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Nonostante questa spregiudicatezza di Gibson, Jimmy affrontò con sufficiente disinvoltura il discorso su di sé. La lezione si era arenata sullo scoglio delle equazioni integro-differenziali, e sia all’allievo sia al maestro a un certo momento era sembrato più opportuno cambiare completamente discorso. Gibson era in uno stato d’animo gaio, e nel chiudere i libri con un sospiro si volse a Jimmy:
«Non mi hai mai parlato di te, Jimmy. Si può sapere almeno di che parte dell’Inghilterra sei?»
«Di Cambridge… Perlomeno, è là che sono nato.»
«La conoscevo bene Cambridge, una volta, vent’a
«No. Quando avevo circa sei a
«Che cosa ti ha spinto a scegliere l’astronautica?»
«Non saprei nemmeno io. La scienza mi ha sempre interessato, il volo interspaziale è la grande avventura di questi a
«Perciò t’interessi al volo spaziale come a un problema puramente tecnico, non, come dire?, a qualcosa che potrebbe rivoluzionare il pensiero umano con la scoperta di sempre nuovi pianeti e via di seguito. È così?»
Jimmy rise.
«Credo che abbiate abbastanza ragione. Certo anche queste idee mi interessano, ma quello che veramente mi affascina è il lato tecnico. Anche se fossi sicuro che sui pianeti non c’è niente, sarei ugualmente desideroso di riuscire a raggiungerli.»
Gibson scosse la testa con finta disperazione.
«Finirai col diventare uno di quegli scienziati freddi e astrusi che sa
«Mi fa piacere che pensiate così di me» disse Jimmy pronto. «Ma perché v’interessate tanto di scienza?»
Gibson rise, ma nella sua voce c’era una punta d’impazienza mentre rispondeva: «Io m’interesso alla scienza unicamente come mezzo, non come fine.»
La conversazione si svolgeva in un’atmosfera talmente amichevole e l’interessamento appariva così autentico, che Jimmy se ne sentì compiaciuto, e questo lo spinse a parlare ancora più liberamente e con maggior disinvoltura.
Parlò della sua infanzia e della sua prima adolescenza, e Gibson si spiegò le nubi che di quando in quando sembravano oscurare il carattere del ragazzo, solitamente allegro. La madre di Jimmy era morta lasciandolo poco più che in fasce, e suo padre l’aveva affidato alle cure di una sorella sposata. La zia era stata sempre affettuosa con Jimmy, ma questi non si era mai sentito di casa fra i cugini: aveva sempre avuto la sensazione di essere un estraneo. Suo padre non gli era stato di grande aiuto, perché viveva quasi sempre all’estero, ed era morto quando il ragazzo aveva circa dieci a
«Non credo che i miei genitori fossero veramente i
«Capisco» disse Gibson con dolcezza, e sembrava che veramente sentisse quello che diceva. «Parlami ancora di tua madre.»
«Suo padre, cioè mio no
«Certo che m’interessa» disse Gibson con calore. «Continua.»
Sembrava uno dei tanti romanzetti fra studenti che fioriscono e muoiono nel breve volgere di un paio d’a
«Mia madre non si riebbe mai completamente dalla delusione patita» riprese Jimmy con voce grave, quasi intuisse, pur senza conoscerlo, il dramma materno. «Ma un altro studente era i
Gibson tentò di sorridere.
«Oh, niente… un piccolo attacco di nausea spaziale. Mi prende di tanto in tanto, ma passa subito.»
Ecco che il momento della collisione era giunto: vent’a
«Martin ha qualcosa» disse Bradley, firmando con un gran ghirigoro il registro delle segnalazioni. «Non può essere colpa di qualche notizia che ha ricevuto dalla Terra perché le ho lette tutte. Credi che soffra di nostalgia?»
«Ha lasciato il vecchio pianeta forse un po’ troppo avanti in età, se questa può essere una spiegazione» disse Norden. «Comunque arriveremo su Marte tra una quindicina di giorni.»
Un’occhiata di Bradley lo avvertì in tempo a non proseguire. Martin Gibson era entrato in quel momento, con un blocco per appunti in mano e l’aria di un cronista novellino al suo primo servizio.
«Allora, Owem, che cosa volevi farmi vedere?» domandò ansioso.
Bradley si avvicinò al quadro principale delle comunicazioni.
«Veramente non è una cosa straordinaria» disse, «però significa che abbiamo superato un’altra pietra miliare, e a pensarci mi fa sempre un certo effetto. Ascolta un po’.»
Girò la manopola del volume. La stanza fu inondata di fischi e di sibili, pareva il rumore di mille padelle sfrigolanti al momento di entrare in ebollizione. Era un rumore che Gibson aveva inteso infinite volte in quella cabina, e malgrado la sua invariabile monotonia era qualcosa che lo riempiva sempre di stupore e di meraviglia. Sapeva benissimo di stare ascoltando le voci delle stelle e delle nebulose, radiazioni che avevano iniziato il loro viaggio nell’infinito prima della nascita dell’Uomo. E nascosti nelle profondità di quel caos di scoppiettii e di sussurri potevano esserci, dovevano esserci, i suoni di civiltà lontanissime e ignote che parlavano tra loro attraverso gli oceani spaziali. Ma purtroppo le loro voci si perdevano senza possibilità di richiamo nel tumultuante sobbollimento d’interferenze cosmiche che la natura stessa aveva creato. Ma non era certo per ascoltare quei suoni che Bradley l’aveva fatto andare là. Con estrema delicatezza, la fronte aggrottata per la concentrazione, lo specialista eseguì alcune rilevazioni di frequenza col nonio.
«L’avevo captato un minuto fa… speriamo che non sia scomparso… ah, eccolo!»
A tutta prima Gibson non riuscì a distinguere alcun mutamento in quel bailamme di rumori. Poi notò che Bradley stava silenziosamente battendo il tempo con la mano, e piuttosto in fretta, al ritmo di due colpi al secondo.
Grazie a questa indicazione, Gibson sentì infine il fischio ondulato, infinitamente debole, che si faceva strada a fatica in mezzo alla tempesta cosmica.
«Che cos’è?» chiese, benché avesse già indovinato a metà.
«Il radiofaro di Deimos. Ce n’è uno anche su Phobos, ma non è così potente e non siamo in grado di captarlo. Quando saremo più vicini a Marte, riusciremo a fissarci nel raggio di poche centinaia di chilometri servendoci dell’uno e dell’altro. Per il momento siamo dieci volte più lontani dalla portata massima, però è sempre interessante sentire questi segnali.»