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Ramarren la guardò con intensa curiosità, senza cautele o timori. Soltanto, sentendosi vulnerabile, accentuò l'autorevolezza e l'inquisità dello sguardo, cui la sua nascita, di Livello Buono, gli dava diritto. Per nulla intimidita, la do

La do

Ramarren sapeva fuor di dubbio di essere veramente sulla Terra, di aver fatto il Viaggio. Mise da parte orgoglio e diffidenza, e si inchinò davanti a lei. Per lui, per tutti quelli che lo avevano inviato in una missione di ottocentoventicinque trilioni di nulla, quella do

Si alzò e tese le mani aperte nel gesto Kelshiano di ricevere; ella gli parlò. La sua voce suonò strana, stranissima. Anche se non T'aveva mai vista prima, la voce suonò infinitamente familiare al suo orecchio; anche se non conosceva la sua lingua, ne capì prima una parola poi un'altra. Si smarrì per un attimo; temette che usasse qualche forma di telepatia per penetrare la sua barriera di desintonizzazione. L'attimo dopo si rese conto che la capiva perché parlava la Lingua dei Libri, il Galaktika. Era solo il suo accento, la scioltezza del discorso che gli avevano impedito di riconoscerla immediatamente.

Gli aveva già detto parecchie frasi, parlandogli in modo distaccato, svelto, inerte — … non sa

— Io sono Agad Ramarren — rispose, ma il suo nome, detto dalla sua stessa voce, gli suonò strano.

— Chi ti ha detto così? Sei Falk. Non conosci uno che si chiama Falk? Era uno che si rivestiva della tua carne. Ken Kenyek e Kradgy mi ha

Abbassò subito lo sguardo. Tra i Wereliani guardare una persona direttamente negli occhi era una questione delicatissima, controllata da tabù e regole rigide. Fu la sua prima reazione esterna alle parole di lei, ma le reazioni interiori furono simultanee e diverse. In primo luogo, doveva essere drogata, forse da uno stimolante-allucinogeno: le sue esperte percezioni gli consentivano di esserne sicuro, che gli piacessero o meno le implicazioni che ne derivavano sulla Razza Umana. D'altra parte, non era sicuro di aver capito tutto ciò che aveva detto. Certo non aveva idea di che cosa parlasse, ma l'intento che si proponeva era aggressivo, distruttivo. E l'aggressione riuscì. Malgrado non avesse affatto capito gli strani scherzi di lei, il nome che ripeteva continuamente lo agitò, addolorò, scosse, colpì.

Mosse la testa, a significare che non intendeva incrociarne lo sguardo, a meno che lei lo volesse. Infine disse, piano, nell'antica lingua che il suo popolo conosceva solo dagli antichi Libri della Colonia: — Sei della Razza degli Uomini, oppure del Nemico?

Ella rise, con voce forzata, beffarda. — Entrambi, Falk. Non c'è Nemico, e io lavoro per loro. Ascoltami, di' ad Abundibot che il tuo nome è Falk. Dillo a Ken Kenyek. Dillo a tutti i Signori che il tuo nome è Falk… li farà preoccupare di qualcosa! Falk…

— Basta.

Parlava piano come prima, ma con tono autorevole: ella rimase a bocca aperta, per la meraviglia. Quando poi parlò ancora, fu solo per ripetere il nome con cui l'aveva chiamato, con una voce che si era fatta trepida, quasi supplichevole. Faceva pietà, ma egli non diede risposta. Quella do

Non fu pronunciata una sola parola, ma il nuovo venuto inviò alla do

L'uomo alto volse a Ramarren gli occhi bordati di bianco, e gli parlò con i poteri normali. — Chi sei?

Ramarren rispose con un gentile — Agad Ramarren — ma nulla di più, né si chinò. Le cose erano andate anche peggio di quanto avesse pensato in un primo momento. Che gente era questa? Nello scontro di cui era stato testé testimone c'erano insania, crudeltà, terrore e null'altro; certamente non c'era nulla che lo rendesse incline al rispetto o alla fiducia.

Ma l'uomo avanzò un poco, con un sorriso nel volto grave, rigido, parlò con voce cortese, nella Lingua dei Libri. — Io sono Pelleu Abundibot, e ti do un caloroso benvenuto sulla Terra, fratello, figlio del lungo esilio, messaggero della Colonia Perduta!

A queste parole Ramarren fece un veloce inchino e, rimasto un momento in silenzio, disse. — Pare che sia rimasto per qualche tempo sulla Terra, inimicandomi quella do

— Prech Ramarren — disse l'altro, evidentemente prendendo da Orry quel nome come se fosse onorifico, ma senza sapere in che cosa consistesse il rapporto di prechnoye — perdonami intanto se userò le parole. Non è nostra abitudine servirci della telepatia, tra