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— Certo, sono pronto — disse George, e si sedette sul divano, alzando un poco la testa; lanciò un’occhiata verso Heather e sorrise. Haber cominciò subito ad attaccargli sulla testa tutti i suoi affarucci col filo, aprendogli i capelli per farlo. Heather ricordava il processo: una volta le avevano preso l’impronta cerebrale, nel corso di uno dei vari test e registrazioni che venivano fatti a ciascun cittadino della Federazione. Non le piaceva vederlo fare su suo marito. Come se gli elettrodi fossero delle piccole ventose che succhiavano dalla testa di George ogni pensiero e lo trasformavano in scarabocchi su un pezzo di carta; la scrittura senza significato dei pazzi. Il volto di George aveva un’espressione di estrema concentrazione. A cosa pensava?
Haber portò bruscamente la mano alla gola di George, come per strangolarlo, e, allungando l’altra mano, accese un registratore che ripeteva con la sua voce la formula dell’ipnotista: — Lei sta entrando nello stato ipnotico… — Dopo alcuni secondi, fermò il nastro e controllò l’ipnosi. George era in trance.
— Bene — disse Haber, e si fermò; evidentemente stava valutando la situazione. Enorme, come un orso grizzly rizzato sulle zampe posteriori, si ergeva tra lei e la piccola, passiva figura stesa sul divano.
— Ora ascolti con attenzione, George, e ricordi cosa le dico. Lei è in uno stato di ipnosi profonda, e seguirà esplicitamente tutte le istruzioni che le darò. Lei si addormenterà quando io glielo ordinerò, e farà un sogno. Farà un sogno efficace. Sognerà che lei è completamente normale… che è come tutti gli altri. Sognerà che una volta aveva, o pensava di avere, la facoltà di fare sogni efficaci, ma che questo non è più vero. I suoi sogni, d’ora in poi, sara
Quando disse questa parola, le labbra di George si mossero, e pronunciarono qualcosa nella debole, remota voce di coloro che parlano nel so
Provò una stretta al cuore vedendolo steso sul divano, con le braccia immobili ai fianchi, vulnerabile.
Haber si era alzato, e premeva un pulsante bianco sul fianco della macchina che era accanto al divano; alcuni elettrodi erano collegati a questa macchina, altri alla macchina dell’EEG, che Heather conosceva. La macchina toccata da Haber doveva essere l’Aumentore, la cosa su cui verteva tutta la ricerca.
Haber si avvicinò a lei, che era seduta in una poltrona molto soffice, coperta di cuoio. Autentico; si era dimenticata come fosse il contatto del vero cuoio. Era un po’ come il vinil-cuoio, ma molto più interessante sotto i polpastrelli. Aveva paura. Non capiva cosa stava succedendo. Lanciò un’occhiata verso l’immenso uomo che le stava davanti, l’orso-sciamano-dio.
— Siamo al culmine, signora Orr — disse Haber, abbassando la voce, — di una lunga serie di sogni indotti mediante suggestione. Da settimane andavamo gettando le basi per questa seduta, per questo sogno. Sono lieto che lei sia venuta; non avevo pensato a chiederle di venire, ma la sua presenza contribuisce a farlo sentire sicuro e fiducioso. George sa ehe non posso giocargli nessun tiro, se c’è lei presente! Giusto? A dire il vero, sono piuttosto sicuro del successo. Questa volta ce la faremo. La dipendenza da farmaci so
Il dottor Haber era indaffarato con le sue macchine: vi trafficava senza interruzione, torreggiava al di sopra di esse, regolandole, sorvegliandole. Non si interessava affatto di George.
— Ecco — mormorò… ma non a lei, pensò Heather; Haber stesso era il proprio uditorio. — Così. Ora. Adesso una piccola interruzione, un periodo di so
Il volto calmo non cambiò espressione, ma la testa fece un ce
— Ottimo. Ora, mi ascolti attentamente. Lei farà un altro sogno vivido. Lei sognerà che… che c’è una fotografia murale sulla parete, qui nel mio ufficio. Una grande fotografia di Monte Hood, tutto coperto di neve. Lei sognerà di guardare la riproduzione sulla parete dietro la scrivania, proprio qui nel mio ufficio. Bene. Ora lei dormirà e sognerà… Anversa.
Tornò a occuparsi della macchina. — Ecco — mormorò. — Ecco… Bene… Così.
Le macchine erano immobili. George era immobile. Perfino Haber cessò di muoversi e di mormorare. Non c’erano suoni nella stanza grande e poco illuminata, con la parete di vetro che dava sulla pioggia. Haber era accanto all’EEG, e fissava la parete dietro la scrivania.
Non accadde nulla.
Heather mosse le dita della mano sinistra, tracciando piccoli cerchi sulla superficie resistente e granulosa della poltrona, su quel materiale che un tempo era stato la pelle di un animale vivente, la superficie di separazione tra una mucca e il resto dell’universo. Il motivetto del vecchio disco suonato il giorno prima le tornò alla mente e si rifiutò di allontanarsene.
What do you see when you turn out the light?
I can’t tell you, but I know it’s mine…
Cosa vedi quando spegni la luce?
Non posso dirlo, ma so che è mio.
Non credeva che Haber riuscisse a starsene fermo, a starsene zitto, per un tempo così lungo. Solo una volta le sue dita corsero a una manopola. Poi ritornò immobile, con lo sguardo puntato sulla parete spoglia.