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"Una bambina promettente" pensò l’albero. "La osservo con interesse. Inoltre, le piacciono le mele."
"Bestia che non sei altro" esclamò scioccata la No
"Che ho detto? Scusami se non mi esprimo bene."
La vecchia strega scivolò più vicina al tronco.
"Devi lasciarla andare" pensò. "La magia comincia a manifestarsi."
"Di già? Sono impressionato."
"È il genere di magia sbagliato!" protestò lei. "È la magia di un mago, non la magia delle do
"Grandioso!", esclamò l’albero.
La No
L’albero si scrollò e dai suoi rami ve
"Allora devi insegnarle."
"Insegnarle? Che ne so io della formazione dei maghi."
"Allora mandala all’università."
"È una femmina" protestò la No
"E con questo? Chi dice che le do
La vecchia esitò. Era come se l’albero avesse chiesto perché i pesci non possono essere uccelli. Tirò un gran respiro e fece per parlare. Ma si arrestò. Sapeva che la risposta esisteva, una risposta tagliente, incisiva, fulminante e soprattutto una risposta lapalissiana. Solo che, cosa estremamente irritante, non le riusciva di ricordarla.
"Le do
"Se si definisce strega una che adora l’impulso pancreativo, che venera, cioè, il fondamentale…" cominciò l’albero e andò avanti per parecchi minuti. No
L’albero terminò il suo monologo.
La No
"La sua base teorica, sì."
"Voi maghi vi fate di sicuro delle strane idee."
L’albero ribatté: "Non sono più un mago, soltanto un albero".
La No
Il gufo abbandonò il ramo. Se la No
Di una cosa lei era assolutamente certa. Mai le do
Tornò al cottage che la notte cominciava a impallidire. Dopo il so
La verga era appoggiata alla parete, vicino alla dispensa.
La No
— Capisco — disse alla fine. — Allora le cose sta
Si mosse adagio e dal cantuccio presso il focolare prese un paio di ceppi che buttò sulla brace e pompò il mantice finché le fiamme non si levarono alte nel camino.
Allora si voltò, borbottò sottovoce per precauzione qualche incantesimo protettivo, e afferrò la verga. Che non oppose resistenza, tanto che lei per poco non perse l’equilibrio. Ma adesso che la teneva in mano, ne percepiva la vibrazione, il netto e possente crepitio della sua magia. E scoppiò a ridere.
Era tutto così semplice, allora. La verga adesso non opponeva più alcuna resistenza.
Invocando una maledizione sui maghi e le loro opere, la sollevò sopra la testa e la sbatté con violenza sui ceppi, là dove il fuoco ardeva più gagliardo.
Esk mandò un grido. Il suono rimbalzò attraverso le assi della camera da letto e fendette l’aria nel cottage semibuio.
La No
Esk sedeva sul letto, illesa ma urlante. La vecchia la prese in braccio e cercò di confortarla. Non era sicura di come ci si comportava in simili casi. Ma dei colpetti distratti sulla schiena e vaghe parole rassicuranti parvero funzionare. E gli urli diventarono lamenti e, alla fine, singhiozzi. Qua e là la No
Dopo un bel po’, riadagiò la bimba sul letto, le rimboccò le coperte e scese piano le scale.
La verga era di nuovo al suo posto contro la parete. Né lei fu sorpresa nel vedere che il fuoco non aveva lasciato alcuna traccia.
Girò la poltrona a dondolo in modo da averla di fronte e si sedette con il mento su una mano, sul viso un’espressione di cupa determinazione.
La poltrona prese a dondolarsi da sola. Era l’unico rumore nel silenzio che si faceva più spesso e si spandeva a riempire la stanza come una terribile nebbia scura.
La mattina seguente, prima del risveglio di Esk, la vecchia nascose la verga nella paglia, in luogo sicuro.
Esk mangiò la sua colazione e bevve un bicchierone di latte di capra, senza il minimo segno degli avvenimenti delle ultime ventiquattro ore. Era la prima volta che si trovava nel cottage della No
Scoprì così che la vita nel cottage non era del tutto normale. A cominciare, per esempio, dal nome delle capre.
— Ma devono avere un nome! — esclamò. — Ogni cosa ha un nome.
La vecchia la guardò sporgendo la testa dal fianco a forma di pera dell’animale che guidava il gregge, mentre il latte zampillava nel basso secchio.
— Direi che ha
— Be’ — cominciò Esk e si fermò. Rimase per un po’ a riflettere. — Allora, come ottieni che facciano quello che vuoi tu?
— Lo fa
Esk tese con aria grave alla capra una manciata di fieno. La No
— Esk — chiamò, dopo essere giunta a una decisione.
— Sì?
— Cosa ti piacerebbe fare da grande?
Il viso della piccola si fece inespressivo. — Non lo so.
Senza smettere di mungere, la No
— Non so. Mi sposerò, suppongo.
— Lo desideri?
Le labbra della piccola si aprirono a formare la lettera "N" ma, incontrando l’occhio della No
— Tutte le persone grandi che conosco sono sposate — disse alla fine. E, dopo averci ripensato, aggiunse cauta: — Eccetto te.
— E vero.
— Non desideravi sposarti?
Fu la volta della vecchia di riflettere.
— Non mi ci sono mai decisa — dichiarò poi. — Troppe altre cose da fare, capisci.
— Il babbo dice che sei una strega — arrischiò.
— Infatti.
Esk a
— Ti piacerebbe imparare l’arte di una strega? — chiese la No
— Vuoi dire la magia? — Gli occhi di Esk brillavano.
— Sì, la magia. Non quella dei fuochi d’artificio. Magia vera.
— Sai volare?
— Ci sono cose migliori che volare.
— E io posso impararle?
— Se i tuoi genitori dicono di sì.
Esk sospirò. — Mio padre non lo farà.
— Allora dovrò scambiare una parola con lui — disse la No
— Adesso stammi a sentire, Gordo Smith!
Il fabbro indietreggiò attraverso la fucina, le mani alzate per ripararsi dalla furia della vecchia che avanzava verso di lui, l’indice puntato con aria indignata.
— Io ti ho portato al mondo, stupido, e in te non c’è più buon senso di quanto ce ne fosse allora…
— Ma… — L’uomo si provò a protestare, girando intorno all’incudine.
— La magia ha trovato la tua bambina! La magia dei maghi! La magia sbagliata, m’intendi? Una magia che non era destinata a lei!
— Sì, ma…
— Hai idea di ciò che è capace di fare?
Il fabbro si diede per vinto. — No.
La No
— No — ripeté più sommessamente. — No, non potresti.
Si sedette sull’incudine e cercò di calmarsi.
— Ascolta. La magia è dotata di una specie… di vita propria. Questo non ha importanza perché… a ogni modo, capisci, la magia dei maghi… — Alzò gli occhi e leggendo l’incomprensione sul suo volto, provò di nuovo: — Be’ conosci il sidro?
Il fabbro fece ce
— E poi c’è l’acquavite — disse la strega.