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«Così li ha trovati!» esclamai, stupito.
«Ne ha trovati due. Uno degli altri maschi del suo nido d’infanzia, A. Antibbe, e sua sorella, A. Darria.»
«Gli somigliavano?» domandai. Nella città abbandonata di Endymion, il vecchio poeta si serviva di androidi, ma io non avevo fatto molta attenzione a nessuno di loro, A. Bettik escluso: in quel momento troppe cose accadevano troppo in fretta.
«Molto» rispose Aenea. «Ma erano anche molto diversi. Forse A. Bettik te ne parlerà.»
Riprese il racconto. Dopo sei mesi standard di lavoro alla città-muraglia, avevano dovuto andare via da Groombridge Dyson D.
«La Pax?»
«La Commissione per la giustizia e la pace, a essere precisi. Non volevamo andarcene, ma non avevamo scelta.»
«Cos’è la Commissione per la giustizia e la pace?» Qualcosa, nel modo come Aenea aveva pronunciato le parole, mi aveva fatto rizzare i peli delle braccia.
«Te lo spiegherò più avanti.»
«D’accordo. Spiegami però un’altra cosa adesso.»
Aenea a
«Hai detto di avere trascorso cinque mesi standard su Ixion. Tre mesi su Patto-Maui, sei mesi su Vettore Rinascimento, tre mesi su Patawpha, quattro su Amritsar, circa sei su… come si chiama? Groombridge Dyson D?»
Aenea a
«E sei qui da circa un a
«Sì.»
«In totale sono trentanove mesi standard. Tre a
Aenea rimase in silenzio. Increspò leggermente gli angoli della bocca, ma capii che non stava per sorridere, pareva piuttosto che volesse evitare di piangere. Alla fine disse: «Sei sempre stato bravo in matematica, Raul».
«Il mio viaggio fin qui ha richiesto cinque a
Vidi le lacrime nei suoi occhi, gli angoli della bocca contrarsi lievemente. Ma Aenea cercò di parlare in tono leggero. «Per me sono stati sessantadue mesi, una settimana e sei giorni» disse. «Cinque a
«D’accordo, ragazzina» dissi, vedendo crescere in lei l’emozione: le tremavano le mani. «Vuoi parlare dei mesi mancanti? quanti erano?»
«Ventitré mesi, sette giorni e sei ore» scherzò Aenea.
"Quasi due a
«Ne parleremo più avanti» disse infine Aenea. Indicò dalla porta spalancata la parete dello strapiombo a ovest del tempio. «Guarda.»
Riuscivo appena a distinguere sulla stretta cornice alcune figure, bipedi e quadrupedi. Distavano ancora parecchi chilometri. Andai al sacco da montagna, ricuperai il binocolo e scrutai quelle figure.
«Gli animali da soma sono zigocapre» disse Aenea. «I portatori sono stati assunti al mercato Phari e vi tornera
Ne conoscevo uno. Il viso azzurro nel cappuccio del chuba era lo stesso di cinque a
Così Aenea cominciò a farmi domande e parlavamo ancora, quando giunse A. Bettik. Le do
La cena consisteva di tsampa e di momo, orzo abbrustolito mescolato con tè al burro di zigocapra, che formava una pastella arrotolata in palline e mangiata insieme con altre palline di farina cotta a vapore contenenti funghi, lingua fredda di zigocapra, pancetta zuccherata e pezzetti di pera che (mi disse A. Bettik) provenivano dai leggendari giardini di Hsi wang-mu. Mentre venivano distribuite le ciotole, giunsero altri ospiti: Labsang Samten, fratello maggiore dell’attuale Dalai Lama (mi mormorò A. Bettik), al terzo a
Non tutti i monaci che passarono di lì quella sera discendevano da coloni di origine cinese o tibetana della Vecchia Terra. A ridere e ad alzare con noi i loro boccali di birra c’erano gli indomiti montatori Haruyuki Otaki e Kenshiro Endo, i mastri artigiani di bambù Voytek Majer e Janusz Kurtyka, i mastri mattonai Kim Byung-Soon e Viki Groselj. Il sindaco di Jo-kung, la più vicina città sullo strapiombo, era presente: Charles Chi-kyap Kempo, che fungeva anche da camerlengo di tutti i sacerdoti di grado elevato del tempio ed era membro designato delle due Tsongdu, assemblee regionali degli anziani, e consigliere del Yik-Tshang, il "Nido delle lettere", il gruppo segreto di quattro persone che teneva d’occhio il progresso dei monaci e nominava tutti i sacerdoti. Charles Chi-kyap Kempo fu il primo del nostro gruppo a bere tanto da addormentarsi. Chim Din e diversi altri monaci lo tirarono lontano dal bordo della piattaforma e lo lasciarono a russare in un angolo.
C’erano altri, almeno quaranta persone avevano riempito la piccola pagoda, mentre l’ultima luce del sole svaniva e il chiarore dell’Oracolo e di tre delle sue sorelle illuminavano la sommità delle nubi in basso, ma dimenticai il loro nome, quella sera, mentre mangiavamo tsampa e momo, bevevamo birra a volontà e tenevamo accese le torce nel Hsuan-k’ung Ssu.
Alcune ore più tardi, quella stessa sera, uscii per svuotarmi la vescica. A. Bettik mi mostrò dov’erano i gabinetti. Avevo pensato che ci si limitasse a usare il bordo delle piattaforme, ma l’androide mi garantì che in un mondo dove le strutture abitative avevano diversi piani (nella maggior parte dei casi, una struttura ne aveva altre sopra e altre sotto) un’azione del genere era giudicata maleducazione. I gabinetti erano nel fianco della parete a strapiombo, delimitati da partizioni di bambù, e i servizi igienici consistevano in tubi genialmente progettati, canali di scolo che finivano in profonde fenditure della parete rocciosa, oltre a lavandini intagliati in banconi di pietra. C’era perfino una zona docce e acqua a riscaldamento solare per il bucato.
Mi lavai le mani e il viso, tornai sulla piattaforma (la brezza gelida contribuì a farmi smaltire un poco la sbornia) mi fermai accanto all’androide nel chiarore delle lune e guardai la pagoda illuminata dove tutti quanti si erano disposti in cerchi concentrici al cui centro c’era la mia giovane amica. Risate e confusione erano scomparse. Uno alla volta, monaci e sant’uomini e montatori e carpentieri e scalpellini e abati dei gompa e sindaci e muratori rivolgevano a bassa voce domande alla giovane do
La scena mi ricordò qualcosa, un’immagine recente, che impiegai un minuto a inquadrare: durante la decelerazione a quaranta UA in quel sistema solare, la nave mi aveva mostrato un ologramma del sole di tipo G e dei suoi undici pianeti, due fasce di asteroidi e i