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— E perché non rifiutò l’assegnazione, allora?

— Ascolta, Takver. Anch’io mi sono detto la stessa cosa, esattamente. È la cosa che diciamo tutti. Tu che l’hai detta ora, avresti dovuto rifiutare l’assegnazione a Rolny. E io stesso, non appena giunto a Gomito, mi dissi: Sono un uomo libero, non avrei dovuto venire qui! … Noi lo pensiamo sempre, e lo diciamo sempre, ma non lo facciamo mai. Teniamo la nostra iniziativa ben nascosta all’interno della nostra mente, la teniamo di riserva, come una stanza dove possiamo recarci per dire: «Io non devo fare nulla, io faccio da solo le mie scelte, io sono libero.» E poi usciamo dalla piccola stanza della nostra mente, e andiamo dove il CDP ci assegna, e ci rimaniamo finché non ci dà un assegnamento nuovo.

— Oh, Shevek, non è vero. Questo succede soltanto dalla siccità in poi. Prima di quella, non c’era neppure la metà di tutte queste assegnazioni. La gente lavorava dove voleva lavorare, e si univa a una federativa o ne fondava una nuova, e poi si registrava presso DivLab. DivLab si occupava soprattutto di dare assegnazioni a coloro che preferivano rimanere nella Manodopera Generale non Qualificata. E adesso ritornerà a essere così.

— Non so. Dovrebbe ritornare così, naturalmente. Ma già prima della carestia, le cose non stavano andando in quella direzione, bensì nella direzione opposta. Bedap aveva ragione: ogni emergenza, perfino ogni leva di lavoro, tende a lasciare dietro di sé un aumento dei meccanismi burocratici all’interno del CDP, e una sorta di rigidità: questo è il modo in cui si faceva una cosa, questo è il modo in cui la si fa, questo è il modo in cui la si deve fare… C’era già una forte dose di questi ragionamenti, prima della siccità. Cinque a

Takver considerò la domanda. — Lasciando fuori i nuchnibi?

— No, no. I nuchnibi sono importanti.

— Be’, diversi amici di Bedap… quel simpatico compositore, Salas, e anche alcuni dei suoi amici disordinati. E i veri nuchnibi: passavano spesso da Valle Rotonda quando ero bambina. Ma ho sempre pensato che fossero degli imbroglioni. Raccontavano delle storie e delle bugie così belle, e leggevano la fortuna; tutti erano lieti di vederli e di tenerli con noi e di dar loro da mangiare per tutto il tempo che si fermavano. Non si fermavano mai per molto tempo. Ma c’era anche gente che si limitava a far fagotto e ad andarsene dalla città; di solito si trattava di ragazzi, alcuni di essi odiavano il lavoro dei campi, lasciavano il loro posto e se ne andavano. La gente lo fa dappertutto, ha sempre fatto così. Si trasferiscono, cercano qualcosa di meglio. Non puoi dire che questo sia rifiutare un’assegnazione!

— E perché non potrei?

— Dove vuoi arrivare? — brontolò Takver, ritirandosi sotto le coperte.

— A questo. Al fatto che ci vergogniamo di dire di avere rifiutato un’assegnazione. Al fatto che la coscienza sociale domina completamente sulla coscienza individuale, invece di raggiungere l’equilibrio con essa. Noi non cooperiamo: noi obbediamo. Abbiamo paura di venire messi fuori dal gruppo, di sentirci dire che siamo pigri, che siamo disfunzionali, che egoizziamo. Abbiamo timore dell’opinione dei nostri vicini più di quanto non rispettiamo la nostra libertà di scelta. Tu non mi credi, Takver, ma prova, prova soltanto a scavalcare la linea, soltanto nell’immaginazione, e guarda cosa provi. Comprenderai allora che cosa è Tirin, e perché è un rottame, un’anima perduta. È un criminale! Abbiamo creato il crimine, esattamente come lo crearono i proprietaristi. Noi costringiamo un uomo a uscire dalla sfera della nostra approvazione, e poi lo conda

— Non credo — disse Takver, con la voce attutita dalle coperte, in tono difensivo, — che Tirin fosse una personalità molto forte.

— No, era estremamente vulnerabile.

Cadde un lungo silenzio.

— Non mi stupisco che ti atterrisca — disse lei. — La sua commedia. Il tuo libro.

— Ma io sono più fortunato. Uno scienziato può fingere che il suo lavoro non sia lui stesso, sia soltanto la verità impersonale. Un artista non può nascondersi dietro la verità. Non può nascondersi da nessuna parte.

Takver lo studiò dall’angolo dell’occhio per qualche tempo, poi si rigirò e si mise a sedere, tirandosi la coperta fin sulle spalle. — Brr! Che freddo… Ho sbagliato, vero, riguardo al libro. A lasciare che Sabul lo facesse a pezzi e ci mettesse il proprio nome. Mi sembrava giusto. Mi sembrava di mettere il lavoro davanti all’autore, l’orgoglio davanti alla vanità, la comunità davanti all’Io individuale, e così via. Ma non si trattava di niente di simile, vero? Si trattava di una capitolazione. Una resa all’autoritarismo di Sabul.

— Non so. Otte

— Il fine giusto, ma i mezzi sbagliati! Ho pensato a lungo a questo, a Rolny, Shevek. Ora ti dico che cosa c’era di sbagliato. Le do

— Giusto, forse, ma la nostra società, qui, è una vera comunità dove incorpora veramente le idee di Odo. È stata una do

— Be’, no. È stato bello avere Sedik! Ma mi sono davvero sbagliata sul libro.

— Ci siamo sbagliati entrambi. I nostri sbagli li facciamo sempre insieme. Non crederai davvero di avermi fatto prendere tu la decisione?

— In questo caso penso di sì.

— No, il fatto è che nessuno di noi decise. Nessuno di noi fece la scelta. Lasciammo che Sabul decidesse per noi. Il nostro Sabul personale, interiorizzato… le convenzioni, il moralismo, la paura dell’ostracismo sociale, la paura di essere differenti, la paura di essere liberi! Be’, mai più. Io imparo lentamente, ma imparo.

— Che cosa conti di fare? — chiese Takver, con un tremito di calore e di eccitazione nella voce.

— Andare ad Abbenay con te e fondare un gruppo, un gruppo di edizioni. Stampare i Princìpi, integrali. E ogni altra cosa che ci piace. Abbozzo di un’istruzione aperta nelle scienze, di Bedap, che il CDP non farebbe circolare. E la commedia di Tirin. È per me un dovere. È stato lui a insegnarmi cosa sono le prigioni, e chi le costruisce. Coloro che costruiscono i muri sono prigionieri di se stessi. Intendo andare a svolgere la funzione che mi spetta nell’organismo sociale. Intendo andare ad abbattere i muri.