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— Vieni con me questa notte, Gimar.
— Oh, no — rispose lei, e lo guardò con tanta sorpresa che egli le disse, con la dignità del dolore: — Credevo che fossimo amici.
— E lo siamo.
— Allora…
— Ho un compagno. È rimasto a casa.
— Avresti potuto dirmelo — disse Shevek, arrossendo.
— Be’, non ho pensato che avrei dovuto farlo. Mi spiace, Shevek. — Lo fissò con aria così addolorata che egli fece, con qualche speranza: — E non credi che…
— Non. Non puoi mandare avanti un’unione in questo modo, un po’ per il tuo compagno e un po’ per gli altri.
— Il prendere un compagno per tutta la vita, secondo me, è fondamentalmente in contrasto con l’etica Odoniana — disse Shevek, secco e pedante.
— Sciocchezze — disse Gimar, con la sua voce pacata. — Possedere è sbagliato; dividere è giusto. E che cosa puoi meglio dividere che la tua intera personalità, la tua intera vita, ogni notte e ogni giorno?
Egli si sedette con le mani tra i ginocchi, la testa china: un bambino lungo, magro, sconsolato, non terminato. — Io non ce la farei — disse, dopo un poco.
— Tu?
— Io non ho mai conosciuto veramente nessuno. Hai visto come non ti ho capito. Sono tagliato fuori. Non posso entrare. Non lo potrò mai. Sarebbe sciocco per me pensare a un’unione. Questo genere di cose è per… per gli esseri umani…
Con timidezza che non era ritrosia sessuale, ma l’esitazione del rispetto, Gimar gli posò la mano sulla spalla. Non lo rassicurò. Non gli disse che era come tutti gli altri. Gli disse: — Non conoscerò mai più una persona come te, Shevek. Non ti dimenticherò mai.
Tuttavia, un rifiuto è sempre un rifiuto. Nonostante tutta la gentilezza di Gimar, Shevek si allontanò da lei con l’animo dolente, incollerito.
Il clima era molto caldo. Non c’era frescura se non nell’ora che precedeva l’alba.
L’uomo chiamato Shevet si recò da Shevek una sera, dopo il pasto. Era un tizio massiccio, piacente, di trent’a
Quella rozza aggressività avrebbe messo nell’imbarazzo Shevek, tempo prima. Ora egli, semplicemente, rispose per le rime. — Cambia tu il tuo nome, se non ti va — gli disse.
— Tu sei uno di quei piccoli profittatori che va
— Non darmi del profittatore! — esclamò Shevek; ma non era una battaglia a parole. Shevet gli assestò un pugno che lo fece piegare in due. Shevek riuscì a restituirgli qualche colpo, poiché aveva le braccia lunghe e più grinta di quel che si fosse aspettato l’avversario: ma era in svantaggio. Varie persone si fermarono a guardare, videro che era un combattimento onesto ma non particolarmente interessante, e proseguirono per la loro strada. Essi non erano né offesi né richiamati dalla semplice violenza. Shevek non aveva chiesto aiuto, e dunque la cosa riguardava soltanto lui. Quando rinve
Gli rimasero un ronzio nell’orecchio destro per un paio di giorni, e una spaccatura al labbro che richiese molto tempo per rimarginarsi, a causa della polvere che irritava le ferite. Egli e Shevet non si parlarono più. Lo vide da lontano, ad altri bivacchi da campo, privo di animosità. Shevet gli aveva dato ciò che aveva da dargli, ed egli aveva accettato il dono, anche se per molto tempo non gli accadde di valutarlo o di considerarne la natura. Quando lo fece, era indistinguibile da un altro dono, da un’altra tappa della sua crescita. Una ragazza, che si era unita recentemente alla sua squadra di lavoro, giunse a lui come era giunto Shevet, nell’oscurità, mentre lasciava il bivacco, e il suo labbro non era ancora guarito… Non poté mai ricordare cosa la ragazza avesse detto; l’aveva provocato; anche questa volta egli rispose semplicemente. Uscirono nella pianura, quella notte, e laggiù lei gli diede la libertà della carne. Questo fu il suo dono, ed egli l’accettò. Come tutti i bambini di Anarres, egli aveva avuto liberamente esperienze sessuali con bambine e bambini, ma tutti loro erano piccoli; non era mai andato più in là del piacere in cui credeva consistesse tutta la cosa. Beshun, esperta in delizie, lo condusse nel cuore della sessualità, dove non esiste né rancore né inettitudine, dove i due corpi che lottano per unirsi cancellano il momento, nella loro lotta, superano la personalità e il tempo.
Era tutto facile, adesso, così facile, e bello, nella polvere tiepida, alla luce delle stelle. I giorni erano lunghi, caldi, e luminosi, e la polvere aveva l’odore del corpo di Beshun.
Ora lavorava in una squadra di piantatori. I camion erano giunti dal Nordest pieni di minuscoli alberi: migliaia di piantine da collocare a dimora, nate nelle Montagne Verdi, dove pioveva fino a mille millimetri l’a
Quando ebbero terminato, le cinquanta squadre che avevano lavorato nel secondo a
— Le do
— E Odo stessa? …
— Teoria. E niente vita sessuale dopo l’uccisione di Asieo, vero? Comunque ci possono essere sempre delle eccezioni. Ma per la maggior parte delle do
— E tu credi che siano differenti dagli uomini, in questo?
— Non lo credo: lo so. Ciò che vuole un uomo, è la libertà. Ciò che vuole una do
— Be’, è una gran brutta cosa da dire su metà della razza umana — disse Shevek, chiedendosi se l’uomo avesse ragione. Beshun aveva pianto fino a star male quando egli era stato incaricato di nuovo al Nordovest; aveva gridato e pianto, e aveva cercato di fargli dire che non poteva vivere senza di lei; aveva ripetuto che non poteva vivere senza di lui e che dovevano diventare compagni. Compagni, come se lei fosse stata capace di rimanere sei mesi di fila con lo stesso uomo!
La lingua parlata da Shevek, l’unica che conosceva, non aveva termini possessivi per l’atto sessuale. In pravico non aveva senso per un uomo dire che aveva «avuto» o «posseduto» una do