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Da quel ricordo, Sutty sprofondò dolcemente nel so
Il giorno dopo fece una lunga camminata in riva al fiume, tornò tardi, stanca. Mangiò con Iziezi, lesse un po’, srotolò il materassino.
Non appena spense la luce e si coricò, tornò a Vancouver, il giorno dopo la libertà.
Erano andate a fare una passeggiata sopra la città, in New Stanley Park, loro due. C’erano ancora dei grandi alberi lassù, alberi enormi di prima dell’inquinamento. Abeti, aveva spiegato Pao. Abeti Douglas e abeti rossi, si chiamavano. Una volta le montagne erano coperte di alberi. «Coperte di alberi! Nere di alberi!» disse Pao, con la sua voce rauca, non modulata, e Sutty vide le grandi foreste nere, i folti capelli neri lucenti.
«Sei cresciuta qui?» chiese, perché non sapevano ancora nulla l’una dell’altra, e Pao rispose: «Sì, e adesso voglio andarmene via!».
«Dove?»
«Hain, Ve, Chiffewar, Werel, Yeowe-Werel, Gethen, Urras-Anarres, O!»
«O, O, O!» strillò Sutty, ridendo e piangendo quasi nel sentire la propria litania, il proprio mantra segreto gridato a squarciagola. «Anch’io! E le farò, lo farò, me ne andrò!»
«Stai studiando?»
«Sono al terzo a
«Io ho appena iniziato.»
«Mettiti in pari!» esclamò Sutty.
E Pao per poco non recuperò. Fece tre a
Vivevano nell’appartamento che avevano trovato e dove si erano trasferite due settimane dopo la libertà, il caro e sudicio seminterrato di Souché Street, Sushi Street, perché c’erano tre ristoranti giapponesi in quella strada. Avevano due stanze: una con il pavimento interamente coperto di futon, l’altra con il fornello, il lavandino, e il pianoforte verticale con quattro tasti rotti e muti che costituiva un arredo fisso dell’appartamento perché era troppo malridotto per una riparazione, e farlo portare via sarebbe costato troppo. Pao suonava dei bellissimi valzer con qualche nota mancante, mentre Sutty cucinava bhaigan tamatar. Sutty recitava le poesie di Esnanaridaratha di Darranda e rubacchiava mandorle mentre Pao friggeva il riso. Un topo mise al mondo dei topolini nella dispensa. Seguirono lunghe discussioni per decidere che fare dei cuccioli. Ci fu uno scambio di accuse etniche ingiuriose: la crudeltà dei cinesi, che trattavano gli animali come cose inanimate, la malvagità degli indiani, che davano da mangiare alle vacche sacre e lasciavano morire di fame i bambini. «Non voglio vivere con i topi!» urlò Pao. «E io non voglio vivere con un’assassina!» replicò Sutty. I topolini crebbero e cominciarono a fare razzie. Sutty comprò una trappola a gabbia di seconda mano. Come esca usarono del tofu. Presero i topi uno alla volta, e li liberarono in New Stanley Park. La madre fu l’ultima a essere catturata, e quando la liberarono cantarono:
Pao conosceva parecchi i
Sutty prese l’influenza. L’influenza era una cosa spaventosa, molti tipi di virus erano mortali. Ricordava benissimo il terrore provato, in piedi nel tram affollato mentre il mal di testa la tormentava sempre più, e poi quando era arrivata a casa e i suoi occhi non riuscivano a mettere a fuoco il viso di Pao. Pao la curò notte e giorno e quando la febbre calò le fece bere dei tè medicinali cinesi che sapevano di piscio e di muffa. Sutty rimase debole per giorni e giorni, stesa sui futon a fissare il soffitto sporco e scolorito, debole e intontita, tranquilla, rimettendosi in salute.
Ma in quell’epidemia, la piccola Zietta trovò la strada del ritorno che portava al villaggio. La prima volta che Sutty si sentì abbastanza in forze per fare una visita a casa, fu un’esperienza strana trovarsi là con mamma e papà senza Zietta. Sutty continuava a girare la testa, pensando che Zietta fosse in piedi nel vano della porta o seduta nell’altra stanza, avvolta nella sua coperta-bozzolo sbrindellata. La mamma le diede i braccialetti di Zietta, i sei cerchietti di ottone di tutti i giorni, i due d’oro per mettersi in ghingheri, cerchietti minuscoli, fragili, in cui Sutty non sarebbe mai riuscita a infilare le mani. Li donò a Lakshmi, perché la bambina di Lakshmi li indossasse quando fosse cresciuta. «Non essere attaccata alle cose, sono un peso inutile, che intralcia. Quello che vale la pena di tenere, conservalo nella tua testa» aveva detto zio Hurree, predicando quello che aveva dovuto mettere in pratica. Sutty te
Sutty si era spaventata di nuovo, si era spaventata moltissimo, quando aveva scoperto che tutto quello che aveva appreso nei mesi prima di ammalarsi — la storia ekumenica, le poesie imparate a memoria, perfino semplici parole hainiane che conosceva da a