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11 maggio
Château Whistler, Canada
Coi cambiamenti ci si poteva sempre aggiustare.
Lui almeno ci riusciva. Per quanto soffrisse a causa della perdita della casa, riusciva comunque a vivere. La fine del suo matrimonio aveva dato inizio a quel modo di vedere le cose. Poi c'era stato il trasferimento a Trondheim e l'avvio di nuove relazioni — pochissime, per la verità -, ma nulla l'aveva coinvolto emotivamente. Johanson aveva un concetto ben preciso di benessere e piacere, e tutto ciò che non vi corrispondeva poteva essere tranquillamente consegnato alla pattumiera della storia. Con gli altri condivideva solo la superficie, l'intimità la teneva per sé. Stava bene così.
In quel momento, nelle prime ore del mattino, ripensava agli avvenimenti meno gradevoli del suo passato. Dopo essersi svegliato, era rimasto nel letto, con gli occhi chiusi, a osservare il mondo dalla prospettiva del suo ego smisurato e a riflettere sulle persone che avevano fatto parte della sua vita e che erano crollate di fronte al cambiamento.
Sua moglie.
Col tempo, s'imparava che la vita apparteneva solo a se stessi e che soltanto noi potevamo influenzarla. Ma quando lui l'aveva lasciata, lei aveva dovuto imparare che nulla le apparteneva e che l'autodeterminazione era del tutto illusoria. Aveva cercato di convincerlo a restare, aveva imprecato, gridato, mostrato comprensione, ascoltato pazientemente. Aveva chiesto comprensione e toccato tutti i tasti, ma alla fine era stata piantata. Si era ritrovata impotente, spodestata, gettata fuori dalla loro vita comune come da un treno in corsa. Privata di ogni forza, aveva smesso di credere che i suoi sforzi potessero servire a qualcosa. Aveva perso. La vita era un gioco d'azzardo.
Anche se non mi ami più, non puoi almeno fingere che mi ami ancora? gli aveva detto.
Credi che staresti meglio? le aveva chiesto lui.
No, era stata la sua risposta. Sarei stata meglio se tu non mi avessi mai amato.
Bisognava sentirsi in colpa se i propri sentimenti cambiavano? I sentimenti andavano oltre la colpa o l'i
Johanson aprì gli occhi.
Per lui i cambiamenti erano sempre stati un elisir vitale. Per lei erano la fine della vita. A
Ma adesso era tornata.
Adesso si chiamava Tina Lund e lo perseguitava, con quel viso bello e pallido. Da allora si prefigurava tutte le varianti. Ogni volta ricominciava da capo. L'aver fatto l'amore quella sera al lago, per esempio. Forse sarebbe andato tutto diversamente. Avrebbero passato più tempo insieme. Forse lei l'avrebbe seguito alle Shetland. Altrettanto facilmente, andare a letto insieme avrebbe rovinato tutto e, a quel punto, lui sarebbe stato l'ultimo cui avrebbe chiesto consigli. Per esempio, il consiglio di andare a Sveggesundet. In un caso o nell'altro, Tina sarebbe stata ancora viva.
Continuava a ripetersi che quei pensieri non avevano senso.
Eppure continuavano a girargli nella testa.
Nella stanza entrava la prima luce del sole. Aveva lasciato le tende aperte, com'era sua abitudine. Una camera da letto con le tende tirate gli era sempre sembrata una cripta. Pensò di alzarsi e andare a fare colazione, ma non aveva voglia di muoversi. La morte di Tina lo colmava di tristezza. Non era i
Ma ormai a che cosa serviva rimuginare?
Prima o poi morirò anch'io, pensò. Da quando Tina era scomparsa tra i flutti, Johanson pensava spesso alla morte. Non si era mai sentito vecchio. Ora, però, aveva l'impressione che la provvidenza gli avesse stampato addosso una scritta del tipo DA CONSUMARSI PREFERIBILMENTE ENTRO…, come un vasetto di yogurt che si guardava con attenzione e poi si rimetteva giù, perché la scadenza era imminente. Aveva cinquantasei a
In quella vita, due do
Karen Weaver era viva.
Gli ricordava Tina Lund. Era chiusa, d'indole più seria e assai meno frenetica. In compenso, era altrettanto forte, decisa e impaziente. Dopo che erano riusciti a sfuggire all'onda gigante, lui le aveva esposto la sua teoria e lei gli aveva spiegato il lavoro di Lukas Bauer. Poi Johanson era tornato in Norvegia e si era ritrovato nell'elenco dei senzatetto, ma gli edifici dell'NTNU erano ancora in piedi. Era stato sommerso dal lavoro, finché non aveva ricevuto una telefonata dal Canada, cosa che gli aveva impedito di andare al lago. La proposta di far entrare nel team Karen Weaver era stata sua, sostenuta dal fatto che lei conosceva meglio di chiunque altro il lavoro di Bauer ed era in grado di svilupparlo. Ma lui aveva anche altri motivi. Senza l'elicottero non sarebbe sopravvissuta all'ondata. In un certo senso, l'aveva salvata. Karen gli dava l'assoluzione per il fallimento con Tina, e lui era deciso a mostrarsene degno. In futuro, si sarebbe curato di lei e per quello era un bene saperla nelle vicinanze.
