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— Come mai la polizia l’ha lasciato andare in giro in quello stato?

Questo, Ivan Nikolaevič lo udí, e rispose:

— Ha

— Come? Cosa? Che ha detto? Chi è comparso? — piovvero voci da tutte le parti.

— Il consulente, — rispose Ivan. — Il consulente che ha ucciso Miša Berlioz ai Patriarscie.

Dalla sala interna la gente si riversò sulla veranda e si strinse intorno al cero di Ivan.

— Scusi, scusi, sia piú preciso, — risuonò all’orecchio di Ivan Nikolaevič una voce sommessa e cortese, — come sarebbe a dire «ha ucciso»? Chi ha ucciso?

— Il consulente straniero, professore e spia, — rispose Ivan voltandosi.

— Come si chiama? — gli chiesero piano all’orecchio.

— Come si chiama! — gridò afflitto Ivan. — Magari lo sapessi! Non ho fatto in tempo a leggere il nome sul biglietto da visita… Mi ricordo soltanto la prima lettera, un «vu doppio», il nome comincia con un «vu doppio»! Che nome può essere col «vu doppio»? — chiese Ivan a se stesso, stringendosi la fronte tra le mani, e a un tratto cominciò a borbottare: — We, We, We, Wa… Wo… Waschner? Wagner? Weiner? Wegner? Winter? — i capelli sulla sua testa cominciarono a muoversi avanti e indietro dallo sforzo.

— Wulf? — esclamò impietosita una do

Ivan si arrabbiò.

— Scema! — gridò, cercando la do

Ivan fu preso dall’inquietudine, si fece largo a spintoni tra quelli che lo circondavano, cominciò ad agitare il cero facendosi gocciolare la cera addosso, e guardò sotto i tavolini. Si sentí dire: «Un dottore!» e un’affabile faccia carnosa, rasata e pasciuta, con gli occhiali cerchiati di corno, apparve davanti a Ivan.

— Compagno Bezdomnyj, — disse la faccia con una voce da comizio, — si calmi! Lei è sconvolto dalla morte di colui che noi tutti amavamo tanto, Michail Aleksandrovič… no semplicemente Miša Berlioz. Noi tutti lo capiamo benissimo. Lei ha bisogno di riposo. Adesso i compagni la mettera

— Tu, — lo interruppe Ivan digrignando i denti, — lo capisci che bisogna prendere il professore? E mi vieni a scocciare con le tue scemenze! Cretino!

— Compagno Bezdomnyj, la prego!… — rispose la faccia arrossendo, arretrando, e rimpiangendo di essersi cacciata in quel pasticcio.

— No, tu non la passi mica liscia, sai!… — disse con un odio intenso Ivan Nikolaevič.

Uno spasimo distorse i suoi lineamenti, si passò rapidamente il cero dalla mano destra in quella sinistra, prese lo slancio e mollò una sventola sull’orecchio alla faccia compassionevole.

Allora ebbero l’idea di gettarsi addosso a Ivan, e lo fecero. Il cero si spense, gli occhiali, caduti dal naso, furono immediatamente calpestati. Ivan lanciò un terribile urlo di guerra che si udí, provocando la curiosità generale, fin sul viale, e cominciò a difendersi. Tinti

Mentre i camerieri legavano il poeta con degli asciugamani, nel guardaroba si svolgeva una conversazione tra il comandante del brigantino e il portiere.

— Avevi visto che era in mutande? — chiedeva freddo il pirata.

— Ma, Arčibal’d Arčibal’dovic, — rispondeva il portiere, tremando — come facevo a non lasciar entrare il signore, se è membro del MASSOLIT?

— Avevi visto che era in mutande? — ripeté il pirata.

— Mi scusi, Arčibal’d Arčibal’dovic, — diceva il portiere, diventando purpureo, — che potevo fare? Capisco anch’io, sulla veranda ci sono delle signore…

— Qui le signore non c’entrano, alle signore non importa niente, — rispose il pirata, incenerendo il portiere con gli occhi. — Invece alla polizia importa! Un uomo che indossa soltanto la biancheria intima può girare per le vie di Mosca in un unico caso: se è accompagnato dalla polizia, e in un’unica direzione: al commissariato! E tu, se sei portiere, devi sapere che, vedendo un uomo del genere, il tuo dovere è di fischiare senza perdere un secondo. Senti? Senti che cosa sta succedendo sulla veranda?

Qui il portiere, quasi fuori di se

— Che cosa ti meriteresti? — chiese il filibustiere.

La pelle del volto del portiere assunse il colore di un malato di tifo e i suoi occhi s’intorpidirono. Gli sembrò che i capelli neri divisi dalla scriminatura si coprissero di un fazzoletto di seta scarlatta. Scomparvero lo sparato e il frac, e dal cinturone di cuoio spuntò la pistola. Il portiere s’immaginò impiccato al pe

— Sta’ attento, Nikolaj, è l’ultima volta! Di portieri cosí, al ristorante, non li vogliamo neanche gratis! Vai a fare il sagrestano! — Dopo aver detto questo, il comandante ordinò preciso chiaro e veloce: — Chiama Pantelej dal buffet. Un poliziotto. Verbale. Una macchina. Alla clinica psichiatrica — E aggiunse: — Fischia!

Un quarto d’ora dopo, lo stupefatto pubblico, non solo del ristorante ma anche quello sul viale e alle finestre delle case che davano sul giardino del ristorante, vedeva questa scena: dal portone del Griboedov, Pantelej, il portiere, un poliziotto, un cameriere e il poeta Rjuchin portavano fuori un giovane fasciato come un bambolotto, che, piangendo a calde lacrime, sputava e cercava di colpire proprio Rjuchin, e urlava in modo da essere sentito per tutto il viale:

— Canaglia!… Canaglia!…

L’autista del camion, col volto adirato, avviava il motore. Vicino, un vetturino incitava il suo cavallo picchiandolo sulla groppa con le redini color lilla, e gridava:

— Guardate che cavallo da corsa! Ho già portato gente al manicomio, io!

Intorno rombava la folla, commentando l’inaudito avvenimento. Insomma, uno schifoso, lurido, allettante, immondo scandalo, che finí solo quando il camion portò via, dal portone del Griboedov, il povero Ivan Nikolaevič, il poliziotto, Pantelej e Rjuchin.