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NOMI

Arha ricondusse Manan attraverso i tortuosi percorsi, nell’oscurità, e lo lasciò nella tenebra della cripta, a scavare la fossa che doveva comprovare a Kossil l’avvenuta punizione del ladro. Era tardi, e lei andò direttamente nella Casa Piccola, a letto. Nella notte, si svegliò all’improvviso: ricordò di aver lasciato il mantello nella Camera Dipinta. Lui aveva solo la corta mantellina per riscaldarsi in quella cripta umida, né altro letto che la pietra polverosa. Una fredda tomba, una fredda tomba, pensò dolorosamente Arha; ma era troppo stanca per svegliarsi del tutto, e ben presto ripiombò nel so

Si svegliò. L’argilla le ostruiva la bocca. Giaceva in una tomba di pietra, sottoterra. Aveva le braccia e le gambe avviluppate nel sudario, e non poteva muoversi né parlare.

La disperazione dive

Veramente sveglia, questa volta, si sollevò a sedere, esausta dai sogni della notte, con la mente obnubilata. Indossò le vesti, e poi andò alla cisterna del cortile recintato della Casa Piccola. Immerse le braccia e il volto, e poi tutta la testa, nell’acqua gelida, finché tutto il corpo sussultò per il freddo, e il sangue riprese a scorrere tumultuoso. Poi, ributtando all’indietro i capelli sgocciolanti, si risollevò, e alzò lo sguardo verso il cielo mattutino.

Non era trascorso molto tempo dal levar del sole, ed era una bella giornata invernale. Il cielo era giallognolo, limpidissimo. Lassù in alto, così alto che rifletteva la luce del sole e ardeva come una pagliuzza d’oro, un uccello stava volando in cerchio, un falco o un’aquila del deserto.

—  Io sono Tenar — disse lei, ma non a voce alta; e tremava di freddo e di terrore e di esultanza, là sotto il cielo spalancato, inondato dal sole. — Ho riavuto il mio nome. Io sono Tenar!

La pagliuzza d’oro volteggiò verso occidente, verso le montagne, e scomparve alla sua vista. L’aurora indorava le gronde della Casa Piccola. Le campanelle delle pecore tinti

—  Ho tanta fame… Lui, come lo sapeva? Come sapeva il mio nome? Oh, devo andare a mangiare, ho tanta fame…

Rialzò il cappuccio, e corse a fare colazione.

Il cibo, dopo tre giorni di semidigiuno, le diede la sensazione di essere solida, come se la zavorrasse; non si sentiva più così stravolta e spensierata e spaventata. Si sentiva perfettamente capace di tener testa a Kossil, dopo colazione.

Si accostò alla figura alta e tozza, mentre uscivano dalla sala da pranzo della Casa Grande, e disse a voce bassa: — Ho liquidato il ladro… Che splendida giornata!

I freddi occhi grigi la guardarono in tralice, sotto il cappuccio nero.

—  Mi pareva che la sacerdotessa dovesse astenersi dal cibo per tre giorni, dopo il sacrificio umano.

Era vero. Arha l’aveva dimenticato, e il suo volto mostrava che aveva dimenticato davvero.

—  Non è ancora morto — disse infine, cercando di mantenere il tono indifferente che un attimo prima le era venuto così spontaneo. — È sepolto vivo. Sotto le tombe. In una bara. Ci sarà un po’ d’aria: la bara non è sigillata, è di legno. Morirà molto lentamente. Quando saprò che è morto, allora inizierò il digiuno.

—  E come lo saprai?

Confusa, Arha esitò di nuovo. — Lo saprò. I… i miei Padroni me lo dira

—  Capisco. Dov’è la tomba?

—  Nella cripta. Ho detto a Manan di scavarla sotto la Pietra Liscia. — Non doveva rispondere con tanta prontezza, in quel tono sciocco e conciliante: doveva conservare la sua dignità, parlando con Kossil.

—  Vivo e in una bara di legno. È molto pericoloso, con un incantatore. Padrona, ti sei assicurata che avesse la bocca tappata, in modo da non poter pronunciare sortilegi? Ha le mani legate? Quelli possono intessere incantesimi anche col movimento di un dito, perfino quando ha

—  Non c’è nulla di reale, nella sua magia: sono soltanto trucchi — replicò la ragazza, alzando la voce. — È sepolto, e i miei Padroni sta

Questa volta si era spinta troppo oltre. Altri potevano udire: Penthe e un paio di altre ragazze, Duby, e la sacerdotessa Mebbeth, tutti erano a portata di voce. Le ragazze erano tutte orecchi, e Kossil se n’era accorta.

—  Tutto ciò che avviene qui mi riguarda, padrona. Tutto ciò che avviene nel suo reame riguarda il re-dio, l’Uomo Immortale di cui io sono l’ancella. Lui cerca e scruta perfino nei luoghi sotterranei e nei cuori degli uomini, e nessuno può impedirglielo!

—  Io posso. Nelle tombe non viene nessuno, se i Senza Nome lo proibiscono. Loro esistevano prima del tuo re-dio, e continuera

Gli occhi delle ragazze brillavano. Il volto di Kossil era celato nelle pieghe del nero cappuccio. Penthe e le altre guardavano, atterrite e affascinate.

—  Loro sono vecchi — disse la voce di Kossil, sommessamente, un filo sibilante di suono che usciva dalle profondità del cappuccio. — Loro sono vecchi. Il loro culto è stato dimenticato, a eccezione di quest’unico luogo. Il loro potere è svanito. Sono soltanto ombre. Non ha

Si girò e si allontanò, con quel suo passo lento e pesante, schiacciando sotto i grossi piedi chiusi nei sandali l’erba stellata di brina, e si avviò verso le candide colo

La ragazza restò immobile, esile e scura, come se fosse radicata alla terra, nel cortile anteriore della Casa Grande. Nessuno si muoveva, nulla si muoveva, soltanto Kossil, in quell’immenso panorama del cortile e dei templi, delle colline e della pianura desertica e della montagna.

—  Che i Tenebrosi divorino la tua anima, Kossil! — gridò Arha, con una voce che era come il grido di un falco; levò il braccio con la mano protesa e irrigidita e scagliò la maledizione contro l’ingombrante schiena della sacerdotessa, mentre metteva il piede sulla gradinata del tempio. Kossil vacillò, ma non si arrestò e non si voltò. Proseguì, e varcò la porta del re-dio.

Arha trascorse tutta la giornata seduta sul gradino più basso del trono vuoto. Non osava entrare nel labirinto, e non voleva andare tra le altre sacerdotesse. Una pesantezza l’opprimeva e la tratteneva lì, un’ora dopo l’altra, nella fredda semioscurità della grande navata; Lei guardava le coppie di grosse colo