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Mi chiamo Raul Endymion. Sono nato sul pianeta Hyperion, nell’a
Si disse di me, quando viaggiavo con Colei Che Insegna, che fui un pastore: ed è vero. Quasi. La mia famiglia si guadagnava da vivere con la pastorizia itinerante nelle brughiere e nelle praterie delle regioni più remote del continente Aquila, dove fui allevato; e talvolta, da bambino, badavo alle pecore. Ricordo con piacere quelle placide notti sotto il cielo stellato di Hyperion. A sedici a
Non ho obiezioni alla qualifica di pastore. Ma in questa storia sarò visto come pastore di un gregge formato da una sola, infinitamente importante, pecora. E io, più che trovarla, quella pecora l’ho perduta.
Quando la mia vita cambiò per sempre e questa storia ebbe il suo vero inizio, avevo ventisette a
Ero un idiota.
Cos’altro ero nell’autu
Non sapevo niente.
Così, nei primi giorni d’autu
Le paludi sopra la baia Toschahi sono pericolose e malsane, immutate da molto prima della Caduta; ma centinaia di ricchi cacciatori, parecchi provenienti da altri pianeti, vi si recano ogni a
Eravamo quattro guide e avevamo come base una piantagione abbandonata di fibroplastica, situata in una stretta lingua d’argilla scistosa e di fango tra le paludi e un affluente del Kans. Gli altri tre si occupavano di pesca e di caccia grossa, perciò nella stagione delle anatre avevo tutta per me la piantagione e gran parte delle paludi. Queste ultime erano una zona acquitrinosa semitropicale con fitta vegetazione di chalma, foreste di weir e più modesti boschi di giganteschi prometei nelle zone rocciose sopra le piane inondate; ma nel frizzante inizio dell’autu
Un’ora e mezzo prima dell’alba svegliai i quattro "cacciatori". Per colazione avevo preparato prosciutto, pane tostato e caffè, ma i quattro, uomini d’affari dal fisico sovrappeso, brontolarono e imprecarono mentre la divoravano. Ricordai loro di controllare e pulire le armi: tre avevano fucili da caccia, il quarto era stato tanto sciocco da portarsi un’antica carabina a energia. Mentre loro brontolavano e s’ingozzavano, andai dietro la baracca e mi sedetti accanto a Izzy, una femmina di Labrador da riporto che avevo preso da cucciolo. Izzy aveva capito che saremmo andati a caccia: l’accarezzai sulla testa e sul collo, in modo che si calmasse.
Quando lasciammo la piantagione invasa d’erbacce e ci allontanammo in una barca a fondo piatto, spuntavano ormai le prime luci. Ragnatelidi radianti svolazzavano nei tu
La luce bastava quasi per leggere, quando fermai la barca al limitare della palude da caccia e misi in acqua le botti. M’infilai la tuta impermeabile ed entrai nell’acqua che m’arrivava al petto. Izzy, con occhi accesi, si sporse dalla barca, ma con un gesto le ordinai di non saltare giù e lei, tremando d’eccitazione, tornò a sedersi.
— Mi dia il fucile, per favore — dissi a Poneascu, il più vicino. Quegli imbranati già stentavano a tenersi in equilibrio mentre entravano nelle botti: non mi fidavo che reggessero anche il fucile. Avevo detto di non mettere il colpo in ca
— Torno subito — dissi sottovoce agli altri tre e mi diressi a guado tra le fronde di chalma, rimorchiando la botte. Avrei potuto lasciare che ogni cacciatore spingesse con la pertica la propria botte dove preferiva, ma la palude era costellata di sacche di fanghiglia mobile che avrebbero risucchiato la pertica e chi la manovrava, era popolata di acari-dracula grossi come palloni pieni di sangue che assalivano gli oggetti in movimento lasciandosi cadere dai rami decorati di penzolanti serpenti-nastro che per gli inesperti avevano l’identico aspetto delle fronde di chalma, e pullulava di aguglie guerriere in grado di trapassare un dito. Non mancavano altre sorprese, per chi visitava per la prima volta le paludi. Inoltre l’esperienza m’aveva insegnato che quei cacciatori da strapazzo avrebbero finito per sistemare la propria botte d’appostamento in modo da spararsi l’un l’altro al comparire del primo stormo di germani reali. Toccava a me fare in modo che non accadesse.