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Un centro, una visione, una legge, una luce. Guardate ora nell'Occhio di Meshe!

CAPITOLO TREDICESIMO

Caduta nella fattoria

Allarmato dall'improvvisa riapparizione di Estraven, dalla sua familiarità con i miei affari, e dalla fiera urgenza dei suoi ammonimenti, chiamai un tassi e andai direttamente all'isola di Obsle, intendendo chiedere al Commensale come mai Estraven sapesse tanto e perché fosse spuntato improvvisamente dal nulla, esortandomi a fare esattamente quel che Obsle, ieri, mi aveva consigliato di non fare. Il Commensale era fuori, il portiere non sapeva dove fosse né quando sarebbe rientrato. Andai nella casa di Yegey, senza migliore fortuna. Una nevicata fitta, la più fitta dell'autu

A cena Shusgis diede la spiegazione: una festività Yomesh si stava svolgendo, la Sole

Shusgis non finiva mai di parlare, a me e ai molti dipendenti e ai molti aiutanti e ai molti adulatori che sedevano ogni sera intorno al suo tavolo; non l'avevo mai visto così discorsivo, così gioviale e inarrestabile. Quando la cena fu finita, era già troppo tardi per uscire di nuovo, e in ogni caso la Sole

Kundershaden è antico, uno dei pochissimi edifici antichi rimasti a Mishnory. L'avevo notato spesso, nei miei giri per la città, un edificio lungo, fosco, dalle molte torrette e dall'aspetto malato e sinistro, che si ergeva massiccio sullo sfondo pallido degli edifici Commensali. È quello che sembra e come viene chiamato. È una prigione. Non è un fronte per qualcosa d'altro, non è una facciata, non è uno pseudonimo. È reale, la cosa reale, la cosa dietro le parole.

Le guardie, un gruppo di uomini tarchiati, solidi, cupi mi scortarono attraverso i lunghi corridoi, e mi lasciarono, solo in una piccola stanza, molto sporca e immersa in una luce vivida. Dopo pochi minuti un altro gruppo di guardie entrò, scortando un uomo dal viso affilato e dall'aria autorevole. L'uomo mandò via tutti, all'infuori di due. Gli chiesi se mi fosse concesso di avvertire il Commensale Obsle.

— Il Commensale è a conoscenza del vostro arresto.

Io dissi:

— È a conoscenza di che cosa? — E fu una domanda molto stupida.

— I miei superiori agiscono, naturalmente, per ordine dei Trentatré. Ora verrete sottoposto all'interrogatorio.

Le guardie mi afferrarono le braccia. Opposi resistenza, dicendo, sdegnato e furibondo:

— Sono disposto a rispondere a tutte le vostre domande, potete fare a meno di questa intimidazione!

L'uomo dal viso affilato non prestò alcuna attenzione alle mie parole, ma chiamò anche un'altra guardia. I tre mi legarono con delle cinghie a un tavolo rovesciabile, mi spogliarono, e mi iniettarono quella che, suppongo, fosse una droga della verità.

Non so per quanto tempo durasse l'interrogatorio, né quanto fossero gli argomenti, poiché rimasi drogato per tutto il tempo, e non ricordo affatto i particolari. Quando ritornai in me, non avevo idea del tempo trascorso dal mio confinamento a Kundershaden: quattro o cinque giorni, a giudicare dalla mia condizione fisica, ma non ne ero sicuro. Per qualche tempo, dopo il risveglio, non seppi quale giorno del mese fosse, né quale mese, e in effetti arrivai a comprendere ciò che mi circondava solo con estrema lentezza.

Mi trovavo in una corriera, molto simile a quella della carovana di camion con rimorchio che mi aveva portato attraverso il Kargav fino a Rer, ma ero nel rimorchio, non nella cabina di guida. C'erano venti o trenta altre persone con me, era difficile dire quante fossero, poiché non c'erano finestrini e la luce entrava solo da una fessura nella portiera posteriore, una feritoia chiusa da quattro solide grate di rete metallica. Eravamo già in viaggio da qualche tempo, al momento del mio risveglio, poiché il posto di ogni persona era più o meno definito, e il fetore degli escrementi, del vomito, e del sudore aveva già raggiunto un livello stabile, che non veniva superato né decresceva. Nessuno conosceva nessuno degli altri. Nessuno sapeva dove venissero portati. C'erano pochissime conversazioni. Era la seconda volta che io venivo rinchiuso al buio con persone che non si lamentavano e non sapevano, gente di Orgoreyn. Ora riconoscevo il segno che mi era stato dato, la prima notte trascorsa in Orgoreyn, in questo strano paese. Avevo ignorato quell'oscuro scantinato ed ero andato a cercare la sostanza di Orgoreyn sopra il terreno, nella luce del sole. Non dovevo meravigliarmi, se niente mi era sembrato reale.

Sentivo che il camion stava andando a est, e non riuscii a sottrarmi all'impressione anche quando diventò evidente che esso andava a ovest, addentrandosi sempre di più in Orgoreyn. Le percezioni parasensoriali magnetiche e direzionali sono completamente sbagliate, a volte del tutto capovolte, su altri pianeti; quando l'intelletto non vuole o non può compensare questa erroneità, il risultato è un profondo stordimento, la sensazione che tutto, letteralmente, si sia dissociato.

Uno degli occupanti del camion morì quella notte. Era stato colpito all'addome, con una mazza o a calci, e morì di emorragia, dall'ano e dalla bocca. Nessuno fece qualcosa per lui; non c'era niente da fare. Un recipiente plastico, pieno di acqua, era stato gettato in mezzo a noi qualche ora prima, ma da tempo era già stato prosciugato. L'uomo era il mio vicino di destra, e io presi la sua testa sulle ginocchia, per dargli un po' di sollievo e farlo respirare; e l'uomo morì così. Eravamo tutti nudi, ma da quel momento in poi io indossai il suo sangue come indumento, sulle gambe e sulle cosce e sulle mani: un indumento secco, rigido, brunito, che non dava calore.

La notte si fece sempre più gelida e pungente, e fummo costretti ad avvicinarci gli uni agli altri, per trovare un po' di calore. Il cadavere, non avendo nulla da offrire, fu spinto fuori dal gruppo, escluso. Gli altri si ra

Neve. Neve che cadeva sfarfallando; neve appena caduta, neve fresca; neve caduta da molto tempo; neve dopo che la pioggia era caduta sopra di essa; neve ghiacciata… l'Orgota e il Karhidi ha