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Ero profondamente immerso nelle nebbie della creazione artistica quando Broadbent fece capolino. — Santo cielo! — esclamò. — Non ha ancora incominciato?
Lo fissai freddamente. — Se non vado errato, lei desidera da me il meglio che posso dare, no? E allora non si può improvvisare una simile creazione da un momento all’altro. Crede che un cordon bleu riuscirebbe a mescolare una nuova salsa in sella a un cavallo lanciato al galoppo?
— Al diavolo il cavallo! — ribatté, lanciando un’occhiata all’orologino che portava al mignolo. — Le restano sei minuti. Se non riesce a combinare qualcosa in questo tempo, dovremo rischiare il tutto per tutto.
Be’, certo preferisco avere tutto il tempo a disposizione, ma avevo sostituito mio padre nella sua creazione trasformistica L’assassinio di Huey Long, quindici personaggi diversi in sette minuti, e una volta ero riuscito a eseguirla in nove secondi meno di lui.
— Rimanga lì! — gli risposi prontamente. — Sarò subito da lei.
Così detto cominciai a crearmi il viso di "Be
Poi mi volsi verso Broadbent che restò senza fiato: — Santo cielo! Non l’avrei mai creduto.
Fedele al personaggio di "Be
Lui continuava a fissarmi. — Senta un po’ — disse poi. — Non potrebbe fare qualcosa di simile anche per me? In fretta?
Stavo per dire di no, quando mi resi conto che la sua richiesta costituiva un’interessante sfida alla professione artistica. Avevo la tentazione di rispondergli che se mio padre avesse cominciato a lavorare su di lui a cinque a
— Le basta non essere riconosciuto? — domandai.
— Sì, sì! Non potrebbe truccare anche me, mettermi un naso finto, o qualcos’altro?
Scossi il capo. — No, col trucco non otterremmo nulla: tutt’al più riuscirei a farla assomigliare a un bambino che si è messo in maschera per la sfilata di Carnevale. Occorre saper recitare, e lei non può più imparare, alla sua età. No, meglio non far nessun ritocco al viso…
— Ma allora… con questo naso che mi ritrovo…
— Mi dia ascolto. Qualunque cosa facessi, quel suo signor naso finirebbe lo stesso per richiamare l’attenzione. Invece, non le basterebbe qualcosa di diverso? Che uno che la conosce, vedendola, dicesse: "Ehi, ma guarda, quello, come rassomiglia a Dak Broadbent. Sono sicuro che non è lui, certo, però un po’ gli rassomiglia". Eh?
— Ma… penso di sì. Basta però che sia sicuro di non avermi riconosciuto. Dopotutto dovrei essere su… lasciamo perdere. Non dovrei essere sulla Terra, in questo momento.
— Sara
— Va bene. Mi faccia vedere come devo camminare.
— No, non lo imparerebbe mai. La costringerò a farlo nel modo voluto, per forza.
— Ma come?
— Mettendo un po’ di sassolini o qualcosa di simile nella punta degli stivali. La costringera
— Ma lei crede che risulterò irriconoscibile solo perché camminerò in modo diverso?
— Sicuro! Uno che la conosce non saprà dire perché è così sicuro che non è lei, ma proprio per il fatto che la sua convinzione è subconscia e primitiva, non avrà alcun dubbio. Oh, se proprio vuole, posso fare anche qualcosa per la sua faccia, tanto perché si senta a suo agio, ma le assicuro che non ce n’è bisogno.
Ritornammo nel salotto dell’appartamento. Io continuavo a essere "Be
Dubois era sempre affaccendato col visifono. Alzò gli occhi, mi vide, e rimase un istante a fissarmi imbambolato. Poi uscì di corsa dalla cabina a prova di suono per domandare: — E questo chi è? Dov’è andato l’altro, l’attore?
Dopo avermi guardato di sfuggita in quel primo istante, aveva distolto gli occhi e non s’era più preoccupato di me. "Be
— Che attore? — risposi io, con la voce piatta e incolore di Be
— E così, dicevi che non era buono a far niente! — Poi aggiunse brusco: — Sei riuscito a metterti in contatto con tutti, Jacques?
— Sì. — Dubois tornò a guardarmi, perplesso, poi distolse ancora lo sguardo.
— Bene. Dobbiamo essere fuori di qui entro quattro minuti. Avanti, Lorenzo, vediamo quanto ci mette a prepararmi.
Dak si era già sfilato uno stivale, si era tolto la giubba e si era arrotolato la camicia sulla schiena in modo che potessi fissargli il cerotto tra le scapole. Stavo per avvicinarmi a lui, quando la lampadina sopra l’uscio si accese e il campanello si mise a ronzare. S’irrigidì. — Jacques! Deve venire qualcuno?
— Sarà forse Langston. Ha detto che cercava di raggiungerci qui, prima che partissimo. Se faceva in tempo. — Dubois si diresse verso l’uscio.
— Potrebbe non essere lui. Potrebbe essere… — Non riuscii a sentire dalla voce di Broadbent chi sarebbe potuto essere, perché intanto Dubois aveva aperto. E inquadrato sulla soglia, come un fungo velenoso da incubo, c’era un marziano.
Per un lungo e orribile momento non riuscii a vedere altro che il marziano. Non mi accorsi che dietro di lui c’era anche un uomo, e non notai neppure l’arma che la creatura stringeva nello pseudoarto: la caratteristica verga marziana.
Poi la creatura scivolò dentro, contorcendosi tutta. Anche l’uomo entrò, e la porta si richiuse automaticamente. Il marziano squittì: — Buongiorno, signori. Stavate partendo?
Mi sentivo paralizzato, stordito da un accesso acuto di xenofobia. Dak era impacciato dai vestiti, che gli toglievano la libertà di movimento. Ma il piccolo Jacques Dubois agì con un semplice, naturale eroismo che me lo fece amare per sempre come un fratello, anche se morì subito… Si gettò contro l’arto che brandiva la verga, e afferrò l’arma tra le braccia senza far nulla per scansare il colpo.
Dovette morire all’istante, con in pancia un buco grosso come un pugno, prima ancora di cadere a terra. Ma te
L’uomo entrato insieme alla creatura fetida e puzzolente dovette fare un passo di fianco per poter sparare, e commise un errore molto grave. Avrebbe dovuto sparare prima a Dak e poi a me, ma sprecò il primo colpo sul povero Jacques: il secondo colpo non riuscì mai a spararlo, perché Dak lo colpì in piena fronte. Io non mi ero neppure accorto che Dak fosse armato! Privo dell’arma, il marziano non fece nessun tentativo di fuga. Dak balzò in piedi, fece qualche passo fino a lui (strascicando i piedi), e gli disse: — Ah, Rrringriil. Ti vedo.