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«Tu non comprendi,» disse.
«No, credo di no.»
«Non comprendi,» insistette lui, in tono patetico, «che non è importante il corpo in cui mi trovo? Sono sempre io.»
«Bene, mettiti in un corpo groshing e ti sposerò immediatamente,» dissi esasperata. «È una promessa.»
«No, no, no,» gemette Hatta. «Oh, senti, ooma. Ti voglio… voglio te. Sei stata cento corpi diversi: ti ho voluta come sei adesso, com’eri con quei capelli d’argento e le ante
E quasi lo capii. Davvero. Ma non sopportavo l’idea di fare l’amore con lui così com’era adesso.
«Vattene, Hatta,» scattai.
E lui se ne andò.
3.
E quella sera Quattro BEE fu sconvolta, stordita, abbagliata, sbalordita e sorpresa dalla notizia della Grande Spedizione Archeologica.
Le comunicazioni si incrociarono lampeggiando attraverso la città. Un «sintomo dei tempi,» dicevano: un «desiderio generale di uscire e di fare qualcosa!» Io conoscevo molto bene quella sensazione.
A quanto sembrava quell’uomo, un maschio anziano di BEE, aveva individuato quelle che secondo lui potevano essere antiche rovine, nel deserto tra BEE e BOO, ma molto lontano dalla rotta delle navi delle sabbie. Era molto probabile, perché ormai nessuno si addentrava nel deserto, se non per precipitarsi verso un’altra città, preferibilmente senza guardarsi intorno. Ma quel maschio — sembrava proprio un tipo eccentrico, eccitante — c’era proprio andato con il suo speciale avioplano privato… con i finestrini trasparenti! Aveva fatto non so che studi sulla storia pre-città, sulle guerre e sulle saghe e non so su che altro, e sulle civiltà che ne erano nate, come fenici sgargianti, nomadi e insediate nel deserto e così via.
Io rimasi affascinata, quando le notizie continuarono, a lungo. Finivano dicendo che questo supermaschio cercava volontari. Per poco non diventai zarada
I robot del Centro Comunicazioni furono molto premurosi. Mi misero in contatto diretto con quell’uomo, nella sua strana villa dalle lunghe colo
«Buonasera, Glar.» Lo capii al volo e irradiai entusiasmo, ma lui non reagì. Mi scrutò aggrottando la fronte.
«In cosa posso aiutarti?» chiese, come se il pensiero di aiutarmi lo gelasse dalla testa ai piedi.
«Ecco,» mormorai, rispettosa, «ho appena saputo della tua grosh… meravigliosa spedizione, e della tua richiesta di volontari.»
«Davvero,» fece lui.
Restammo seduti, a guardare l’uno l’immagine tridimensionale dell’altra.
«Bene,» dissi io, alla fine. «Mi offro volontaria.»
«Capisco.»
Oh, floopy farathoom, era proprio come chiaccherare con un Q-R.
«Senti,» dissi poi, dopo quella lunga pausa abominevole, «se hai bisogno di volontari, questo non è il sistema migliore per procurarteli, direi.»
«In effetti,» rispose in tono grandioso il Glar Assule, «il tipo di volontario che speravo di trovare non era certo uno dei Jang.»
Risi. No, risi davvero. La risata mi uscì spontaneamente dalla gola, come se avesse le ali. Lo detestavo, veramente. Dicendo questo, mi ributtava in faccia tutti i fallimenti dell’ultimo vrek.
«Non vuoi i Jang,» latrai. Lui sobbalzò. Quando mi ci metto, so essere davvero sconvolgente. «Perché no?»
«Non credo di essere tenuto a spiegarlo,» disse lui.
«Oh, sì che sei tenuto. Per normale educazione, oppure non l’hai mai sentita nominare?»
Lui diventò tutto impettito e pomposo, e a
«I Jang sono troppo irresponsabili, purtroppo, per lo studio serio che ho in mente.»
«Beh,» ribattei, «probabilmente non troverai altro che Jang. Siamo tutti molto droad,» adesso non mi importava di usare lo slang con lui, l’aveva meritato, «e a quanto pare abbiamo questo groshing entusiasmo giovanile che va sprecato. Personalmente, non riesco a pensare a niente di più simpatico che studiare un’antica rovina, in mezzo a quelle montagne nere così derisa
Beh, tanto non mi avrebbe mai accettata, quindi non c’era niente di male, ragionai, non appena la soddisfazione si dileguò e incominciai a rimproverare me stessa.
Ma poi ebbi una vera sorpresa. Parecchi mille
«Credo,» azzardò, «che la tua bruschezza giovanile indichi uno spirito energico, e dopotutto potrei assegnarti un posto nel mio gruppo.»
Ma io mi sentivo sadica.
«Oh, sì,» ribattei, «e quant’è grande il gruppo?»
Lui lanciò borbottii ed esclamazioni, ma finalmente arrivammo al dunque. C’erano altri tre. A quanto pareva, Assule aveva inviato messaggi personali per mille
Comunque, doveva essere uno scocciatore. Mi avrebbe accettata, disse, purché mi scusassi.
«Chiedo scusa,» dissi subito. Non m’importava affatto. Ma non potei resistere alla tentazione, di fare di nuovo quel segno, non appena la sua immagine scomparve, e di sibilare:
«No, non mi scuso affatto. Penso davvero ogni sillaba di quello che ho detto.»
Puerile, ma abbastanza soddisfacente.