Alla luce del sole, il passato sbiadì. Johanson si alzò, andò a fare la doccia, e alle 6.30 si presentò al buffet. Scoprì di non essere l'unico mattiniero. Nella sala spaziosa c'erano soldati e agenti segreti che bevevano caffè, mangiavano frutta e muesli e parlavano a bassa voce. Johanson riempì un piatto di pancetta e uova strapazzate e si mise alla ricerca di un volto noto. Gli sarebbe piaciuto fare colazione con Bohrma
Johanson la osservò. Judith Li esercitava su di lui un fascino indefinibile. Valutò che fosse meno giovane di quanto sembrava. Con un po' di make-up e il vestito giusto sarebbe stata senza dubbio al centro di ogni party. Si chiese cosa bisognasse fare per andare a letto con lei, ma probabilmente era meglio non provarci neppure. Judith Li non sembrava un do
Judith sollevò la testa. «Buongiorno, dottor Johanson», lo salutò. «Dormito bene?»
«Come un bambino.» Si avvicinò al tavolo. «Come mai fa colazione da sola? La solitudine dei superiori?»
«No, sto rimuginando su alcuni problemi.» Sorrise e lo fissò con quei suoi incredibili occhi acquamarina. «Mi faccia compagnia, dottore. Mi piace avere intorno persone che ha
Johanson si accomodò. «Cosa glielo fa pensare?»
«È evidente.» Appoggiò i documenti. «Caffè?»
«Volentieri.»
«Lo ha rivelato ieri alla conferenza. Finora nessuno degli scienziati è riuscito a vedere oltre il proprio campo di specializzazione. Shankar si lambicca il cervello sui rumori degli abissi che non riesce a classificare; Anawak si chiede che cosa sia successo alle sue balene… benché, probabilmente, sia l'unico che riesca ad allargare il pensiero oltre la propria sfera di competenza. Bohrma
«Be', non è poco.»
«Ma nessuno di loro ha sviluppato una teoria che metta tutto in relazione.»
«Ora ce l'abbiamo», disse Johanson con aria indifferente. «Sono i terroristi arabi, no?»
«Lo crede anche lei?»
«No.»
«Allora che cosa crede?»
«Credo che avrò bisogno di un paio di giorni prima di dirglielo.»
«Non ne è ancora certo?»
«Quasi.» Johanson sorseggiò il caffè. «Ma è un tema delicato. Il suo Vanderbilt si è convinto che si tratti di terrorismo. Voglio coprirmi le spalle prima di esporre le mie ipotesi.»
«E chi dovrebbe coprirla?»
Johanson appoggiò la tazza del caffè. «Lei.»
Judith Li non sembrò particolarmente sorpresa. Rimase per un momento in silenzio, poi disse: «Se mi vuole convincere di qualcosa, forse dovrei sapere che cos'è».
«Sì.» Johanson sorrise. «Al momento opportuno.»
La do
Johanson fissò il raccoglitore, immaginando una nuova onda anomala. «Perché?»
«Cosa direbbe se lungo la costa di Long Island stessero uscendo dal mare miliardi di granchi bianchi?»
«Direi che sta
«Buona idea. Per quale azienda?»
«Che sta succedendo?» disse Johanson, ignorando la sua domanda. «Che cosa fa
«Non ne siamo ancora sicuri. Ma pensiamo a qualcosa di simile agli astici bretoni in Europa. Diffondono un'epidemia. Può rientrare nella sua teoria, dottore?»
Johanson rifletté, poi disse: «Qui in zona c'è un laboratorio chiuso ermeticamente in cui esaminare gli animali?»
«Ne abbiamo allestito uno. A Nanaimo. Ci sta
«Esemplari vivi?»
«Non so se siano ancora vivi. So soltanto che erano vivi quando sono stati catturati. In compenso sono già morte molte persone. Shock anafilattico. Sembra si tratti di un veleno con effetto ancora più rapido di quello delle alghe diffuse in Europa.»
Per un momento Johanson rimase in silenzio. «Ci vado», disse poi.
«A Nanaimo?» Judith Li a
«Mi dia ventiquattr'ore.»
Judith si morse le labbra e rifletté per qualche secondo. «Ventiquattr'ore. Non un minuto di più», replicò.
Nanaimo, Vancouver Island