorgendo vari ponti che attraversavano l'acqua color ardesia. La stessa Kristiansund sorgeva su diverse isole. Superò la città e passò sull'isola di Averoy, un luogo carico di storia, giacché era stato uno dei primi a essere abitato subito dopo l'ultima glaciazione. Sveggesundet, un pittoresco villaggio di pescatori, sorgeva sulla punta estrema dell'isola. Durante l'alta stagione, era invaso da eserciti di turisti e le barche viaggiavano senza sosta tra le isole. In quel momento c'era poca gente, ma già s'intravedeva l'attesa dell'imminente estate, foriera di guadagni.

Dopo due ore di viaggio, svoltò nel parcheggio ghiaioso del Fiskehuset, un ristorante la cui terrazza offriva una bella vista sul mare. Era chiuso e non c'era anima viva. Tina era seduta a un tavolo di legno, all'aperto, incurante del freddo, ed era in compagnia di un giovane che Johanson non conosceva. Il modo in cui i due se ne stavano vicini sulla panca gli fece però sorgere un sospetto. Si avvicinò e tossicchiò. «Sono in anticipo?»

Lei sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi c'era uno straordinario luccichio. Johanson osservò l'uomo che le stava vicino — un trente

Lei fece le presentazioni. «Kare Sverdrup… Sigur Johanson.»

Il biondo sorrise a Johanson e gli tese la mano destra. «Tina mi ha raccontato molte cose di lei.»

«Spero nulla che la possa inquietare.»

Kare sorrise. «Al contrario, so che lei è un intrattenitore straordinariamente affascinante.»

«Un vecchiaccio straordinariamente affascinate», lo corresse Tina.

«Un libidinoso vecchiaccio», completò Johanson. Si sedette sulla panca di fronte ai due, sollevò il colletto della giacca a vento e appoggiò vicino a sé la borsa contenente le analisi. «La parte tassonomica. Molto esauriente. Posso fare una sintesi, se vuoi.» Guardò Kare. «Non vorremmo a

Tina gli gettò un'occhiataccia.

«Capisco.» Johanson aprì la borsa e tirò fuori le buste. «Allora, ho mandato uno dei tuoi vermi al Forschunginstitut di Francoforte e un altro allo Smithsonian Institute: ci lavorano i migliori tassonomi che io conosca e sono specialisti nel campo dei vermi. Un altro verme è andato a Kiel, per essere analizzato col microscopio elettronico a scansione lineare, ma non ho ancora i risultati. Manca anche l'analisi dello spettrometro di massa. Anzitutto ti posso dire su che cosa sono d'accordo gli esperti.»

«Davvero?»

Johanson si appoggiò allo schienale e accavallò le gambe. «Sono d'accordo sul fatto che non sono d'accordo.»

«Illuminante.»

«Sostanzialmente ha

«Il mangiametano?»

«La definizione non è corretta, mia cara, ma fa lo stesso. Questa è la prima parte. La seconda è che le mascelle enormemente pronunciate e le numerose file di denti fa

«Perché?»

«Perché ai vermi del ghiaccio non servono apparati tanto grandi. È vero che ha

Kare ridacchiò, imbarazzato. «Mi scusi, dottor Johanson, io non capisco molto di questi animali, però m'interessano. Perché non ha

«Perché vivono in maniera simbiotica», spiegò Johanson. «Assumono batteri che a loro volta vivono negli idrati di metano…»

«Negli idrati?» chiese Kare.

Johanson gettò una fugace occhiata a Tina e lei scrollò le spalle, borbottando: «Spiegaglielo».

«È semplice. Forse ha sentito dire che gli oceani sono pieni di metano», cominciò.

«Sì, in questo periodo non si legge altro.»

«Il metano è un gas. Si trova in grandi quantità sul fondale marino lungo la scarpata continentale. La superficie del fondale è gelata. Acqua e metano si uniscono in una sorta di ghiaccio, che resiste solo se sottoposto a pressioni elevate e basse temperature. Ecco perché si trova solo a una certa profondità. Questo ghiaccio si chiama 'idrato di metano'. Fin qui tutto chiaro?»

Kare a

«Bene. Nell'oceano ci sono batteri ovunque. Alcuni assimilano il metano: lo mangiano e separano l'acido solfidrico. È vero che i batteri sono microscopici, però la loro quantità è tale che essi ricoprono il fondale marino come un tappeto. Infatti parliamo di 'tappeti di batteri'. Questi tappeti si trovano prevalentemente dove ci sono idrati di metano. Domande?»

«Non ancora», disse Kare. «Presumo che ora entrino in gioco i vermi.»