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— Mi dispiace — dice Lucia. È uscita con la sua attrezzatura e siede accanto a me, alla mia destra. — Non avrei dovuto fare quella specie di scenata.

— Io non me la sono presa — dico. Ed è vero, perché adesso so che lei ha capito che era sbagliata e non la ripeterà.

— Bene. Senti… io so che ti piace Marjory e che tu piaci a lei. Non lasciare che questo pasticcio con Don rovini tutto, capito?

— Io non so se piaccio a Marjory in modo speciale — dico. — Don ha detto di sì, ma lei non ha mai detto nulla.

— Lo so. È difficile. Le persone adulte non ha

Marjory esce dalla casa tirando su la lampo del giubbotto da scherma. Sorride a me o a Lucia… non sono sicuro della destinazione… quando la lampo s'inceppa. — Ho mangiato troppe frittelle — si giustifica — o mi sto muovendo troppo poco o cose del genere.

— Qui… — Lucia tende la mano e Marjory si avvicina, così Lucia può liberare la lampo e farla scorrere. Io non sapevo che tendere la mano fosse un segnale per offrire aiuto, pensavo piuttosto che fosse un segnale per chiederlo. Forse sarà l'associazione con la parola "qui".

— Vuoi batterti, Lou? — mi chiede Marjory.

— Sì — dico sentendomi arrossire. Metto la maschera e prendo la spada. — Vuoi che usiamo spada e daga?

— Certo — risponde lei. Indossa la sua maschera e non posso più vedere il suo viso, solo il luccicare dei suoi occhi e dei suoi denti quando parla. Vedo però la sagoma del suo corpo sotto il giubbotto da scherma e mi piacerebbe toccarla, ma so che non è appropriato. Lo sarebbe solo se lei fosse la mia ragazza.

Marjory saluta. Ha uno schema di attacco più semplice di quello di Tom e potrei colpire subito, ma poi l'incontro finirebbe troppo presto. Io paro, vado a fondo, paro di nuovo. Quando le nostre lame si toccano, io posso sentire la sua mano attraverso quel contatto; ci stiamo toccando senza toccarci. Marjory mi aggira, si muove avanti e indietro e io seguo i suoi movimenti. È come una specie di danza, una configurazione di movimenti, eccetto che non c'è musica. Percorro con la mente la musica che conosco, cercando di trovarne una adatta a questa danza. Mi fa una strana impressione cercare di accordare il mio schema a quello di Marjory, non per vincere ma per sentire quel contatto, il tocco delle lame l'una contro l'altra.

Paganini: il Primo concerto per violino in Re maggiore opera 6, terzo movimento. Non è proprio perfettamente adatto, ma è l'accompagnamento migliore di qualsiasi altro mi riesca di ricordare: è maestoso ma veloce, con piccole pause quando Marjory non tiene un ritmo esatto cambiando direzione. Nella mia mente accelero o rallento la musica perché coincida con i nostri movimenti.

Mi chiedo cosa senta Marjory. Mi chiedo se può sentire la musica che sento io. Se ambedue stessimo pensando alla stessa musica, la sentiremmo tutt'e due nello stesso modo? Saremmo in accordo o no? Io sento i suoni come colori su uno sfondo scuro; lei forse potrebbe sentirli come linee scure su fondo bianco, come è stampata la musica.

Il tocco di Marjory spezza la catena dei miei pensieri. — Toccato! — dico, e faccio un passo indietro. Lei a

Lessi qualcosa una volta dove il pensiero veniva descritto come luce e il non pensiero come buio. Io sto pensando ad altro mentre ci battiamo, così Marjory ha segnato un punto prima di me. Quindi, se lei non sta pensando ad altre cose, forse questo non pensiero l'ha resa più veloce, ed è quel buio più veloce della luce del mio pensiero?

Il violino si solleva in una configurazione a spirale, lo schema di Marjory s'interrompe e io passo all'attacco nella danza, che ora è un mio assolo, e colpisco.

— Toccata — dice lei, e si trae indietro. Il suo respiro affa

— Ricominci con me? — chiede Simon. Io vorrei stare di più con Marjory, ma prima ho avuto piacere nel battermi con Simon e desidero rifarlo.

Questa volta la musica comincia alle nostre prime mosse, una musica diversa, la Carmen Fantasia di Sarasate… perfetta per l'agilità felina di Simon che mi gira intorno in cerca di un'apertura, e per la mia assoluta concentrazione. Non avevo mai pensato di poter danzare prima… era una cerimonia sociale e io mi sentivo sempre impacciato e goffo. Adesso, con una lama in mano, mi sento del tutto a mio agio a muovermi a tempo di musica.

Simon è molto più bravo di me, ma ciò non mi disturba. Sono impaziente di vedere cosa potrà fare e cosa potrò fare io. Mi tocca una volta, poi un'altra, poi sono io a toccarlo. — Chi segna di più fino a cinque? — chiede. A

Sono grondante di sudore, benché sia una serata molto fresca. Sono certo di emanarne l'odore e rimango sorpreso quando Marjory mi si avvicina e mi tocca un braccio.

— È stato splendido, Lou! — dice. Mi tolgo la maschera. I suoi occhi scintillano, il suo viso è tutto illuminato dal sorriso.

— Sto sudando — dico.

— Lo credo, dopo un incontro simile — commenta lei. — Che meraviglia! Non sapevo che potessi batterti così.

— Non lo sapevo neanch'io — dico.

— E adesso che lo sappiamo tutti — dice Tom — dobbiamo farti partecipare a più tornei. Tu cosa ne pensi, Simon?

— Lou è più che pronto. I più abili schermidori dello stato possono essere in grado di vincerlo, ma una volta che lui si sarà abituato a superare il nervosismo da torneo darà anche a loro filo da torcere.

— Allora, ti piacerebbe venire con noi a un altro torneo, Lou? — chiede Tom.

Mi sento gelare. Credo che loro pensino di far qualcosa di buono per me, ma io ricordo che Don si era arrabbiato con me proprio a causa del torneo. E se poi qualcuno dovesse arrabbiarsi con me a ogni torneo e per causa mia finisse per farsi mettere un chip PDD? Di quanti guai potrei essere la causa?

— Occupano tutta la giornata di sabato — dico.

— Sì, e certe volte anche tutta la domenica — dice Lucia. — Per te è un problema?

— Io… io vado in chiesa la domenica — dico.

Marjory mi guarda. — Non sapevo che tu andassi in chiesa, Lou — dice. — Be', potresti partecipare solo di sabato… o ci sono problemi anche con i sabati?

Non ho alcuna risposta pronta. Non credo che capirebbero se parlassi loro di Don. Mi sta

— Il prossimo torneo nelle vicinanze ci sarà dopo il Rendimento di Grazie — a

— No… — Sento che la gola mi si chiude e abbasso le palpebre per calmarmi. — Si tratta di Don — dico. — Lui andò in collera al torneo. Fu per quello, credo, che lui… finì per deprimersi tanto. Io non voglio che questo avvenga a qualcun altro.

— Non fu per colpa tua — dice Lucia, ma pare irritata. È questo che succede, penso: la gente si irrita per causa mia, anche se non si irrita con me. Non c'è bisogno che sia colpa mia perché io sia motivo di collera.

— Capisco cosa vuoi dire — dice Marjory. — Tu non vuoi causare fastidi, vero?