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CAPITOLO VENTISEIESIMO
La sepoltura
Forse fu proprio a causa di quel crepuscolo che l’aspetto del procuratore cambiò bruscamente. Sembrava che fosse invecchiato e si fosse incurvato a vista d’occhio e inoltre era diventato inquieto. Guardò indietro e sussultò, quando lo sguardo cadde sulla scra
In quel giorno, era già la seconda volta che lo afferrava la malinconia. Fregandosi la tempia, nella quale l’infernale dolore del mattino aveva lasciato solo un ricordo soffocato e vischioso, il procuratore si sforzava di capire la causa dei suoi tormenti interiori. E la capí rapidamente, ma cercò di inga
A una delle svolte si fermò di colpo e fischiò. In risposta rimbombò nel crepuscolo un basso latrato, e dal giardino balzò sulla loggia un gigantesco cane grigio dalle orecchie aguzze, con un collare ornato di piastre dorate.
— Banga, Banga, — gridò debolmente il procuratore.
Il cane si sollevò sulle zampe posteriori e pose quelle anteriori sulle spalle del padrone facendolo quasi cadere, e gli leccò la guancia. Il procuratore sedette sulla scra
Nel frattempo, l’ospite del procuratore si dava da fare.
Dopo aver lasciato la terrazza superiore del giardino di fronte alla loggia, scese per la scala verso la terrazza successiva, voltò a destra e si avvicinò alle caserme situate nel recinto del palazzo. Là erano dislocate le due centurie che erano giunte insieme al procuratore a Jerushalajim per le feste, nonché la guardia segreta del procuratore, comandata dall’ospite stesso. Questi trascorse nelle caserme poco meno di dieci minuti, ma dopo quel termine, dal cortile delle caserme uscirono tre carri carichi di attrezzi da zappatore e di un barile d’acqua. I carri erano scortati da quindici uomini a cavallo, con mantelli grigi. Accompagnati dai soldati, i carretti uscirono dal recinto del palazzo attraverso il portone posteriore, volsero a ovest, uscirono dalla porta della città e seguirono dapprima un sentiero verso la strada di Betlemme, poi questa strada verso nord giunsero fino all’incrocio presso la porta di Hebron e di lí presero la strada di Giaffa che in quel giorno era stata percorsa dalla processione con i conda
Poco dopo la partenza dei carri con il distaccamento che li scortava, si allontanò a cavallo dal palazzo anche l’ospite del procuratore, che adesso indossava un logoro chitone scuro. L’ospite si diresse non verso la campagna, bensí in città. Poco dopo lo si poteva vedere avvicinarsi alla fortezza Antonia, sita a nord, vicinissima al gran tempio. Anche nella fortezza, l’ospite si soffermò per un tempo brevissimo, poi ricomparve nella città bassa, nelle sue vie tortuose e intricate. Qui l’ospite giunse a dorso di mulo.
L’uomo, che conosceva bene la città, trovò facilmente la via che cercava. Portava il nome di Greca, perché vi si trovavano alcune botteghe greche, una delle quali vendeva tappeti. Proprio davanti a questa bottega l’ospite fermò il mulo, ne discese e lo legò a un anello infisso nel portone. La bottega era già chiusa. L’uomo entrò dal cancello vicino all’ingresso della bottega, e si ritrovò in un cortiletto quadrato circondato da magazzini. Voltato un angolo, giunse presso il terrazzo di pietra di una casa d’abitazione coperta di edera, e si guardò intorno. Sia nella casetta che nei magazzini faceva buio, non erano ancora stati accesi i lumi. L’ospite chiamò con voce sommessa:
— Nisa!
A questo appello, una porta scricchiolò, e nel crepuscolo serale apparve sul terrazzo una giovane do
Si chinò sulla balaustra, guardando inquieta, desiderosa di sapere chi fosse. Riconosciuto l’uomo, gli sorrise affabile, lo salutò con un ce
— Sei sola? — chiese sommessamente in greco Afranio.
— Sí, — sussurrò la do
Afranio si guardò intorno e salí i gradini di pietra. Poi entrambi scomparvero nell’interno della casa. Dalla do
La do
— Se qualcuno chiede di me, di’ che sono da Enanta.
Si udí il borbottio della vecchia serva nell’oscurità:
— Da Enanta? Oh, questa Enanta! Tuo marito ti ha pur proibito di andare da lei! Fa la mezzana, la tua Enanta! Guarda che lo dirò a tuo marito…
— Su, su, smettila, — replicò Nisa, e come un’ombra scivolò fuori dalla casa. I suoi sandali batterono sulle lastre di pietra del cortile. Brontolando, la serva chiuse la porta che dava sul terrazzo. Nisa lasciò la sua casa.
Nello stesso momento, da un altro vicolo nella città bassa, un vicolo tortuoso che scendeva a scalinata verso uno degli stagni della città, dal cancello di una casa poco appariscente la cui facciata cieca dava sul vicolo mentre le finestre si aprivano sul cortile, uscí un uomo giovane dalla barbetta accuratamente spuntata, con in testa un fazzoletto bianco che ricadeva sulle spalle, in un nuovo taleth festivo azzurro con le nappine in basso, e coi sandali nuovi scricchiolanti. Il bell’uomo dal naso aquilino, vestito a festa camminava svelto, superando i passanti che si affrettavano a rientrare per la cena sole