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Nelle circa trenta ore dal perentorio a

Ma per la maggior parte del viaggio il fiume Teti aveva portato Aenea, A. Bettik e me in pianeti disabitati (sciaguratamente disabitati, nel caso di Hebron e di Nuova Mecca, dove pareva che un qualche orrore avesse portato via l’intera popolazione) e nessuno ci aveva dato fastidio.

Qui era diverso. Lusus era vivo e formicolante di vita. Per la prima volta capii perché quelle strutture planetarie a nido d’ape fossero chiamate alveari.

Viaggiando insieme in regioni disabitate, la ragazza, l’androide e io potevamo contare esclusivamente sui nostri mezzi. Adesso, da solo e in pratica disarmato sul piccolo kayak, mi trovai a salutare col braccio gli agenti di polizia della Pax e i preti rinati lusiani che mi passavano accanto. In quel punto il canale era largo non più di trenta metri, rivestito di cemento e di plastica, senza tributari né nascondigli. C’erano zone buie sotto i ponti e i sovrappassi, come sotto l’arcata del teleporter più a monte, ma il traffico fluviale era un flusso continuo anche in quelle zone buie. Impossibile nascondersi da qualche parte.

Per la prima volta meditai sulla follia del viaggio per teleporter. I miei vestiti sarebbero stati fuori posto: non appena fossi uscito dal kayak, avrebbero dato nell’occhio. La mia costituzione fisica era sbagliata. Il mio dialetto di Hyperion sarebbe risultato bizzarro. Non avevo denaro né chip d’identità, patente VEM, carte di credito, documenti parrocchiali della Pax, luogo di residenza. Fermai per un minuto il kayak davanti a un bar sul lungofiume (dai ventilatori si diffondeva il profumo di bistecca arrosto o comunque di cibo e avevo l’acquolina per la fame; la stessa brezza portava il forte odore di lievito che faceva pensare a vasche di fermentazione e a birra fredda) ma capii che sarei stato arrestato nel giro di due minuti, se avessi messo piede in un simile locale.

Certo, c’era chi viaggiava fra i pianeti della Pax (in genere miliardari, operatori economici e avventurieri disposti a spendere mesi in crio-fuga e a

Mi leccai le labbra e lasciai brontolare lo stomaco; con braccia appesantite dalla fatica per la maggiore gravità e con occhi umidi per mancanza di so

E qui resisto alla tentazione di raccontare le cose meravigliose che vidi e ascoltai, le bizzarre persone che scorsi da lontano e in casuali incontri da vicino. Non ero mai stato su un pianeta così abitato, così affollato, così chiuso in se stesso come Lusus: avrei potuto trascorrere anche un mese a esplorare il brulicante alveare che vedevo di sfuggita dal fiume incanalato nel cemento.

Dopo sei ore di viaggio, passai finalmente sotto l’arcata del teleporter e sbucai su Freude, un pianeta pieno d’animazione, assai popoloso, di cui sapevo ben poco e al quale non sarei nemmeno riuscito a dare un nome, se non avessi potuto consultare i file di navigazione della nave. Su Freude riuscii a dormire, dopo avere nascosto il kayak in una tubatura fognaria del diametro di cinque metri, ra

Dormii un giorno e una notte standard filati, ma su Freude i giorni sono di trentanove ore standard e così era solo la sera del giorno del mio arrivo quando trovai l’arcata seguente, meno di cinque chilometri a valle del fiume, e mi teleportai di nuovo.

Dal soleggiato Freude, pieno di cittadini della Pax in eleganti abiti di stoffa variopinta e cappe dai colori brillanti, il fiume mi portò su Nevermore, con i suoi tetri villaggi scavati nella roccia e i suoi castelli di pietra appollaiati sulle pareti dei canyon, sotto un cielo perpetuamente fosco. Di notte su Nevermore le comete striavano il cielo e creature volanti simili a corvi, più pipistrelli giganti che uccelli veri e propri, sbattevano ali coriacee sopra il fiume e oscuravano con il loro corpo scuro il bagliore delle comete.

Gli equipaggi di zattere commerciali mi diedero la voce e io risposi senza smettere di vogare verso un tratto di acqua rotta che rischiò di rovesciare il kayak e di sicuro mise a dura prova la mia scarsa abilità di canottiere. Dai castelli punteggiati di finestre come occhi penetranti proveniva l’ululato di sirene, mentre con furiosi colpi di pagaia varcavo l’arcata del teleporter. Da Nevermore mi ritrovai a sudare nel sole desertico di un laborioso piccolo pianeta che secondo il comlog si chiamava Vitus-Gray-Balianus B. Non avevo mai sentito nominare quel pianeta, neppure nei vecchi atlanti dell’epoca dell’Egemonia che no

Nel viaggio fino alla Vecchia Terra, il fiume Teti aveva già portato Aenea, A. Bettik e me su pianeti desertici, i mondi stranamente vuoti di Hebron e Nuova Mecca con i loro deserti privi di vita e le città abbandonate. Ma qui, su Vitus-Gray-Balianus B, case di mattoni crudi si ammassavano lungo il fiume e più o meno a ogni chilometro incontravo una chiusa o una diga, dove gran parte dell’acqua era aspirata per l’irrigazione dei campi verdeggianti che fiancheggiavano le rive. Per fortuna il fiume serviva da strada di grande comunicazione e io ero sbucato, dall’ombra dell’antica arcata del teleporter, nella scia di una grossa chiatta; così continuai a vogare con calma in mezzo al traffico fluviale: barche a remi, zattere, chiatte, rimorchiatori, motoscafi elettrici, case galleggianti e perfino qualche occasionale chiatta a levitazione EM librata a tre quattro metri dalla superficie del fiume.

Qui la gravità era leggera, probabilmente meno di due terzi di quella della Vecchia Terra o di Hyperion, e a volte pensavo che i colpi di pagaia avrebbero sollevato dall’acqua me e il kayak. Ma se la gravità era leggera, la luce del sole pesava su di me come un gigantesco palmo sudato. In un’ora di voga avevo esaurito la mia seconda bottiglia d’acqua e sapevo di dovermi fermare per trovare da bere.

Si penserebbe, su un pianeta a gravità inferiore, che gli abitanti siano degli spilungoni — l’antitesi dei barilotti lusiani — ma quasi tutte le persone, uomini, do