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Sulla panchina, con lo sguardo triste puntato su de Soya che si allontana, con l’alta fronte e i lineamenti dall’aria afflitta dipinti per un attimo, ma indelebilmente, di luce azzurrastra, siede Sua Santità, Papa Giulio XIV, il Santo Padre per più di seicento miliardi di fedeli cattolici, l’effettivo sovrano per altri quattrocento miliardi di anime sparse nella sconfinata Pax, l’uomo che ha appena spinto de Soya in quella fatidica missione.

10

La mattina dopo la cena eravamo di nuovo nella nave spaziale. Per essere precisi, l’androide A. Bettik e io eravamo nella nave, raggiunta nel modo più comodo, usando il tu

— Vuoi continuare a fissarmi a bocca aperta come un merdoso bifolco, o ti decidi a terminare il cazzo di giro, così possiamo proseguire con gli affari? — disse l’immagine olografica. Il vecchio mostrava i postumi del vino bevuto la sera prima o aveva ritrovato abbastanza salute da sfoggiare un umore più pestifero del solito.

— Faccia strada — dissi.

Dal tu

— Al Console piaceva guardare da qui le perturbazioni atmosferiche, mentre ascoltava musica — disse Martin Sileno. — Nave?

Le paratie della stanza circolare erano trasparenti, come la prua della nave più in alto. Intorno a noi si vedevano solo le pietre scure della torre, ma dall’alto filtrava la luce, grazie al malandato soffitto del silo. Una musica in sordina riempì all’improvviso la stanza. Pianoforte, senza accompagnamento. La melodia era antica e ossessionante.

— Czerchyvik? — domandai, tirando a indovinare.

Il vecchio poeta sbuffò. — Rachmaninoff — disse. I suoi lineamenti da satiro parvero ingentilirsi di colpo nella tenue luce. — Riesci a indovinare chi è al piano?

Ascoltai con attenzione. Il pianista era assai bravo. Non avevo idea di chi fosse.

— Il Console — disse A. Bettik, a voce molto bassa.

Martin Sileno borbottò qualcosa. — Nave… opaco — ordinò. Le pareti parvero solidificarsi. L’ologramma del poeta scomparve dalla posizione accanto alla paratia e si materializzò vicino alla scala a chiocciola. Sileno aveva la mania di quei trasferimenti improvvisi che creavano un effetto sconcertante. — Bene — disse — se abbiamo finito questo cazzo di giro, scendiamo in soggiorno e studiamo come battere in astuzia la Pax.

Le mappe erano del vecchio tipo, inchiostro su carta, ed erano aperte sulla lucida parte superiore del pianoforte a coda. Il continente Aquila allargava le ali sopra la tastiera e la testa di cavallo di Equus si arricciava più in alto, come mappa separata. L’ologramma di Martin Sileno avanzò su gambe robuste e puntò il dito all’incirca nel punto dove si sarebbe trovato l’occhio del cavallo. — Qui — disse. — E qui. — Il dito privo di massa non fece rumore sulla carta. — Il Papa ha portato le sue merdose truppe per tutta la strada da Castel Crono, qui… — il dito si piantò dove la catena montuosa della Briglia toccava il punto più orientale dietro l’occhio — giù fino al muso. Ha

Guardai la mappa. A parte la Città dei Poeti, ormai abbandonata, e la Valle delle Tombe, per più di due secoli il quarto orientale di Equus era rimasto deserto e vietato a tutti, tra

Il satiro inarcò il sopracciglio. — Ho le mie fonti.

— Le sue fonti precisano unità e armamento?

Dal rumore, parve che l’ologramma del vecchio poeta stesse per sputare sul tappeto. — Non ti occorre conoscere quante unità ci sono — replicò, brusco. — Ti basta sapere che trentamila soldati si trovano fra te e la Sfinge, dalla quale Aenea uscirà domani. Tremila di quei soldati sono Guardie Svizzere. Allora, come intendi passare in mezzo a loro?

Mi ve

— Ha detto che le forze aeree sono parcheggiate all’esterno della Città dei Poeti… Sa di quale tipo sono gli aerei?

Il poeta si strinse nelle spalle. — Caccia — disse. — In quella zona i veicoli elettromagnetici non valgono una merda, lo sa

— Autoreattori, statoreattori, pulsoreattori o aspiratori? — domandai. Volevo dare l’impressione di sapere di che cosa parlavo, ma le nozioni militari che avevo raccolto qua e là durante il servizio nella Guardia Nazionale erano basate soprattutto su: smontare l’arma in dotazione, pulire l’arma, usare l’arma, marciare nelle intemperie senza bagnare l’arma, cercare di dormire qualche ora quando non marciavi né pulivi né smontavi l’arma, cercare di non morire congelato quando non dormivi e (a volte) tenere bassa la testa per non farti centrare dai cecchini su Ursa.

— Che cazzo te ne frega del tipo d’aereo? — brontolò Martin Sileno. Si era tolto di dosso tre secoli, ma non si era certo addolcito. — Sono aerei da caccia. Li abbiamo misurati a… Nave? Che cazzo di velocità avevano, gli ultimi puntini radar?

«Tre mach» rispose la nave.

— Tre mach — ripeté il poeta. — Abbastanza veloci da volare quaggiù, bombardare fino a ridurre tutto in cenere e tornare nel continente nord prima che la birra dei piloti diventi tiepida.

Alzai gli occhi dalla mappa. — Avevo intenzione di domandarlo — dissi. — Perché non lo fa

Il poeta girò la testa verso di me. — Perché non fa

— Volare quaggiù, ridurre lei in cenere e tornare a casa prima che la loro birra diventi tiepida. Lei rappresenta una minaccia per loro. Perché la tollerano?

Martin Sileno emise un borbottio. — Io sono morto. Loro pensano che sia morto. Come potrebbe, un morto, costituire una minaccia?