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Picchiò le mani contro la superficie levigata e urlò. La voce gli uscì priva di parole, gracchiante. Spaventato dal suono della propria voce, si ra

In seguito non riuscì a ricordare i particolari del sogno, ma non dimenticò mai quell’accesso di penetrante gioia. Non aveva mai conosciuto nulla di simile; così certa era la prova della sua permanenza, come basta un’occhiata sola a una luce che brilla incessantemente, che non pensò mai a quella gioia come a qualcosa d’irreale, anche se l’aveva sperimentata unicamente nel sogno. Solo che, per quanto fosse sicuramente laggiù, egli non poté più riacquistarla, né col desiderio né con un atto di volontà. Riuscì solamente a ricordarla, da sveglio. Quando sognò nuovamente il muro, come a volte gli occorse, il sogno era greve, privo di sbocco.

Avevano trovato l’idea di «prigione» in alcuni episodi della Vita di Odo, letta in quel periodo da tutti coloro che avevano scelto di lavorare alla Storia. Il libro aveva molti punti oscuri, e a Piano Grande nessuno conosceva abbastanza la storia per poterli spiegare; ma una volta giunti agli a

Tirin formulò la domanda che ciascuno aveva in mente: — Vuoi dire che molte persone ne picchiavano una sola?

— Sì.

— E perché gli altri non le fermavano?

— Le guardie erano armate, i prigionieri no — rispose l’insegnante. Parlava in tono violento, come chi è costretto a dire cose detestabili, e ne prova imbarazzo.

Il fascino discreto della perversione fece convergere Tirin, Shevek e altri tre ragazzi. Le ragazze erano state eliminate dalla loro compagine, anche se nessuno di loro ne avrebbe saputo dire il motivo. Tirin aveva trovato una prigione ideale, nei sotterranei dell’ala ovest del centro d’apprendimento. Era un recesso grande a sufficienza per ospitare una persona sola, seduta o distesa, ed era formato da tre pareti di cemento delle fondazioni e dalla parte inferiore della soletta del pavimento sovrastante; dato che le fondazioni costituivano un’unica struttura cementizia, pavimento e pareti formavano un blocco solo; una grossa lastra della pietra usata per i rivestimenti poteva chiudere completamente l’accesso. Ma occorreva sbarrare la porta. Provando, scoprirono che due cavalletti, incuneati fra la lastra e la parete dirimpetto, la tenevano chiusa con una sicurezza insormontabile. Nessuno dall’interno sarebbe riuscito ad aprire quella porta.

— E la luce?

— Niente luce — affermò Tirin. Parlava con autorevolezza, in casi come questo, poiché la sua immaginazione lo calava direttamente nella situazione. Usava sempre le informazioni che aveva, certo, ma non erano le informazioni, ora, a dargli la certezza. — Nel Forte di Drio mettevano i prigionieri a sedere al buio. Per a

— L’aria, però — osservò Shevek. — Quella porta chiude la cella come una camera stagna, quasi. Bisogna fare un buco.

— Occorrono ore per forare quella pietra. E poi, chi vuoi che resti chiuso in quella scatola talmente a lungo da finire l’aria!

Coro di volontari e di proteste.

Tirin rivolse agli altri uno sguardo di derisione. — Siete pazzi, tutti voi. Chi può desiderare di venire chiuso realmente in un posto come quello? E a che scopo? — L’idea di fare la prigione era sua, ma a lui bastava l’idea; non comprendeva che per molte persone non è sufficiente immaginare: devono entrare nella cella, cercare di aprire le porte inespugnabili.

— Voglio sapere cosa si prova — disse Kadagv, un ragazzo dodice

— Usa la testa, allora! — schermì Tirin, ma gli altri diedero ragione a Kadagv. Shevek andò a prendere un trapano in laboratorio, e praticarono un foro di due centimetri di diametro, all’altezza del naso. Occorse quasi un’ora per fare il foro, come Tirin aveva predetto.

— Quanto tempo vuoi rimanere dentro, Kadagv? Un’ora?

— Senti — rispose, — se sono io il prigioniero, allora non posso deciderlo. Io non sono libero. Spetta a voi decidere quando farmi uscire.

— Questo è giusto — disse Shevek, un po’ infastidito da una simile logica.

— Non puoi rimanere molto, Kadagv. Voglio il mio turno anch’io! — fece il più giovane di loro, Gibesh. Ma il prigioniero non si degnò di rispondere, ed entrò nella cella. La porta ve

— Non succhiate tutta l’aria di quel povero scemo.

— Soffiamone un po’ dentro.

— Sì, a scorregge!

— Quanto gli diamo?

— Un’ora.

— Tre minuti.

— Cinque a

— Tra quattro ore spengono le luci. Dovrebbe bastare.

— Ma anch’io voglio il mio turno!

— Va bene. Vuol dire che starai dentro tutta la notte.

— Be’, intendevo dire domani…

Quattro ore più tardi, spinsero via i cavalletti e liberarono Kadagv. Emerse con lo stesso dominio della situazione mostrato nell’entrare, e disse di avere fame e che si trattava di una cosa da nulla; si era limitato a dormire per la massima parte del tempo.

— Saresti disposto a ripetere l’esperienza? — lo sfidò Tirin.

— Certo.

— No, io voglio il secondo turno…

— Taci, Gibesh. Allora, Kadagv? Saresti disposto a rientrare subito dentro, senza sapere quando ti faremo uscire?

— Certo.

— Senza cibo?

— No, ai prigionieri davano da mangiare — si intromise Shevek. — Ed è questa la parte più strana di tutta la cosa.