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Portò tutta la questione alla Federativa di Fisica, alle cui riunioni Sabul si prendeva raramente la briga di assistere. Nessuno laggiù dava importanza alla libera comunicazione con il nemico ideologico. Alcuni dei presenti te

— Se è nuovo, condividilo con noi, non con i proprietaristi!

— Da un a

Questo non gli procurò alcun amico. Se ne andò incollerito.

Continuò a scrivere lettere a Urras, anche se non ne inviava nessuna. Il fatto di scrivere per qualcuno che poteva capire — che avrebbe potuto capire — gli rendeva possibile scrivere, pensare. In altro modo non gli era possibile.

Le decadi passarono, e così i trimestri. Due o tre volte all’a

Per giorni interi, dopo aver ricevuto una lettera, era irascibile e gioioso, lavorava giorno e notte, sprizzava idee come una fontanella. Poi, lentamente, con sforzi disperati, divincolandosi, egli ritornava sulla terra, sulla terra arida, prosciugata.

Stava terminando il terzo a

Tre a

Nulla di quanto faceva veniva compreso. Per dirlo più onestamente, nulla di quanto faceva era significativo. Egli non svolgeva alcuna funzione necessaria, personale o sociale. In realtà — fenomeno non raro nel suo campo — si era bruciato a vent’a

Si fermò davanti all’auditorium dell’Unione Musicale per leggere il programma della decade. Quella sera non c’era concerto. Si voltò per allontanarsi dal manifesto e si trovò a faccia a faccia con Bedap.

Bedap, sempre sulla difensiva e un po’ miope, non diede segno di riconoscimento. Shevek lo prese per il braccio.

— Shevek! Accidenti, sei proprio tu! — Si abbracciarono, si baciarono, si staccarono, si abbracciarono una seconda volta. Shevek era sopraffatto dall’amore. Perché mai? Non aveva provato molto affetto per Bedap neppure in quell’ultimo a

Camminarono, si parlarono, e nessuno dei due si accorse della direzione che prendevano. Gesticolavano e si interrompevano. Le ampie strade di Abbenay erano tranquille nella notte invernale. A ciascun incrocio il pallido lampione creava una polla argentea, in cui si agitava una neve secca, simile a frotte di minuscoli pesci, che rincorreva le loro ombre. Con la neve si era alzato un vento gelido, tagliente. Le labbra insensibili e il battito di denti cominciarono a disturbare la conversazione. Presero l’omnibus delle dieci, l’ultimo, per l’Istituto; il domicilio di Bedap era lontano, alla periferia orientale della città, una lunga camminata nel freddo.

Egli osservò la Stanza 46 con ironica meraviglia. — Shevek, tu vivi come un marcio profittatore urrasiano.

— Su, via, non sono a quel punto. Prova a indicare qualcosa di escrementale! — La stanza, infatti, conteneva quasi esclusivamente ciò che conteneva quando Shevek vi era entrato la prima volta. Bedap indicò: — Quella coperta.

— Quella c’era già al mio arrivo. Qualcuno deve averla fatta a mano e poi lasciata qui quando se n’è andato. Ti pare che una coperta sia eccessiva in una notte come questa?

— Si tratta chiaramente di un colore escrementale — disse Bedap. — Come analista di funzioni, devo farti notare che non c’è bisogno dell’arancione. L’arancione non svolge alcuna funzione vitale nell’organismo sociale, né al livello cellulare né a quello organico, e certamente non al livello olo-organismico, cioè a quello di maggiore centralità etica; in questo caso la tolleranza è una scelta molto meno buona che non l’escrezione. Devi tingerla verde marcio, fratello! E che cos’è tutta questa roba?

— Appunti.

— In cifrario segreto? — chiese Bedap, curiosando in un quaderno con la freddezza che, come Shevek poteva ricordare, gli era caratteristica. Il suo senso della sfera privata, della proprietà privata, era addirittura inferiore a quello di gran parte degli anarresiani. Bedap non aveva mai avuto una matita preferita ch’egli amasse portare con sé, o una vecchia camicia di cui si fosse i

— Questo non è un cifrario segreto: è iotico.

— Hai imparato lo iotico? Perché lo usi per scrivere?

— Perché nessuno, su questo pianeta, capisce ciò che dico. Né desidera capirlo. L’unica persona che lo capiva è morta tre giorni fa.

— Sabul è morto?

— No. Garab. Sabul non è morto. Sarebbe bello!

— Qual è il guaio?

— Il guaio con Sabul? Per metà l’invidia, per l’altra metà l’incompetenza.

— Pensavo che il suo libro sulla causalità fosse eccellente. Lo dicevi tu.

— Anch’io lo pensavo, finché non ne ho letto le fonti. Sono tutte idee urrasiane. E neppure nuove, per giunta. Sono vent’a

— E tu, cosa pensi? — chiese Bedap, posando una mano sul quaderno e fissando Shevek con uno sguardo preoccupato. Bedap aveva occhi piccoli, tendenti a socchiudersi come avviene per i miopi, viso robusto, corporatura massiccia. Si mangiava le unghie, che, dopo a