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Esattamente come l’antica mappa aveva indicato.
Jon Webster scosse il capo, pensando, Avrei dovuto saperlo che ci sarebbe stata. La mappa aveva ragione. La mappa ricordava. Siamo stati noi a dimenticare… a dimenticare, o a non avere mai saputo, o a non averci mai pensato. Forse a non averci mai dato importanza. E sapeva che quest’ultima ipotesi doveva essere quella giusta, perché loro non se ne erano mai curati. Perché loro non ci avevano mai pensato.
Anche se, probabilmente, pochissimi oltre a lui avevano mai saputo dell’esistenza di quella cripta. Non l’avevano mai saputo perché era bene che pochi, pochissimi sapessero. Il fatto che essa non fosse mai stata usata non spiegava il suo abbandono. Doveva esserci stato un giorno, un tempo…
Fissò il pa
«Difesa,» aveva detto la mappa, e questo era stato tutto.
Difesa! Certo, avrebbe dovuto esserci una difesa, in quei giorni lontani di mille a
Webster rimase ritto e immobile di fronte al pa
Allungò la mano, e l’appoggiò alla parete di pietra, e sentì il freddo viscido, lo strisciare sottile della polvere sotto la sua carne.
Le fondamenta dell’impero, pensò. I sotterranei dell’impero. La pietra più nascosta e segreta, la prima pietra della costruzione torreggiante che svettava in tutta la sua forza orgogliosa sulla superficie, sopra di lui, molto in alto… un grande edificio che nei tempi antichi aveva pulsato e brulicato di vita e di lavoro, della vita e del lavoro di un intero sistema solare, un impero non nel senso della conquista, ma un impero di ordinati rapporti umani basati sul rispetto reciproco e sulla comprensione e sulla tolleranza.
La sede del governo umano avrebbe guadagnato fiducia e tranquillità solo in virtù della consapevolezza psicologica dell’esistenza di una difesa adeguata e invalicabile. Perché doveva trattarsi di una difesa adeguata e sicura, era necessario che fosse così. Gli uomini di quei tempi non correvano rischi, non trascuravano nessuna possibilità. Si erano formati a una scuola dura, e sapevano come procedere e dove procedere e quali mezzi impiegare per procedere con più sicurezza.
Lentamente, molto lentamente, Webster si voltò, e abbassò lo sguardo per fissare le orme che i suoi piedi avevano tracciato nella polvere. Silenziosamente, muovendosi con prudenza, seguendo la pista che lui aveva tracciato, Webster lasciò la cripta, chiuse alle sue spalle la porta massiccia e fece scattare la serratura dalla combinazione automatica che aveva conservato per tanti secoli quel riposto segreto.
Salendo per la scala a spirale, pensò, Adesso posso scrivere la mia storia. I miei appunti sono quasi completi, e so come devo procedere, e so quali argomenti trattare. Sarà un’opera brillante ed esauriente, e potrebbe anche essere interessante, se qualcuno volesse leggerla.
Ma sapeva che nessuno l’avrebbe letta. Sapeva che nessuno avrebbe voluto perdere tempo a leggerla. Sapeva che nessuno se ne sarebbe curato.
Per un lungo istante Webster si fermò sull’ampia scalea di marmo che adornava la sua casa, e guardò la strada. Una bella strada, si disse, la più bella strada di tutta Ginevra, con i suoi grandi viali alberati, le sue aiuole fiorite, i marciapiedi che brillavano stupendi, accuditi notte e giorno dai robot che non si stancavano mai di lavorare.
Non si vedeva nessuno per la strada, e questo non era strano. I robot avevano terminato il loro lavoro presto, quel giorno, e c’erano pochi uomini.
Dall’alto di qualche cima d’albero un uccello fece udire la sua canzone, e la canzone era una nota che si fondeva col canto del sole e dei fiori, una canzone felice che sgorgava da una gola ardente, una canzone che vibrava e tremava di una gioia senza confini.
Una grande, bella strada addormentata sotto il sole, e una grande città orgogliosa che aveva perduto il suo scopo. Una strada che avrebbe dovuto essere piena di bambini spensierati e di coppie d’i
Un uccello cantava e un uomo indugiava sulla scalea di marmo e guardava i tulipani che chinavano il capo beatamente al passaggio della lieve brezza profumata che accarezzava le strade.
Webster si voltò e aprì la porta, e varcò la soglia.
La sala era silenziosa e sole
Webster attraversò lentamente la stanza e i suoi passi non si udirono nel silenzio. I tappeti, pensò, i tappeti proteggono la quiete di questo luogo. Randall voleva rifare anche questa stanza, anche il mio studio, ma io non gli ho permesso di toccarlo e ne sono lieto. Un uomo deve conservare qualcosa di antico, qualcosa a cui si possa aggrappare, qualcosa che rappresenti un’eredità e una missione e una promessa.
Raggiunse la sua scrivania, sfiorò col dito un soprammobile, e la luce si accese. Lentamente, sedette su una poltrona, allungò la mano per prendere un incartamento di appunti. Lo aprì e lesse la prima pagina, dove figurava il titolo: «Studio dello Sviluppo Funzionale della Città di Ginevra.»
Un bel titolo. Dignitoso ed erudito. E tanto, tanto lavoro. Venti a
Qualcosa frusciò. Non furono dei passi, ma un fruscio, la sensazione che qualcuno era vicino. Webster sollevò lo sguardo. Un robot era in piedi, appena fuori del circolo di luce che irradiava dalla scrivania.