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— Antipiretico.

— E sarebbe?

— Porta giù la febbre.

— Non ne ho bisogno.

L’infermiera alzò le spalle. — D’accordo — disse, e se ne andò.

Molti giovani anarresiani pensavano che fosse una vergogna essere malati: un risultato dell’ottima profilassi della loro società, e anche forse una confusione che nasceva dall’uso analogico delle parole «sano» e «malato». A loro, la malattia pareva un crimine, anche se involontario. Cedere all’impulso criminale, compiacerlo prendendo sostanze che lenivano il dolore, era immorale. Si tenevano alla larga da compresse e iniezioni. Con l’arrivo della maturità e della vecchiaia, molti di loro cambiavano idea. Il dolore diveniva più forte della vergogna. L’infermiera diede ai vecchi della Corsia Due le medicine, ed essi scherzarono con lei. Shevek osservò la scena con opaca incomprensione.

Più tardi ci fu un dottore con un ago ipodermico. — Non voglio — disse Shevek. — Piantala di egoizzare — disse il medico. — Girati dall’altra parte. — Shevek obbedì.

Più tardi ancora ci fu una do

Molto tempo più tardi, egli si destò. Poteva respirare. Stava perfettamente bene. Ogni cosa era a posto. Non si sentiva portato a muoversi. Muoversi avrebbe disturbato il momento perfetto, stabile, l’equilibrio del mondo. La luce invernale sul soffitto era bella in modo inesprimibile. Rimase steso a guardarla. I vecchi della corsia ridevano tra loro: vecchie risate secche e scoppiettanti, un suono bellissimo. La do

— Come ti senti?

— Come appena nato. Chi sei?

Anche lei sorrise. — La madre.

— Rinascita. Ma pensavo di ricevere un corpo nuovo, non lo stesso che usavo già.

— Di che cosa al mondo stai parlando?

— Niente al mondo. A Urras. La rinascita fa parte della loro religione.

— Hai ancora la testa leggera. — Gli toccò la fronte. — Non hai febbre. — La sua voce, nel pronunciare queste parole, toccò e colpì qualcosa, molto profondo nell’intimo di Shevek: un luogo buio, un luogo chiuso tra mura, e lì ve

— Te l’ho detto. Diverse volte!

Ella assunse un’aria di spigliatezza, perfino di umorismo. Per Shevek invece non era questione di assumere qualcosa. Non aveva la forza di muoversi, ma si ritrasse da lei senza nascondere il timore, come se non si fosse trattato di sua madre, ma della sua morte. Se ella notò quel debole movimento, non diede segno di essersene accorta.

Era una bella do

— È morto.

— Ah. — Non ci fu pretesa di trauma o di dolore nella voce di Rulag, soltanto una specie di triste assuefazione, una nota tetra. Shevek ne fu commosso: riuscì a vederla, per un momento, come una persona.

— Quand’è morto?

— Otto a

— Avrà avuto al massimo trentacinque a

— C’è stato un terremoto a Piani Ampi. Vivevamo là da cinque a

— C’eri anche tu?

— Ero partito per cominciare il mio addestramento all’Istituto Regionale circa dieci giorni prima del terremoto.

Ella rifletté, con il viso liscio e immobile. — Povero Palat. È stato un po’ da lui… morire con altri, un elemento statistico, uno su trentadue…

— La statistica sarebbe stata più alta se non si fosse recato all’interno dell’edificio — disse Shevek.

Lei, allora, lo guardò. Lo sguardo non indicava quali emozioni provasse o non provasse. Ciò che diceva poteva essere spontaneo oppure deliberato, non c’era modo di capirlo. — A te piaceva molto Palat.

Egli non rispose.

— Tu non gli assomigli. Anzi, tu assomigli piuttosto a me, eccetto che nel colore dei capelli. Pensavo che tu assomigliassi a Palat. Lo davo per certo. È strano come la nostra immaginazione dia alcune cose per certe. Egli rimase con te, dunque?

Shevek a

— Fu fortunato — disse Rulag. Non sospirò, ma nella sua voce c’era l’eco di un sospiro.

— Anch’io.

Ci fu una pausa. Rulag sorrise debolmente. — Sì. Avrei potuto mantenere i contatti con voi. Mi biasimi, per non averlo fatto?

— Biasimarti per questo? Non ti ho mai conosciuta.

— No. Io e Palat ti abbiamo tenuto con noi nel domicilio, anche dopo svezzato. Entrambi eravamo d’accordo nel farlo. In quei primi a

— Non importa — disse il giovanotto. Il suo viso, assottigliato dalla malattia, era coperto di goccioline sottilissime di sudore, che facevano parere le guance e la fronte argentee, come oliate.

Cadde di nuovo il silenzio, e Rulag disse con la sua voce controllata, piacevole: — Be’, sì; importava, e importa ancora. Ma Palat era più adatto a stare con te e a farti superare i tuoi a