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CAPITOLO TERZO

Stazione Kline era il frutto di una crescita durata trecento a

La Stazione Kline aveva già alle spalle cent’a

Queste notizie e altre ancora Ethan le aveva apprese dagli impiegati della nave del censimento. L’equipaggio era composto da otto membri tutti di sesso maschile, e questo particolare, aveva scoperto lui, non si doveva al loro rispetto per le leggi e le usanze di Athos, bensì alla scarsa propensione delle impiegate femmine dell’Ufficio Censimento a trascorrere lunghi mesi nello spazio senza la prospettiva di una vacanza al suolo su un pianeta che consentisse loro quel semplice diritto. Ciò aveva dato a Ethan un po’ di respiro prima di trovarsi immerso nella cultura galattica. L’equipaggio era stato cordiale con lui, ma non troppo desideroso di penetrare nel suo timido riserbo, così Ethan aveva trascorso la maggior parte di quei due mesi di viaggio nella sua cabina, studiando videolibri di medicina e preoccupandosi.

Come preparazione aveva deciso di leggere tutti gli articoli scritti da e sulle do

Femmine. Replicatori uterini con le gambe, ecco cos’erano. Lui non sapeva bene se la loro natura fosse quella di provocare l’uomo al peccato, o se il peccato fosse qualcosa di insito in loro come il succo in un’arancia, oppure se il peccato fosse un contagio che emanava da loro tipo un virus. Avrebbe dovuto studiare con più scrupolo durante l’educazione religiosa della sua infanzia, anche se l’argomento non era infine così proibito che non se ne parlasse in giro, se proprio uno aveva voglia di sviscerarlo. E tuttavia, quando lui leggeva gli articoli scientifici del Giornale, il loro contenuto non faceva affatto capire o supporre quale fosse il sesso dell’autore.

Questo non aveva senso. Che fossero le loro anime dunque, e non le loro menti, ad essere così diverse? Uno degli articoli del quale lui aveva creduto che l’autore fosse un uomo era risultato scritto da un ermafrodita betano, un sesso che non esisteva ancora quando i Padri Fondatori avevano colonizzato Athos. Ma che genere di sesso era? Per un poco lui s’era perso in fantasticherie immaginando i problemi dei funzionari dell’Ufficio Doganale Athosiano se una creatura simile avesse chiesto il visto d’ingresso, mentre i medici cercavano di capire se la sua mascolinità escludesse la sua femminilità o viceversa… probabilmente il dilemma sarebbe stato deferito a un comitato, che ci avrebbe ponderato sopra per tanto di quel tempo che l’ermafrodita avrebbe rischiato di morire di vecchiaia.

L’Ufficio Doganale di Stazione Kline si rivelò non meno burocratico e tedioso, a causa delle procedure di controllo e disinfestazione microbiologica più capillari che Ethan avesse mai visto. Ai kliniani, almeno in apparenza, non importava niente che uno contrabbandasse a

Al primo sguardo il resto dell’universo risultò deludente: un lungo molo, freddo e maleodorante, dove sfociavano le strutture di scarico e smistamento per le merci delle navi mercantili. L’incolore faccia meccanizzata di Stazione Kline, si disse, era evidentemente come il retro di un arazzo ricamato che senza dubbio avrebbe fatto un migliore effetto una volta visto dal giusto lato. Perplesso si domandò quale della dozzina di uscite visibili da lì conducevano verso i settori destinati ad abitazione e alle attività commerciali. L’equipaggio della nave aveva da fare a bordo, e i tre membri appena sbarcati erano già scomparsi; la squadra di disinfestazione della Dogana aveva fatto il suo lavoro e se n’era andata senza una parola, come se fosse attesa con urgenza su un’altra nave. Allo sbocco di un tu

L’elegante uniforme bianca e grigia che l’individuo indossava era sconosciuta a Ethan, ma evidentemente militare, dato che la completava un cinturone da cui pendeva la fondina di una pistola. Null’altro che uno storditore, il cui possesso era legale sulla stazione, anche se il calcio appariva lievemente consunto e la fondina — lui lo notò subito, fiero della sua perspicacia — non era di quelle chiuse che facevano perder tempo prima di estrarre l’arma.

Il soldato, giovane e snello, s’era girato nel sentire avvicinarsi i passi di Ethan, e dopo averlo esaminato da capo a piedi con aria distratta aveva continuato a guardarlo, accorgendosi che veniva verso di lui con l’intenzione di rivolgergli la parola. La sua bocca si curvò in un sorrisetto cortese, quando lo vide fermarsi lì.

— Mi scusi, signore, posso chiederle… — cominciò Ethan, ma subito s’interruppe, incerto. Fianchi troppo arcuati per una figura così snella, occhi troppo larghi e distanziati ai lati di un naso finemente cesellato, mascella sottile e delicata, un volto liscio senza barba come quello di un ragazzino… e avrebbe potuto essere un ragazzino assai avvenente e piuttosto alto per la sua età, ma…

La risata di lei (quello era il pronome che le si addiceva, non potevano esserci dubbi) suonò stranamente acuta agli orecchi di Ethan, che stava arrossendo. — Ehi… tu devi essere un athosiano, è così? — lo interpellò divertita quella voce un paio di ottave troppo alta. — Volevi chiedermi qualcosa?

Ethan fece un passo indietro, prima d’accorgersi che quello era il secondo passo indietro. Be’, cercò di giustificarsi, la persona che si vedeva davanti non aveva niente in comune con la foto della scienziata di mezz’età sul Giornale Betano. Era stato un errore più che comprensibile da parte sua. Comunque, s’era appena ripromesso che avrebbe evitato di parlare con le femmine, per quanto umanamente possibile, ed ecco che stava già… Si schiarì la voce. — Come si fa per uscire da qui? — mormorò, gettando occhiate a destra e a sinistra lungo il molo.