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Ma tutte le volte che mi passava davanti cercando un pertugio attraverso cui infilarsi in casa, e mandando il suo grido di guerra, lo chiamavo piano: — Pete, sono qui. Vieni, Pete. Mettiti calmo, micio.

Lui s’era accorto della mia presenza, perché si voltò un paio di volte a guardarmi, ma per il resto m’ignorò. Coi gatti bisogna fare una cosa alla volta. In quel momento, il mio aveva un’importante faccenda da sbrigare e non poteva perdere tempo a strusciarsi contro le gambe del suo padrone. Ero sicuro che sarebbe venuto da me non appena avesse sistemato i suoi affari.

Mentre aspettavo, sempre accoccolato dietro un cespuglio, sentii l’acqua scrosciare nel bagno di Miles, e immaginai che lui e Belle stessero lavandosi e medicando le graffiature. Allora mi ve

Comunque, per quanto in seguito ci abbia pensato, non sono mai riuscito a trovare una risposta a quella mia domanda.

Oltretutto, in quel momento ero convinto che sarebbe stato troppo pericoloso entrare, perché mi sarei potuto imbattere in Miles, e non volevo aggiungere un cadavere al carico della mia macchina.

Finalmente Pete si decise a fermarsi davanti a me, tenendosi però a una certa distanza. — Mrrrrgnau? — chiese, il che, tradotto, voleva dire: Entriamo a fare piazza pulita di quelle canaglie? Tu li colpisci in alto, io in basso.

— No, caro, lo spettacolo è finito.

— Acc… mrgnau!

— E ora di tornare a casa, Pete. Vieni qui.

Lui si mise a sedere, accingendosi a lavarsi. Dopo un po’, quando sollevò il muso a guardarmi, io fui pronto a tendergli le braccia, e lui fu altrettanto lesto a saltarmi al collo. — Brrr… Brrr — faceva, e voleva dire: Ma dove diavolo ti eri cacciato quando è cominciato il bello?.

Io lo portai in macchina e lo depositai al posto di guida, perché il resto era tutto occupato dai pezzi di Sergio.

Pete a

Aspettai di essere sulla strada prima di accendere i fanali, poi partii a gran velocità per il Lago del Grande Orso e il Campo delle Giovani Esploratrici. Strada facendo seminai nei fossati e nei campo i pezzi di Sergio, e mi fermai per stracciare e gettare in una roggia disegni e progetti. Il pezzo più grosso, cioè lo chassis, lo gettai in un burrone quando fui giunto in montagna. Erano le tre di notte quando entrai nel parcheggio di un motel a un tiro di fucile dal Campo delle Giovani Esploratrici. Quando il custode ve

— Gli elicotteri arrivano alle sette e tredici esatte qui sullo spiazzo.

— Bene, allora chiamatemi alle sette, per favore.

— Signore, se riuscirete a dormire fino a quell’ora col chiasso che fa

Alle otto, io e Pete avevamo fatto colazione, e io mi ero anche sbarbato e lavato. Esaminai attentamente Pete alla luce del giorno e constatai che, salvo un paio di piccole ammaccature, era uscito inde

Non avevo mai visto tante ragazze in una volta sola, e nelle loro divise verdi parevano tutte uguali. Mentre mi avviavo alla palazzina direttoriale, quelle che incontrai vollero accarezzare Pete, e quelle che non ebbero il coraggio di avvicinarsi, per timidezza, si limitarono a guardarlo ammirate.

Entrai nella palazzina, e l’esploratrice in uniforme che mi accolse non era più ragazzina da un pezzo. Mi trattò con cautela e sospetto, il che del resto era logico dal momento che lei non mi conosceva e che non ero parente diretto di Ricky, e poi aggiunse che le visite avevano luogo dalle sedici alle diciotto.

— Non sono venuto qui per trovare Federica — le dissi — ma perché debbo riferirle una cosa molto importante e urgente.

— Allora scrivete un biglietto, e abbiate la compiacenza di aspettare che le ragazze abbiano terminato l’esercizio di gi

— Vi prego — insistetti — ho proprio bisogno di parlare con la bambina.

— Qualche lutto in famiglia? — chiese la mia interlocutrice.

— No, ma sono successe ugualmente cose assai gravi. Scusatemi, signorina, ma posso parlarne solo a Federica.

La do

La do

— È il gatto di Federica — spiegai sole

— Oh, poverino! — disse lei, grattandolo con un dito sotto il mento, nella maniera dovuta. Pete gradì il complimento, per fortuna, allungando il collo e chiudendo gli occhi con aria indecentemente compiaciuta. A ogni modo, il suo intervento decise l’istruttrice, la quale un minuto dopo mi disse che potevo aspettare Ricky: — In via del tutto eccezionale — aggiunse, allungando una mano ad accarezzare ancora Pete prima di andare a chiamare la bambina.

Non la vidi arrivare, ma sentii per prima cosa la sua voce gioiosa esclamare: — Zio Da

Pete espresse la sua gioia con un lungo «mmmrrr» e balzò fra le sue braccia. Ricky lo sistemò ben bene nella sua posizione preferita, e per alcuni minuti tutti e due mi ignorarono, scambiandosi i complimenti gatteschi d’uso. Finalmente Ricky alzò la testa, e disse seria: — Zio Da

La guardai commosso. Aveva l’angolosità e la goffaggine dei suoi undici a

— Sono felice anch’io di rivederti — le risposi con tutta sincerità.

Reggendo Pete con un braccio, Ricky frugò con l’altra mano nella tasca della divisa, e disse: — È strano che tu sia qui, però. Ho ricevuto poco fa una tua lettera… ma non ho ancora fatto in tempo ad aprirla. Mi scrivevi per dire che venivi oggi?

— No, Ricky, ti scrivevo proprio per dirti il contrario. Devo andare via, e restare assente molto tempo… poi ci ho ripensato e ho preferito venirti a salutare di persona.

L’invitai a sedersi, mi sedetti a mia volta, e cominciai a parlare. Ricky aveva deposto la grossa busta sul tavolino in mezzo a noi, e Pete vi saltò su, assumendo una posa statuaria, con la lettera fra le zampe, ronfando di contentezza.

Provai un grande sollievo quando ve

— Oh, lo sapevo — fu il suo commento quando vi acce

— Senti, Rikki-tikki-tavi, capisco quello che provi, ma come si può fare? Devi tornare a casa. Miles è il tuo papà e tu hai solo undici a

— Niente affatto. Non ci sono proprio obbligata — protestò lei, decisa. — Non è mio padre ma solo il mio patrigno, e poi andrò a vivere con la no