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Ero fermo là, in mezzo al nulla. Le lacrime uscivano, e chiudevano le mie palpebre in una morsa di ghiaccio. Dissi:
— Ho paura di cadere.
— Ma tu sei legato alla corda — disse.
Poi, avvicinandosi e vedendo che non c'era alcun crepaccio visibile, vicino a me, capì quel che stava succedendo, e disse:
— Accampiamoci.
— Non è ancora il momento, dovremmo andare avanti.
Stava già scaricando la tenda dalla slitta.
Più tardi, dopo avere mangiato, lui disse:
— Era il momento di fermarci. Non credo che possiamo andare da questa parte. A quanto pare, il Ghiaccio discende lentamente a valle, e sarà pieno di crepacci e viscido e insidioso per tutta la strada. Se potessimo vedere, potremmo farcela: ma non nella non-ombra.
— Ma allora, come faremo a discendere sulle Paludi di Shenshey?
— Ebbene, se continuiamo a tenerci a est, invece che discendere a sud, potremmo trovarci sul ghiaccio solido fino alla Baia di Guthen. Ho visto il Ghiaccio una volta, da una barca, sulla Baia, d'estate. Si ferma contro le Colline Rosse, e discende, in fiumi di ghiaccio, fino alla Baia. Se discendessimo da uno di quei ghiacciai efferenti, potremmo andare a sud sul mare ghiacciato, fino a Karhide, e così entrare sulla costa, invece che alla frontiera; la qual cosa potrebbe essere migliore. Questo aggiungerebbe però diverse miglia al nostro viaggio… tra le venti e le cinquanta, direi. Qual è la tua opinione su questo, Genry?
— La mia opinione è che non posso andare avanti neppure per venti metri, fino a quando durerà il tempo bianco.
— Ma se uscissimo dalla regione dei crepacci…
— Oh, se uscissimo dai crepacci starei benissimo. E se il sole spunterà mai un'altra volta, tu potrai salire sulla slitta, e io ti darò un passaggio gratuito fino a Karhide.
Questo era un tipico esempio dei nostri tentativi di fare dell'umorismo, in questo stadio del viaggio; erano sempre molto stupidi, ma a volte facevano sorridere l'altro.
— Non ho niente di serio — dissi, dopo qualche secondo. — Sono solo malato di paura cronica acuta.
— La paura è molto utile. Come le tenebre; come le ombre. — Il sorriso di Estraven era una fessura strana in una maschera bruna, screpolata, gonfia, bordata di peluria nera e con due pezzi di roccia nera incastonati. — È strano che la luce del giorno non basti. Abbiamo bisogno delle ombre, se vogliamo camminare.
— Dammi il tuo quaderno, un momento.
Lui aveva appena finito di a
— Conosci questo segno?
Lo guardò a lungo, con espressione strana, ma poi disse:
— No.
— Lo si è trovato sulla Terra, e su Hain-Davenant, e su Chiffewar. È yin e yang. La luce è la mano sinistra delle tenebre… era così il verso? Luce, tenebre. Paura, coraggio. Freddo, caldo. Femmina, maschio. Sei tu. Therem. Entrambi e uno. Un'ombra sulla neve.
Il giorno dopo, ci dirigemmo un po' a nord-est, attraverso la bianca assenza di ogni cosa, fino a quando non ci furono più fessure, e spaccature, nel pavimento del nulla: un giorno di viaggio. Le razioni erano ridotte di 2/3, e avevamo paura che il percorso più lungo ci privasse completamente di cibo. A me sembrava che questo, dopotutto, non avesse molta importanza, essendo la differenza tra poco e niente troppo sottile per essere valutata. Estraven, però, era sulla pista della sua fortuna, seguendo quello che sembrava essere una premonizione o un'intuizione, ma che poteva essere esperienza applicata e ragionamento. Andammo a est per quattro giorni, quattro dei tragitti più lunghi che mai avessimo fatto sul ghiaccio, tra le diciotto e le venti miglia al giorno, e poi il tempo calmo e fatto di nulla si ruppe, e andò in pezzi, trasformandosi in un vorticare, vorticare, vorticare di minuscole particelle di neve, davanti, dietro, ai fianchi, negli occhi, una tempesta che iniziò non appena la luce impallidì e si spense. Giacemmo nella tenda per tre giorni, mentre la tormenta urlava, urlava contro di noi, lunga tre giorni, un urlo interminabile, inarticolato, carico d'odio che usciva da polmoni che non respiravano.
— Mi costringerà a gridare a mia volta, a rispondere - dissi a Estraven, nel linguaggio della mente.
E lui, con quel suo formalismo esitante che distingueva il suo rapporto mentale:
— È inutile. Non ascolterà.
Dormimmo, ora dopo ora, mangiammo un poco, curammo le nostre infiammazioni, le tracce di congelamento, la pelle, le ammaccature, parlammo con il linguaggio della mente, e dormimmo di nuovo. L'urlo di tre giorni diminuì, si spense in un ululato lamentoso, poi in un singhiozzo, e infine smorì nel silenzio. Ve
A cena, Estraven servì razioni complete. A quel ritmo, ne avevamo solo per altri sette giorni.
— La ruota gira — mi disse, con serenità. — Per viaggiare bene, dobbiamo mangiare.
— Mangia, bevi, e sii lieto — dissi io. Il cibo mi aveva messo di ottimo umore. Risi scompostamente delle mie stesse parole. — Tutta una cosa… una sola… mangiare-bere-rallegrarsi. Si può essere lieti senza mangiare, forse? — Questo mi pareva un mistero, pari a quello dello yin e yang, di quel circolo che era uno e due, ma non durò, non durò affatto. Qualcosa nell'espressione di Estraven dissipò l'incantesimo e il mistero. Allora mi ve
Ci svegliammo piuttosto tardi, il mattino dopo, facemmo una colazione doppia, e poi ci mettemmo i finimenti e tirammo la nostra slitta leggera, leggera, fino al bordo del mondo.
Sotto il bordo del mondo, che era un pendio ripido di bianco e rosso in una pallida luce meridiana, giaceva silenziosamente il mare gelato: la Baia di Guthen, gelata da una riva all'altra, e da Karhide fino al Polo Nord.
Per discendere fino al mare di ghiaccio, attraverso le contorte, spezzate barriere, e trincee, e gole e contrafforti del Ghiaccio che spingeva contro le pendici delle Colline Rosse, ci volle tutto quel pomeriggio, e il giorno successivo. In quel secondo giorno, abbandonammo la nostra slitta. Ci facemmo degli zaini; con la tenda quale carico maggiore di uno zaino, e i sacchi a pelo sulla schiena del compagno, e il cibo distribuito in parti uguali, avevamo da portare meno di venticinque libbre a testa; aggiunsi al mio zaino, che non era uno zaino, anche la stufa Chabe, e dovevo portare ugualmente meno di trenta libbre. Era bello finalmente, essere liberi dal compito di dover tirare e spingere e sollevare e muovere quella slitta, e lo dissi a Estraven, durante il tragitto. Lui lanciò uno sguardo dietro di sé, alla slitta che era un frammento, un rifiuto, in quell'immenso tormento di ghiaccio e di rocce rossigne.