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Il supervisore si sentì offeso quanto bastava per superare il senso di colpa. — Non c’è bisogno di dare in escandescenze, Graf. L’errore è stato mio, e probabilmente ne subirò le conseguenze, ma è decisamente stupido addebitare al mio dipartimento un viaggio straordinario del traghetto oltre a questo, quando possiamo tranquillamente aspettare. È già un bel pasticcio anche così. — Fece un gesto indicando la benzina. — Ehi, ragazzi — proseguì, — smettete di scaricare! Quel carico è sbagliato, deve tornare a terra.
Il pilota del traghetto uscì in quel momento dal portello e lo udì. — Che cosa? — Si diresse verso di loro e Leo gli fece un breve resoconto dell’errore.
— Be’, non potete rispedirlo già con questo viaggio — disse deciso il pilota. — Non ho abbastanza carburante per prendere un carico completo. Dovrà aspettare. — E se ne andò, per godersi il suo obbligatorio intervallo di riposo al bar.
I quad che stavano scaricando assunsero un’espressione risentita, quando le direttive del lavoro ve
— Sì — sospirò Leo. — Ma fate il possibile per immagazzinare questa roba in un modulo distaccato, non potete lasciarla qui.
— Sì, signore.
Leo si rivolse di nuovo al supervisore. — Dobbiamo comunque avere quelle barre di carburante.
— Be’, dovrà aspettare. Io non lo farò. Van Atta mi spremerà già abbastanza sangue per questo errore.
— Può addebitarlo al mio progetto speciale. Firmerò io la richiesta.
Il supervisore inarcò le sopracciglia, leggermente sollevato. — Be’… va bene, ci proverò, ci proverò. Ma che ne sarà del suo sangue?
Già venduto, pensò Leo. — Sono affari miei, non crede?
Il supervisore scrollò le spalle. — Immagino di sì. — E se ne andò borbottando. Uno dei quad della squadra rimorchiatori che lo seguiva, lanciò un’occhiata significativa a Leo. Leo rispose scrollando severamente il capo e passandosi un dito davanti alla gola, come per tagliarsela, in un gesto che significava: silenzio!
Si voltò e quasi andò a sbattere contro Pramod, che attendeva paziente alle sue spalle. — Non farmi questi scherzi! — gridò, poi riprese il controllo dei propri nervi un po’ scossi. — Scusami, mi hai spaventato. Che cosa c’è?
— È saltato fuori un problema, Leo.
— Ma certo. Possibile che nessuno mi insegua mai per darmi una buona notizia? Non importa. Che c’è?
— Le morse.
— Le morse?
— Fuori ci sono moltissime co
— Lo so, non dirlo.
— Abbiamo pensato che un po’ di pratica avrebbe accelerato le cose.
— Sì, bene…
— Quasi nessuna delle ganasce si apre, nemmeno con gli attrezzi elettrici.
— Uh… — Leo si interruppe, preso alla sprovvista, poi capì di che cosa si trattasse. — Ganasce di metallo?
— La maggior parte.
— E dal lato del sole è peggio?
— Molto peggio. Non siamo riusciti ad aprirne neanche una di quelle. Alcune erano visibilmente fuse. Qualche idiota deve averle saldate.
— Saldate, sì. Ma non è stato qualche idiota: è stato il sole.
— Leo, non diventa mai così caldo…
— Non direttamente. Quella che avete visto è una saldatura spontanea a diffusione nel vuoto. Le molecole di metallo evaporano dalla superficie del pezzo se questo si trova nel vuoto. Lentamente, certo, ma è un fenomeno misurabile. Dall’area delle morse emigrano sulle superfici vicine e alla fine stabiliscono un legame solido. Un po’ più in fretta per le parti calde esposte al sole e un po’ più lentamente per le parti in ombra… ma scommetto che alcune di quelle ganasce sono lì da vent’a
— Oh! Ma cosa possiamo fare?
— Devono essere recise.
Pramod strinse le labbra preoccupato. — Questo rallenterà le cose.
— Già. E dovremo anche avere un sistema di ripiego per riagganciare tutti i collegamenti nella nuova configurazione… ci servira
Leo si fermò, chiedendosi dapprima se sarebbe sopravvissuto alla Grande Ribellione, mentre poi cominciò a chiedersi se sarebbe sopravvissuto fino alla Grande Ribellione. Pregò con fervore perché almeno a Silver le cose andassero un po’ meglio.
Dal canto suo, Silver sperava ardentemente che le cose a Leo andassero meglio che a lei.
Si rigirò nella cuccetta di accelerazione, sempre più a disagio dopo le prime otto ore di volo, e appoggiò la guancia sull’imbottitura per osservare il suo equipaggio, ammassato nella cabina del rimorchiatore. Gli altri quad erano abbattuti e provati come lei; solo Ti sembrava a suo agio nell’accelerazione costante, con i piedi sollevati e la schiena appoggiata all’indietro nel sedile.
— Ho visto quel grandioso olovideo — Siggy agitò entusiasta un po’ di mani, — sì, quello con la scena d’abbordaggio. I marines usavano le mine magnetiche per bucare come un formaggio svizzero i fianchi dell’astronave madre e poi si precipitavano dentro. — Aggiunse un ululato micidiale a mo’ di colo
— L’ho visto anch’io — disse Ti, — Distruzione nel Covo, giusto?
— Ce l’hai procurato tu — gli ricordò Silver.
— Lo sapevi che c’è un seguito? — disse Ti rivolto a Siggy: — La vendetta del Covo.
— No, davvero? Pensi…
— Prima di tutto — disse Silver, — nessuno ha ancora scoperto creature aliene intelligenti, ostili o no, e in secondo luogo, noi non abbiamo mine magnetiche, grazie al cielo, e, in terzo luogo, non credo che Ti voglia vedere bucherellati i fianchi della sua nave.
— Be’, no — ammise Ti.
— Entreremo attraverso il portello — proseguì Silver in tono fermo, — che è stato progettato proprio a questo scopo. Penso che l’equipaggio dell’astronave sarà già abbastanza spaventato quando li infileremo tutti quanti nella capsula di salvataggio e la lanceremo, senza bisogno di terrorizzarli a morte con urla selvagge. Anche se nell’olovideo il colo
— Faremo come ha suggerito Leo — proseguì Silver, — punteremo contro di loro le saldatrici laser. Non ci conoscono e non potra
— Jon potrebbe costringerli a cedere — fu il commento di Ti. — Dopo tutto, è per questo che è venuto.
Il robusto Jon gli rivolse un’occhiata afflitta. — Pensavo di essere qui come pilota di riserva del rimorchiatore. Costringili tu, se vuoi, sono amici tuoi. Io impugnerò la saldatrice.
Ti si schiarì la gola. — In ogni caso, se c’è, preferirei prendere il D771. Ma non credo che avremo molta scelta. Probabilmente non ci sara