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Endymion, la più antica città del nostro pianeta e origine del nome della mia famiglia, scivolò silenziosamente nell’alba e nell’atmosfera, per farsi afferrare dai dieci chilometri di nave-albero in nostra attesa in orbita alta. La Sequoia sempervirens aveva schiuso i propri rami per formare un perfetto alloggiamento per noi, tanto che potevamo passare dal suolo di Hyperion ai grandi ponti e ai rami e alle passerelle della nave senza avvertire transizione. Poi la nave-albero si girò verso le stelle.
«Ora tocca a te, Raul» disse la Dorje Phamo. «Il signor Sileno non sopravviverebbe alla traslazione Hawking o alla crio-fuga o al debito temporale.»
«Questa è una nave-albero maledettamente grande» dissi. «A bordo c’è un mucchio di macchinari e di persone. Mi aiuterete, spero!»
«Certo» disse la Dorje Phamo.
«Sì» dissero il Dalai Lama e George e Jigme.
«Ti aiuteremo» disse Rachel, ferma accanto a Theo. Le due do
«Proveremo anche noi» disse padre de Soya, parlando anche per Ket Rosteen e gli altri radunati nei pressi.
In alto sul ponte della nave, mentre alcune centinaia di metri più in basso l’androide A. Bettik si prendeva cura del suo ex padrone, la Dorje Phamo, Rachel, Theo, il Dalai Lama, George, Jigme, padre de Soya, il capitano templare e gli altri si te
Mi ero aspettato che il fiume di stelle che era la Piccola Nube di Magellano fosse sospeso sopra la nave-albero; ma quando emergemmo dal lampo luminoso fu subito ovvio che ci trovavamo ancora nel nostro braccio della Via Lattea, a non molti a
«Marte» disse A. Bettik. «Siamo tornati al sistema della Vecchia Terra, intorno alla stella chiamata Sole.»
Tutti noi udimmo nel Vuoto che lega la risonanza della voce di Fedmahn Kassad su quel pianeta. Ci teleportammo giù, trovammo Kassad, gli spiegammo il motivo del viaggio — non aveva bisogno di spiegazioni: ascoltando le voci ci aveva sentiti arrivare — e lo portammo con noi sulla Sequoia sempervirens. Martin Sileno ci avvisò di voler parlare al suo vecchio compagno di pellegrinaggio e io accompagnai il colo
«Il sistema della Vecchia Terra è sicuro, come mi aveva ordinato Colei che insegna» disse Kassad, quando mettemmo piede sul suolo di Hyperion, nel punto dove il frammento di città si a
«La Vecchia Terra?» ripetei, sorpreso. Mi fermai di colpo. Kassad si fermò e girò verso di me il suo viso magro e scuro.
«Non la riconosci?» disse. Indicò in alto, nella direzione in cui la nave-albero accelerava a pieno regime sotto la spinta uniforme degli erg.
Aveva l’aspetto di una stella doppia, come tutti i pianeti con un solo grande satellite. Ma potevo vedere il pallido splendore della Luna, più piccola, più fredda. E il bianco e azzurro pulsare di vita che era la Vecchia Terra.
A. Bettik si unì a noi all’entrata della torre. «Quando è stata… quando l’ha
«Nell’ora del Momento Condiviso» disse Kassad. Si lisciò l’uniforme nera per eliminare tracce di sabbia rossa e si preparò a presentarsi al vecchio poeta.
«E tutti lo sa
«Ora lo sa
Salimmo la scala della torre, dal vecchio poeta morente.
Martin Sileno era di buon umore, incontrando il suo vecchio amico dopo quasi duecentottant’a
«Così la tua nera anima assassina diventerà il cristallo seme, quando costruira
Il colo
«Lo sono, lo sono» replicò Sileno, tossendo. «Ho smesso di respirare secoli e mille
«Sei riuscito a terminare quel tuo inutile poema in prosa?» domandò il colo
«No» dissi io, parlando per la figura scossa dalla tosse sul letto. «Non avrebbe potuto terminarlo.»
«Sì» disse chiaramente Martin Sileno, mediante il laringofono. «L’ho terminato.»
Restai in silenzio.
«A dire il vero» ridacchiò il poeta «lui l’ha finito per me.» Il suo braccio ossuto, rivestito di pelle simile a pergamena, si alzò un poco dal letto. Il pollice, storto dall’artrite, si mosse nella mia direzione.
Il colo
«Sei proprio fottutamente ottuso, ragazzo» disse Martin Sileno, in quello che l’altoparlante tradusse come tono affettuoso. «Vedi il tuo grafer da qualche parte?»
Mi girai di scatto e guardai il tavolino accanto al letto, dove avevo lasciato il grafer. Non c’era più.
«Tutto stampato» gracchiò Sileno. «Ho tagliato circa un miliardo di ricordi superflui. L’ho mandato nella sfera dati, prima della partenza.»
«Non esiste sfera dati» dissi.
A furia di ridere Martin Sileno si procurò un accesso di tosse. Alla fine il sintetizzatore tradusse alcuni colpi, di tosse con: «Non sei solo stupido, ragazzo. Sei irrecuperabile. Cosa credi che sia il Vuoto? È la maledetta sfera dati del maledetto universo, ragazzo. La ascoltavo da secoli, prima che la bambina mi desse la comunione per ascoltarla con i bachi nanotec che circolano dentro di me. È questo, ragazzo, ciò che fa
«Non aveva alcun diritto di trasmettere la mia narrazione» dissi. «È mia. L’ho scritta io. Non fa parte dei suoi Canti.» Se avessi saputo con certezza quale dei tubicini collegati a lui era quello dell’ossigeno, l’avrei pestato e non avrei tolto il piede finché non fossero terminati i suoi rantoli.
«Stronzate, ragazzo» disse Martin Sileno. «Perché credi che ti abbia mandato a fare questi undici a
«Per salvare Aenea» risposi.
Il vecchio poeta ridacchiò e tossì. «Lei non aveva bisogno d’essere salvata, Raul. Maledizione, da come ho visto io, man mano che accadeva, è stata quasi sempre lei a tirare via dal fuoco il tuo inutile culo. Anche quando a fare il salvataggio era lo Shrike, solo perché quella ragazza-bambina l’aveva addomesticato un poco.» I bianchi occhi della mummia, con gli occhiali videocamera, si girarono verso il colo
Mi scostai dal letto e toccai uno dei biomonitor per riprendermi. In alto, nell’ampio cerchio del soffitto aperto della torre, la Vecchia Terra dive