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Non ne avevo capito niente, ma preferii non dirlo. — Sì, ma, vede, capitano, se i nemici politici dell’onorevole Bonforte lo ha
— Se fossimo stati sulla Terra, sì. E così pure a New Batavia o su Venere. Ma qui si tratta di Marte. Lei ha mai sentito parlare della leggenda di Kkkahgral il Giovane?
— Eh? No, non credo.
— Dovrebbe studiarsela; le servirebbe a capir meglio come ragionano i marziani. In breve, questo giovanotto Kkkah doveva trovarsi in un dato posto in un determinato momento, migliaia d’a
— Roba da matti!
— Crede proprio? Noi non siamo marziani. È una razza antichissima, e ha elaborato un sistema d’impegni e d’obblighi per ogni circostanza. Il rispetto delle forme e dell’etichetta portato all’estremo immaginabile. Al loro confronto, gli antichi giapponesi sembrerebbero degli anarchici. I marziani non ha
No, non capivo ancora. Secondo me, quel tale Kkkah doveva venir fuori da un Grand Guignol della specie peggiore.
— È abbastanza semplice — continuò Broadbent. — Il Capo, senza dubbio, è il maggior esperto di costumi e di psicologia marziana che sia mai esistito. Sta lavorando da a
Dak se ne andò d’improvviso come era venuto, e Penelope Russell rimise in moto il proiettore. Mi ve
Mi ci volle poco per ritornare di nuovo ad applicarmi sul personaggio di Bonforte, osservandone i gesti e il modo di camminare, impadronendomi delle sue espressioni, provando a imitarne i toni di voce. Ero immerso nella fantasticaggine tiepida e distaccata della creazione artistica e mi sentivo già nei suoi pa
Fu una repulsione invincibile a destarmi dal mio sogno ad occhi aperti, quando comparve l’immagine di Bonforte circondata di marziani che lo sfioravano con gli pseudoarti. M’ero talmente immedesimato nel personaggio che mi sembrava di averli addosso… e la puzza era insopportabile. Mi lasciai sfuggire un gemito soffocato e cercai di alzare le mani. — Ferma! - esclamai.
Le luci si accesero e le immagini scomparvero. La signorina Russell mi guardava con aria torva. — Che cosa diavolo le prende?
Cercando di dominare il tremito della voce, le dissi: — Signorina Russell… mi dispiace moltissimo… però, mi scusi… non proietti più quel nastro. Non sopporto i marziani.
Mi guardò come se non credesse alle proprie orecchie, ma con profondo disprezzo. — L’avevo detto — esclamò lentamente, con ironia — che questa grottesca macchinazione non sarebbe approdata a niente.
— Mi spiace proprio, ma è una cosa più forte di me.
Lei non rispose, ma scese laboriosamente dal suo "torchio". Non riusciva a camminare con la stessa disinvoltura di Dak, a 2 g, ma se la cavava abbastanza bene. Uscì senza dire niente, e sbattendosi la porta alle spalle.
Non ritornò. Al suo posto, quando la porta si aprì, entrò un uomo, dentro a quello che sembrava un gigantesco girello da bambini. — Come sta il nostro giovanotto? — esclamò. Era un tizio sulla sessantina, piuttosto pingue, dall’aria paciosa; non c’era bisogno di controllare il suo diploma di laurea per capire che la sua era un’affabilità del tipo "medico di famiglia".
— Oh, bene. Grazie, signore, e lei?
— Non male, ma preferisco le accelerazioni più leggere. — Diede un’occhiata in basso, verso il marchingegno che lo conteneva. — Le piace il mio bustino ambulante? Non sarà molto elegante, ma fa affaticare meno il cuore. A proposito, tanto per evitare possibili dubbi, io sono il professor Capek, medico personale dell’onorevole Bonforte. So già chi è lei. Ora, mi dica un po’, cos’è questa cosa che mi ha
Cercai di spiegarglielo come meglio potevo, in toni distaccati.
— Capisco — disse il professor Capek. — Però il capitano Broadbent mi avrebbe dovuto avvertire, perché se l’avessi saputo prima avrei cambiato i programmi del suo addestramento. Il capitano è una persona molto abile, a modo suo, ma qualche volta ragiona più coi muscoli che col cervello… È un estroverso talmente normale che a volte mi fa quasi paura. Ma per fortuna non c’è niente d’irreparabile… Signor Smythe, le chiedo il permesso d’ipnotizzarla. Le do la mia parola di medico che mi servirò dell’ipnosi solo per risolvere questa faccenda, e che non interferirò in alcun modo con l’integrazione della sua personalità. — Trasse di tasca uno di quegli orologi antiquati da taschino che sono un po’ il simbolo della professione medica e mi prese il polso.
— Le do senz’altro il mio permesso — gli risposi subito. — Però debbo farle notare, professore, che non servirà a nulla. È impossibile ipnotizzarmi. — Avevo imparato anch’io le tecniche ipnotiche all’epoca in cui presentavo il mio famoso numero di lettura del pensiero, ma coloro che me le avevano insegnate non erano mai riusciti a ipnotizzarmi. Un pizzico d’ipnotismo serve sempre, in numeri come il mio, specialmente se la polizia locale non è molto pignola nel far rispettare le leggi imposte dai sanitari per limitare l’esercizio abusivo della loro professione.
— Davvero? Be’, allora faremo quel che potremo. Pensi solo a rilassarsi, a mettersi comodo, e parleremo un po’ del suo guaio. — Teneva sempre in mano l’orologio e lo faceva dondolare, torcendo la catenina, anche dopo aver terminato di misurarmi le pulsazioni. Volevo dirgli qualcosa, perché l’orologio rifletteva la luce della lampadina che avevo proprio dietro la testa, ma pensai che si trattasse solo di una specie di tic nervoso di cui egli stesso non era a conoscenza: una cosa troppo banale, a dire il vero, per farla notare a un estraneo col rischio di offenderlo.