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— Pronto, sono Heather Lelache — disse una voce di contralto debole e allarmata.
Un’irrilevante e penetrante sensazione di piacere sorse in lui, come un albero cresciuto e fiorito in un istante, con le radici nei suoi lombi e i fiori nella sua mente. — Salve — disse.
— Che ne direbbe di vederci da qualche parte per parlare di tutta la faccenda?
— Sono d’accordo, certo.
— Be’, non voglio farle credere che si possa fargli causa perché usa quella macchina, quella faccenda dell’Aumentore. La macchina pare completamente a posto. È stata provata in laboratorio in modo esauriente, e lui la tiene sotto controllo nel modo dovuto e ha seguito la giusta trafila; adesso l’ha anche brevettata presso il Controllo Sanitario. È un vero esperto in queste cose, come c’era da aspettarsi. Non avevo capito chi fosse, quando lei me ne ha parlato. Un uomo non arriva a una posizione come la sua, se non è eccezionalmente bravo.
— Che posizione?
— Be’, la posizione di direttore di un istituto di ricerche patrocinato dal governo!
Gli piaceva il modo con cui lei cominciava sovente certe frasi violente e sdegnose con un debole, conciliante «be’». Tagliava loro i ponti sotto i piedi ancor prima che fossero cominciate, le lasciava sospese nel vuoto, senza sostegni. Quella do
— Oh, sì, capisco — rispose in tono vago. Il dottor Haber aveva ottenuto il posto di direttore l’indomani del giorno in cui Orr aveva ottenuto la sua villa in montagna. Il sogno della villa si era svolto durante l’unica seduta notturna da loro tenuta; non le avevano più ripetute. La suggestione ipnotica sul contenuto del sogno non era sufficiente per tutta la notte; alle 3 del mattino Haber aveva rinunciato, e, dopo avere collegato Orr all’Aumentore, gli aveva trasmesso segnali di so
L’oca. Precisamente. Questa parola mi descrive con esattezza, pensò Orr. Una maledettissima oca, bianca, stupida e insulsa. Ma intanto si era perso una parte del discorso di Miss Lelache. — Mi scusi — disse, — non ho capito cosa diceva. Ho la testa frastornata, in questo momento, temo.
— Si sente bene?
— Sì, abbastanza. Soltanto un po’ di stanchezza.
— Lei ha fatto un sogno sconvolgente, sulla Peste, vero? Aveva un aspetto terribile, quando si è svegliato. Le fa
— No, non sempre. Questa è stata particolarmente brutta. Credo se ne sia accorta anche lei. Mi stava dicendo di incontrarci?
— Sì. Lunedì a colazione, dicevo. Lei lavora in centro, mi pare, alle Industrie Bradford.
Con una sorta di leggera meraviglia, Orr comprese che era vero. Il grande progetto idrico Bo
— Dall’una alle due va bene. E anche Dave. Allora ci vediamo laggiù lunedì.
— Aspetti — disse. — Senta. Lei… non le spiacerebbe dirmi cosa ha detto Haber, voglio dire cosa mi ha ordinato di sognare mentre ero ipnotizzato? Lei ha ascoltato tutto, penso.
— Sì, ho ascoltato, ma non posso parlare, altrimenti interferirei con la cura. Se Haber volesse farglielo sapere, sarebbe lui stesso a dirglielo. Io non posso farlo, sarebbe una scorrettezza.
— Già, ha ragione.
— Sì, mi spiace. Allora, lunedi?
— Arrivederci — fece lui; si sentiva bruscamente riprendere dallo sconforto e dai cattivi presentimenti, e riappoggiò il ricevitore senza neppure ascoltare il saluto di lei. Quella do
Domani era sabato. Una lunga seduta con Haber, dalle quattro alle sei o anche più tardi.
Era l’ora di cena, ma Orr non aveva fame. Non aveva acceso la luce nell’alta, oscura camera da letto, e neppure nel soggiorno che non aveva ancora arredato nei tre a
George Orr si stese a faccia in giù in quella tranquilla oscurità, con l’odore del legno e della polvere nelle narici, sorretto dalla durezza del pavimento. Era immobile, ma non dormiva; non si trattava di so
Quando si alzò, prese una compressa di clorpromazina e andò a letto. Haber, questa settimana, provava su di lui le fenotiazine; pareva andassero bene: gli permettevano di entrare nello stadio-d quando era necessario, ma indebolivano l’intensità dei sogni, cosicché essi non giungevano mai a essere efficaci. Era un buon risultato, ma Haber aveva detto che l’effetto si sarebbe indebolito col tempo, come era sempre successo con gli altri farmaci, e che alla fine si sarebbe ridotto a zero. Niente può impedire a un uomo di sognare, aveva detto, salvo la morte.
Quella notte, almeno, Orr dormì profondamente, e se sognò furono sogni passeggeri, senza peso. Si svegliò l’indomani, sabato, quasi a mezzogiorno. Andò a dare un’occhiata in frigorifero e rimase per vari minuti a contemplare lo spettacolo. C’era più cibo, lì dentro, di quanto ne avesse mai visto nel frigorifero di un privato in tutta la sua vita. In tutta la sua altra vita. Quella vissuta tra sette miliardi di persone, dove il cibo non era mai abbastanza. Dove un uovo era il lusso di tutto un mese… «Oggi ovuliamo!» diceva sempre la sua semimoglie, quando arrivava con la razione mensile di uova. Strano, ma in questa nuova vita non avevano contratto un matrimonio di prova, lui e Do