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Allora, lascia andare Abalkin. Invece di bioccarlo direttamente nello studio ed affidarlo a medici e psicologi, lo lascia andar via. Sulla Terra pende una minaccia. Per scongiurarla, è sufficiente isolare Abalkin. Si potrebbe fare con i mezzi più elementari. E mettere finalmente il punto a questa faccenda. Ma lascia andare Abalkin e corre al museo. Può voler dire solo una cosa: è assolutamente certo che anche Abalkin al più presto si recherà al museo. A prendere i detonatori. Perché, se no? (Sembrerebbe la cosa più semplice, infilare quell’astuccio di ambra in un’astronave del tipo Spettro e spedirlo nello spazio nella notte dei tempi… Purtroppo, non si può fare: sarebbe un atto irreversibile.)
Abalkin compare nel museo (oppure si fa strada con la forza: ecco che lo aspetta Griša Serosovin)… Insomma, compare nel museo e incontra di nuovo Sua Eccellenza. Che quadro. Ed ecco che avviene il colloquio vero…
Sua Eccellenza lo ucciderà, pensai. Signore, abbi misericordia, pensai in preda al panico. Lui se ne sta qui seduto e gioca con gli scoiattoli e fra un’ora Sua Eccellenza lo ucciderà. È facile come bere un bicchier d’acqua. Proprio per questo Sua Eccellenza lo sta aspettando al museo, per vedersi il film fino alla fine; per capire, per vedere con i suoi occhi come avverrà ogni cosa; come il robot dei Nomadi cerchi la strada e trovi l’astuccio d’ambra (come? con gli occhi? a fiuto? con un sesto senso?), come lo apra e scelga il suo detonatore; che cosa si propone di fare con il detonatore… solo si propone, non di più, perché in quello stesso istante Sua Eccellenza premerà il grilletto, perché non sarà più possibile rischiare ancora.
Ed io mi dissi: no, non sarà così. Non si può dire che avessi attentamente considerato tutte le conseguenze del mio atto. Se devo esser sincero, non le considerai affatto. Semplicemente sbucai sul viale e andai dritto verso Abalkin.
Quando gli fui vicino, mi guardò con la coda dell’occhio e si voltò. Mi sedetti accanto a lui.
— Lev, — dissi, — se ne vada via. Subito.
— Mi pare di aver chiesto di essere lasciato in pace, — disse con la stessa voce di prima, bassa e incolore.
— Non la lascera
— E voi per me non siete che una banda di idioti folli di paura.
— Non discuto, — ribattei. — Ma proprio per questo deve andarsene di qui, al più presto possibile ed il più lontano possibile. Vada su Pandora, Lev, ci rimanga qualche mese, dimostri loro che non c’è nessun programma dentro di lei.
— E perché? — disse. — In nome di che cosa devo dimostrare qualcosa a qualcuno? È umiliante.
— Lev, — dissi. — Se le capitasse di incontrare dei bambini spaventati, le sembrerebbe davvero umiliante fare lo sciocco davanti a loro per tranquillizzarli?
Per la prima volta mi guardò negli occhi. Mi fissò a lungo, quasi senza sbattere le palpebre, e capii che non credeva nemmeno una parola di quello che dicevo. Davanti a lui c’era un idiota folle di paura che mentiva ostinatamente per scacciarlo di nuovo ai confini dell’Universo, ma questa volta senza alcuna speranza di ritorno.
— E inutile, — disse. — La smetta di cianciare e mi lasci in pace. Devo andare.
Scostò con cautela lo scoiattolo e si alzò. Mi alzai anch’io.
— Lev, — dissi, — la uccidera
— Beh, non è così facile, — rispose con noncuranza e si allontanò lungo il viale.
Mi misi al suo fianco. Continuai a parlare. Dissi non so quali sciocchezze, che non era questo il caso in cui ci si potesse permettere di offendersi, e che è sciocco rischiare la vita solo per orgoglio, e che anche i vecchi li si può capire: sono quaranta a
Per la strada c’era ormai abbastanza gente. Questo non rientrava nei miei piani, ma nemmeno li disturbava particolarmente. Ci si può sentire male per strada, e in tal caso ci deve essere qualcuno che porti quello che ha perso i sensi dal medico più vicino… Lo porterò al nostro Razzodromo, è qui vicino, lui non farà nemmeno in tempo ad accorgersene. Là ci sono sempre pronte due-tre astronavi Spettro. Farò venire lì la Glumova, e tutti e tre atterreremo sulla verde Ruzhena, al mio vecchio campo. Per strada le spiegherò tutto, e che vada al diavolo il mistero della personalità di Lev Abalkin… Così. Ecco là, sul bordo della strada c’è un bioplano adatto. Libero. Proprio quello che serve…
Quando mi ripresi, la mia testa si trovava sulle ginocchia calde di una sconosciuta do
Il mio corpo mi sembrava un pallone gonfiato fino a scoppiare, che con un leggero tinti
— Non è niente, si sta riprendendo, va tutto bene…
— Rimanga sdraiato, rimanga sdraiato, o si sentirà male…
— Ora arriva il medico, il suo amico è corso a chiamarlo.
Mi sedetti. Mi sostenevano per le spalle. Dentro di me continuava il tinti
Con un fruscio ed un fischio atterrò li accanto un bioplano, e un uomo ossuto si precipitò fuori e si fece largo attraverso la folla, chiedendo nel frattempo: «Cos’è successo? Sono un medico!».
E non so come mi ritornarono le gambe! Gli balzai incontro e, afferrandolo per una manica, lo spinsi verso la do
— La signora si sente male, la aiuti…
La lingua mi obbedì appena. Nel silenzio calato all’improvviso mi feci strada fino al bioplano, mi buttai a bordo sul sedile e accesi il motore. Feci ancora in tempo a sentire un grido sorpreso e di protesta: «Ma aspetti un momento!…», e un istante dopo sotto di me si apriva Piazza della Stella inondata dal sole mattutino.
Tutto era come in un sogno che si ripeteva. Come sei ore prima. Corsi di sala in sala, di corridoio in corridoio, destreggiandomi fra stand e vetrine, fra statue e plastici simili a meccanismi senza senso, fra meccanismi e apparecchi simili a delle orribili Statue, solo che ora tutto intorno era inondato da una luce chiara, ed io ero solo e le mie gambe vacillavano, e non avevo paura di arrivare tardi, perché ero sicurissimo di arrivare troppo tardi.
Ero arrivato ormai troppo tardi.
Schioccò uno sparo. Lo sparo, basso e secco, di un “duca”. Mi arrestai nel bel mezzo della corsa. Tutto finito. Ripresi a correre con le ultime forze. Davanti, a destra, balenava fra orribili forme una figura in camice bianco. Griša Serosovin sopra
Schioccarono ancora due spari, uno dopo l’altro… «Lev, la uccidera