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— Grazie! Grazie infinite. — E poiché dalla sua espressione mi parve che avesse tutte le intenzioni di andare a chiamare un’ambulanza, aggiunsi in fretta: — Vado soggetto, qualche volta, ad amnesia.
— Capisco — rispose lentamente lui. — Credete comunque di essere in grado di rispondere ad alcune domande?
— Non lo tormentare, caro — gli disse la do
— Staremo a vedere. Dunque?
— Sì, adesso mi sento bene, ma prima avevo la testa molto confusa.
— Bene, ditemi allora come vi chiamate, in che modo siete arrivato qui, e perché andate in giro vestito a quel modo.
— Mi chiamo Da
— Oh, vi spiego subito. Io e mia moglie ci troviamo qui nella pineta del Circolo Elioterapico di Denver a fare la cura del sole, quindi non c’è da meravigliarsi se siamo così vestiti. Non è previsto l’improvviso ingresso di estranei.
John e Je
Tacqui, impacciato, finché non mi ve
— Credo di sì — disse lui.
— Caro — interve
— Uhm… Ma sì! Però bisognerà sapere qualche cosa di più sul suo conto. Ricordate almeno da dove venite?
— Sì, certamente — mi affrettai a rispondere. — Da Los Angeles di California — e mentalmente presi nota di essere cauto: non avrei certo migliorato la mia situazione se mi fossi lasciato sfuggire qualche descrizione della Los Angeles del 2001 invece che di quella del 1970.
— Basta così. Questo è il nostro amico Da
Sistemate così le cose grazie al buonsenso di Je
— John — risposi dopo un momento di esitazione — l’ultima cosa al mondo che vorrei è darvi dei fastidi, credetemi…
— Dunque, dovrei attenermi alla versione amnesia?
Mi trovavo in una situazione insostenibile. John Sutton aveva il diritto di sapere, ma ero certo che non avrebbe creduto la verità, e se l’avesse creduta sarebbe stato ancora peggio, perché inevitabilmente si sarebbe fatta intorno alla mia persona un pubblicità che mi sarebbe riuscita molto da
— John, se ve lo dicessi non mi credereste — mi decisi finalmente a rispondere.
— Non lo metto in dubbio. Però resta il fatto stranissimo che, di punto in bianco, un uomo casca giù dal cielo proprio davanti a me, senza farsi male. Da
— John, il vostro modo di esprimervi mi dà l’idea che siate avvocato o notaio.
— È vero.
— Ebbene, posso farvi una comunicazione sotto il suggello del segreto professionale?
— Uhm, vorreste diventare mio cliente?
— Sì, se accettate. È probabile che mi occorrano i vostri consigli.
— D’accordo, allora. Fuori il rospo.
— Bene. Vengo dal futuro. Viaggio nel tempo.
Lui rimase in silenzio per parecchi minuti.
— Avevate ragione — disse poi. — Non ci credo. Adesso, mi sembrano molto più plausibili gli attacchi di amnesia.
— Ve l’avevo detto che non mi avreste creduto!
— Diciamo che mi rifiuto di credervi — corresse lui con un sospiro. — Come mi rifiuto di credere nei fantasmi, nella reincarnazione, e in tutte queste diavolerie. Mi piacciono le cose semplici, che si possano capire. Così, come primo consiglio, vi suggerisco di non parlare a nessuno di questo particolare.
— È proprio quello che pensavo di fare.
— Inoltre, fareste bene a distruggere quei vestiti. Vi presterò io qualcosa. Ho qui al circolo una tuta. — Mentre parlava aveva preso in mano un lembo della mia giacca, e senza volerlo la sollevò di quel tanto che gli permise di vedere l’oro nascosto sotto.
— Ehi, che diavolo avete lì?
Ormai era troppo tardi e non mi restava che confidarmi con lui anche su quel particolare. — A voi cosa sembra? — chiesi.
— Oro.
— Infatti.
— Dove l’avete preso?
— L’ho comprato.
— Comperato… legalmente? — indagò lui.
— Vi giuro di sì. E ho intenzione di venderlo a mia volta alla Zecca di Denver, perché non ho denaro contante.
— Voglio credervi, Da
I Sutton rimasero al Club fino al lunedì mattina, e io restai con loro. Avevano un villino nel parco, e gli amici che mi presentarono erano garbati e poco curiosi. John fece una scappata a casa per portarmi un paio di calzoncini e una maglietta, giacché non potevo far la cura del sole in tuta, e dormii su una brandina nello spogliatoio.
Il martedì, John mi accompagnò in città, dove affittai un appartamentino che arredai con tutti gli arnesi necessari al mio lavoro, e mi aiutò a convertire parte dell’oro in moneta sonante. Avevo il tempo misurato, e mi misi immediatamente al lavoro. Era una vera noia doversi servire della squadra a T, e del compasso, così per risparmiare tempo, prima di aggiornare il Servizievole Sergio, progettai Dino Disegnatore. Cambiai naturalmente nome a Sergio, che dive
Il lavoro procedeva svelto, perché conoscevo già progetti e disegni, ma non possedendo strumenti né un’officina attrezzata, la realizzazione pratica dei progetti andava forzatamente a rilento. Lavoravo sette giorni alla settimana, dalla mattina alla sera, senza un attimo di riposo, e mi concessi solo un occasionale week-end con John e Je