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Non riesco a dir nulla. Credo che dovrei essere impaurito, e invece quello che provo non è paura ma pena, una pena così grande che ne sento il peso dappertutto. Don è normale, avrebbe potuto diventare tante cose, avrebbe potuto far tanto così facilmente! Perché ci ha rinunciato per ridursi così?

— Non è colpa mia — dico infine.

— Col cavolo non lo è! — ribatte. Si avvicina di più. Il suo sudore ha un odore strano. Non so cosa sia, ma lui deve aver mangiato o bevuto qualcosa che gli ha dato quell'odore. Ha il colletto della camicia slacciato. Guardo in basso: le sue scarpe sono scorticate e una è senza lacci. Essere in ordine è importante, non ci si fa notare e si produce una buona impressione. In questo momento Don si fa notare e non produce una buona impressione, ma nessuno se ne accorge. Vedo la gente che si dirige verso il supermercato o verso le proprie macchine senza far caso a noi. — Tu sei un animale, Lou… capisci quello che dico? Sei un animale e dovresti stare in uno zoo!

So che Don sta dicendo cose prive di senso, ma mi sento ferito dalla forza dell'odio che avventa contro di me. Mi sento anche sciocco per non aver riconosciuto prima questo suo lato. Ma lui era mio amico, mi sorrideva, cercava di aiutarmi. Come avrei potuto accorgermene?

Si toglie di tasca la mano destra e vedo la nera ca

— Tutta quella boiata delle misure di sostegno… diavolo, non fosse per te e per i tuoi pari il resto del mondo non starebbe precipitando in un'altra depressione. Io avrei la carriera che dovrei avere, non questo lavoraccio da quattro soldi che mi è toccato.

Non so che lavoro Don faccia, ma non credo che le sue difficoltà economiche siano colpa mia. Non credo che potrebbe avere la carriera che vuole se io fossi morto. I datori di lavoro vogliono persone pulite ed educate, che lavorino duro e non creino problemi. Don è sudicio e in disordine, dice cose scortesi e non ama lavorare.

Di colpo si fa avanti, mi avvicina la mano con l'arma. — Entra nell'automobile — dice, ma io sono già in movimento. Il suo schema di attacco è semplice, facile da riconoscere, e d'altra parte lui non è rapido e forte come pensa di essere. La mia mano gli afferra il polso mentre lo sporge e lo sbatte da una parte. Il rumore dell'arma che esplode non somiglia al rumore delle armi in TV. È più forte e più minaccioso e desta echi. Io non ho un'arma, ma l'altra mia mano lo colpisce forte all'altezza del diaframma. Don si piega in due e dalla bocca gli esce uno sbuffo di fiato puzzolente.

— Ehi! — urla qualcuno. — Polizia! — urla qualcun altro. Si sentono strilli. Appare di colpo un mucchio di gente che si getta su Don. Io barcollo e sto per cadere quando mi urtano; qualcuno mi afferra per un braccio e mi fa girare, spingendomi contro la fiancata dell'auto.

— Lasciatelo stare, lui è la vittima — dice un'altra voce. È il signor Stacy. Non so cosa stia facendo qui. Mi guarda accigliatissimo. — Signor Arrendale, non le avevamo detto di stare attento? Perché non è andato subito a casa dopo il lavoro? Se Dan non ci avesse avvertiti che dovevamo tenerla d'occhio…

— Pensavo… di essere stato attento. — È difficile parlare in mezzo a tanto fracasso. — Ma avevo bisogno di far la spesa e questo è il mio giorno per farla. — Solo allora ricordo che anche Don lo sapeva, che già un'altra volta l'ho visto qui di martedì.

— Lei ha una fortuna sfacciata — dice Stacy.

Don è a terra bocconi, due uomini sono inginocchiati sopra di lui. Gli ha

— Bastardo! — mi dice vedendomi. — Mi hai teso un agguato!

