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Via dal sito degli scavi.
Via dalla nave delle sabbie.
Nel deserto.
7.
Avevo sentito dire che qualcuno lo aveva fatto, andarsene in preda al furore senza sapere quel che faceva. Thinta mi aveva detto che una volta l’avevo fatta tanto infuriare, con il mio vizio di rubare, che era caduta nella piscina senza prendere l’ossigeno, ed era finita diritta al Limbo.
Quando me ne resi conto, mi accorsi che non sapevo dov’ero, non sapevo niente di niente. Non c’era più traccia del sito degli scavi o della nave, né il suono dei rumorosi lavori di riparazione che erano ancora in corso quando me ne ero andata. C’era soltanto sabbia e sabbia scintillante, e un orizzonte di picchi neri e di tramonto incombente. Provai un momento di panico assoluto, gelido. Ero perduta. Poi provai un secondo momento di panico gelido e assoluto. L’ossigeno! Quella mattina avevo preso le solite quattro compresse, che mi sarebbero durate fino all’indomani. Ma poi? Oh, mi ero messa in una bella situazione.
Poi mi ve
E poi vidi qualcosa, qualcosa che si muoveva. Oh, no, pensai, ansimando, i piedi-a-sci mi inseguono. Mi chiesi a quale morte orrenda mi avrebbero conda
«Oh, ooma,» ansimai, «bravo, derisa
E tenendomelo ben stretto, peloso e consolatore, mi avviai lungo la traccia.
E proprio allora, naturalmente, doveva incominciare la tempesta di sabbia, no?
Ero così spaventata. Non si vedeva niente, non si poteva respirare. Mi sfilai la tunica trasparente e me l’avvolsi attorno alla faccia. In quel modo riuscivo a intravvedere qualcosa tra i ricami e la sabbia, e potevo respirare leggermente; con le compresse d’ossigeno, era abbastanza. Tentai di proteggere il bestiolino, ma lui mi si ra
Non dimenticherò mai il suono di quel vento carico di sabbia. Credo che lo sentirò per tutta la vita.
Alla fine la visibilità migliorò e mi tirai fuori. Ci fermammo lì, a guardarci intorno. Bene, se ero perduta prima, adesso lo ero ancora di più. Rimisi la tunica e cominciai a camminare senza meta. Ogni tanto ripetevo al bestiolino: «È inutile, a che serve?» e mi lasciavo cadere. E poi mi infuriavo con me stessa e dicevo: «Ma non troverò mai la nave se resto qui seduta, e potrei trovarla, se continuo a camminare.» E andavo avanti, fino a quando crollavo di nuovo.
C’era un gran buio e un gran silenzio. Non c’erano le stelle. E c’era quel colossale senso di attesa. Il bestiolino continuava ad alzare la testa e a fiutare l’aria.
Poi cominciarono i rombi, vicini eppure lontani. Mi chiesi, in preda a un confuso isterismo, se c’erano ancora draghi da quelle parti, o se i piedi-a-sci mostravano, di notte, una personalità nuova e particolarmente spaventosa. Ma in pratica era soltanto il tuono. E presto fu accompagnato da accecanti lampi verdi.
«La pioggia,» dissi al bestiolino, mentre il cuore mi scendeva alle ginocchia, ma lui era eccitato, e si divincolò fino a quando lo lasciai andare. Sfrecciò in giro e si rotolò nella sabbia.
«Bene, sono lieta che ti piaccia,» dissi.
Nei suoi bei tempi nel deserto, pensai, la pioggia era un grande evento: anche se non ne sapevo niente, avevo calcolato che accadesse solo ogni tre vrek, a giudicare da quel che aveva detto Assule.
Poi ci fu quel suono. Una specie di ticchettio sommesso, sommesso, come di minuscole zampe che battevano. Stavo pensando che era carino, disorientata com’ero, quando i cieli si aprirono e il deserto fu sommerso dall’acqua. La pioggia scrosciava e tuonava, ma ancora più forte era il coro di squittii e ululati e trilli eccitati che uscivano da milioni di piccole gole pelose, tutto intorno a me, nelle tane di sabbia e nei buchi della roccia, per celebrare il rito della pioggia. Nel diluvio era impossibile vedere lo scintillio degli occhi, ma io sapevo che c’erano. Il bestiolino prese in bocca una delle catenelle che portavo alle caviglie e, dolcemente ma con fermezza, mi trascinò in una specie di riparo tra le rocce. Un po’ tardi, comunque. Ero bagnata fradicia. Sono sicura che Quattro BEE potrebbe produrre stoffe impermeabili alla pioggia, ma là chi ne ha bisogno? L’unica pioggia è costituita da qualche goccia sparsa, dopo un sabotaggio dei Jang.
Il bestiolino barriva e barriva.
«Hai ragione tu,» dissi, tentando di asciugarmi la faccia bagnata con le mani bagnate. «È davvero bellissimo.»
Lo era davvero: l’acqua d’argento, il canto del deserto che beveva e beveva intorno a me. E dalle buche e dalle tane, veniva il canto della vita.
Non avrei mai pensato di riuscire a dormire con quel rumore e quel fastidio, ma dormii. Sognai che ero una do
Mi svegliò l’alba, come una pallida nota verde di musica tra le montagne, e mi levai a sedere, infreddolita, bagnata fradicia, e sola.
Adesso morirò, pensai, qui fuori, senza quei simpatici robot che mi porterebbero al Limbo, morirò di freddo e di fame e di carenza d’ossigeno, e di solitudine. Il bestiolino se ne era andato. «La pioggia è cessata, comunque,» dissi, congratulandomi, mentre uscivo dal covo nella roccia e cominciavo a vedere.
E poi per poco non morii, ma non per una delle ragioni che avevo pensato: per quello che c’era là fuori.
Non avevo mai visto una simile bellezza inaspettata. Non potevo immaginare che le dune, assetate d’acqua per tanta parte della loro vita, potessero rendere un simile ringraziamento per quella che per loro doveva essere stata solo una mezza tazza. Mi inchinai, mentalmente, davanti a quel prodigio.
Il deserto era fiorito.
Pensai che le rocce fossero di nuovo in fiamme, ma era la fiamma dei fiori, le scintille dell’erica eruttata dal suolo. I cactus erano cresciuti enormemente durante la notte, sbocciando in piogge di orchidee verdi. Tra le rocce vi erano pozze, che forse già si stavano asciugando, ma affollate di felci, stellate di petali cresciuti in pochi secondi, liberati dalla pioggia in dieci split. E l’erba delle sabbie ondeggiava. Guardai e in lontananza, in ogni direzione, vidi il porpora e il verde e l’oro, il peridoto degli steli agitati, non seta o vetro o raso d’acciaio, ma piume vive, una verzura che respirava. E anch’io respirai, profondamente, lentamente, perché la vegetazione mi aveva salvato la vita, mi aveva dato, in una notte di miracoli e d’argento, tutto l’ossigeno di cui i miei polmoni potevano avere bisogno.
Avanzai, dapprima i