— Non ti ho teso nessun agguato — replico. Vorrei spiegargli che io non sapevo che i poliziotti fossero qui, anzi che loro ce l'ha

— Quando dico che è gente come lei che ci complica la vita, non mi riferisco agli autistici — dice Stacy — ma alla gente che non vuol prendere le precauzioni più comuni. — Sembra ancora in collera.

— Avevo bisogno di fare la spesa — ripeto.

— Come doveva fare il bucato venerdì scorso?

— Sì — dico — e poi non è ancora buio.

— Poteva chiedere a qualcuno di far la spesa per lei.

— Non saprei a chi chiederlo — dico.

Mi guarda stranamente e scuote il capo.

Non conosco la musica che mi è esplosa nella testa, e non capisco cosa sto provando. Vorrei rimbalzare sul trampolino per calmarmi, ma qui non c'è posto per farlo. Non voglio entrare in macchina e tornare a casa.

Continuano tutti a chiedermi come mi sento. Alcuni ha

Adesso in verità mi sento molto vivo e molto confuso. Nessuno indovina che io possa sentirmi felice ed eccitato. Qualcuno ha cercato di uccidermi e non ci è riuscito. Sono ancora vivo. Vorrei correre e saltare e gridare, ma so che non è appropriato. Vorrei abbracciare Marjory, se fosse qui, e baciarla, ma questo è assolutamente inappropriato.

Mi chiedo se le persone normali reagiscono alla scampata morte sentendosi sconvolte, tristi e depresse. È difficile immaginare che non si sentano invece sollevate e felici, ma non posso esserne sicuro. Forse loro credono che le mie reazioni dovrebbero essere differenti perché sono autistico: non ne sono certo e perciò non desidero dir loro come mi sento in realtà.

— Non credo che lei dovrebbe guidare per andare a casa — dice Stacy. — Lasci che sia uno dei nostri ad accompagnarla, eh?

— Ma io posso guidare — dico. — Non sono affatto disturbato. — Voglio essere solo nella macchina con la mia musica. E poi non c'è più pericolo: Don adesso non può più farmi del male.

— Signor Arrendale — dice il tenente mettendo la testa vicina alla mia — lei può pensare di essere tranquillo, ma chiunque abbia avuto un'esperienza come la sua dev'essere disturbato per forza. Lei non può essere in grado di guidare bene. Dovrebbe lasciare il volante a qualcun altro.

Ma io so che posso guidare normalmente, quindi scuoto la testa. Lui si stringe nelle spalle e dice: — Più tardi qualcuno si farà vivo da lei per raccogliere la sua testimonianza. Forse io, forse un altro agente. — Poi se ne va e pian piano la folla si dilegua.

Quando arrivo a casa non sono ancora le sette. Non so quando verrà un poliziotto. Chiamo Tom per informarlo di quanto è accaduto, perché lui conosce Don e io non conosco nessun'altra persona da chiamare. Lui dice che arriverà subito da me. Io non ho bisogno che lui venga, ma lui vuol venire.

Quando arriva, ha un aspetto molto turbato. Ha le sopracciglia molto ravvicinate e molte rughe sulla fronte. — Lou, stai bene?

— Benissimo — dico.

— Davvero Don ti ha assalito? — Non aspetta che io risponda ma continua a precipizio: — Non riesco a crederci… avevamo parlato di lui alla polizia…

— Tu hai parlato al tenente Stacy di Don?

— Dopo la faccenda della bomba. Lou, era evidente che doveva trattarsi di qualcuno del nostro gruppo. Avevo cercato di dirtelo…

Ricordo quando Lucia ci ha interrotti.

— Noi potevamo vederlo — continua Tom. — Era geloso di te a causa di Marjory.

— Mi biasima anche a causa del suo lavoro — lo informo. — Ha detto che sono un animale, che era colpa mia se lui non poteva avere la carriera che voleva, che gente come me non poteva avere amiche come Marjory.