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Nel tempo che ci volle per scavarsi un passaggio fino alla porta e convincere la chiave a girare, la luce ormai si stava dileguando dal cielo.

All’interno, la grande cucina era scura e fredda e odorava soltanto di neve. La cucina era sempre scura, ma loro erano abituati a vedere un bel fuoco nell’ampio camino e ad a

I tre bambini vagarono qua e là, incerti, chiamando, finché Esk non decise che non potevano più posporre di salire di sopra. Il rumore sordo del nottolino sulla porta della scaletta risuonò parecchio più forte del normale.

La No

Esk fissava la trapunta variopinta sotto il corpo della vecchia, perché a volte un piccolo dettaglio poteva espandersi e riempire tutto il mondo. Udì appena Cern che si era messo a piangere. Stranamente, in quel momento ricordava il padre che aveva confezionato la trapunta due inverni prima, quando la neve era stata quasi altrettanto abbondante e nella fucina c’era stato poco lavoro. E come lui avesse usato ogni tipo di stracci che erano arrivati a Cattivo Somaro da tutto il mondo: seta, cuoio, cotone, lana. E, naturalmente, dato che lui non era molto bravo nel cucito, ne era risultato uno strano oggetto informe e pieno di bozzi, più simile a una tartaruga piatta che a una trapunta. E la madre aveva generosamente deciso di regalarla alla No

— È morta? — chiese Gulta, come se Esk fosse una esperta in materia.

La piccola alzò gli occhi su No

Gulta si riprese.

— Dovremmo andare a cercare qualcuno e dovremmo partire ora perché tra un minuto farà buio — dichiarò. — Ma Cern rimarrà qui.

Il fratello lo guardò esterrefatto.

— Per che fare?

— Qualcuno deve rimanere con i morti — spiegò Gulta. — Ti ricordi quando è morto Zio Derghart e il babbo è dovuto andare e rimanere seduto lì tutta la notte con tutte le candele e il resto? Altrimenti arriva un essere cattivo a portarsi via l’anima da… da qualche parte — terminò debolmente. — E dopo la persona ritorna a perseguitarti.

Cern aprì la bocca per rimettersi a piangere. Esk disse in fretta: — Rimarrò io. A me non importa. È soltanto la No

Gulta la guardò, sollevato.

— Accendi delle candele o roba del genere — la consigliò. — Credo che si debba fare così. E poi…

Dal davanzale della finestra si udì raspare. Era una cornacchia che ci si era posata e li fissava sospettosa, battendo le palpebre. Gulta gridò e le scagliò contro il cappello. Quella fuggì via, gracchiando con rimprovero, e lui richiuse la finestra.

— L’ho già vista qui intorno. Credo che la No

Scesero rumorosamente le scale. Esk li accompagnò giù e sprangò la porta dietro di loro.

Sopra le montagne il sole era una palla vermiglia e già spuntavano le prime stelle nel cielo.

Esk cercò qua e là nella cucina buia finché non scovò un pezzetto di candela e una scatola con l’esca e l’acciarino. Dopo molti tentativi riuscì ad accendere la candela e la mise sulla tavola, anche se in realtà non illuminava la stanza, ma semplicemente popolava di ombre l’oscurità. Poi trovò la sedia a dondolo della vecchia vicino al camino spento, e ci si sedette ad attendere.

Il tempo passava e non accadeva nulla.

Poi udì bussare alla finestra. Lei prese il mozzicone di candela e sbirciò attraverso gli spessi vetri rotondi.

Un tondo occhio giallo le ricambiò lo sguardo.

La candela sgocciolò e si spense.

La bambina rimase immobile, quasi senza respirare. Sentì bussare di nuovo, poi più nulla. Dopo un breve silenzio, il saliscendi della porta ve

"Arriva un essere cattivo" aveva detto il fratello.

Indietreggiò a tentoni fin quasi a inciampare sulla sedia a dondolo; la trascinò e la incuneò del suo meglio contro la porta. Con un ultimo rumore sordo, il chiavistello tacque.

Esk rimase in attesa ad ascoltare finché non le sembrò che il silenzio le rombasse nelle orecchie… Poi qualcosa cominciò a battere contro la finestrella del retrocucina, piano ma con insistenza. Dopo un po’ smise. Un momento dopo ricominciò nella camera da letto al piano di sopra… un debole rumore raschiante, un rumore come di artiglio.

Esk capiva che era necessario farsi coraggio, ma in una notte come quella il coraggio durava solo finché una candela rimaneva accesa. Attraversò la cucina scura, con gli occhi ben chiusi, finché arrivò alla porta.

Nel focolare un grosso grumo di fuliggine ve

Il freddo era tagliente come la lama di un coltello e la neve si era coperta di una crosta di ghiaccio. Esk non si preoccupava di sapere dove fosse diretta, ma il terrore la spingeva ad arrivarci, ovunque fosse, il più rapidamente possibile.

Nel cottage la cornacchia atterrò pesantemente nel focolare in mezzo alla fuliggine, borbottando irritata tra sé e sé. Si allontanò saltellando nell’ombra e un momento dopo ci fu lo scatto del nottolino della porta che dava sulla scala e un fruscio su per i gradini.

Esk si alzò il più possibile sulla punta dei piedi e tastò con la mano il tronco dell’albero per cercare la tacca. Questa volta ebbe fortuna, ma la traccia segnata dalle incisioni le rivelò che si trovava a quasi due chilometri dal villaggio e che era scappata nella direzione sbagliata.

Nel cielo c’era uno spicchio di luna e una manciata di stelle, piccole, lucenti e fredde. Intorno a lei la foresta era un intrico di nere ombre e di pallida neve. E non tutte le ombre erano immobili, lei se ne rendeva conto.

Tutti sapevano che nelle montagne c’erano i lupi, perché certe notti il loro ululato riecheggiava giù dalle cime, ma raramente si avvicinavano al villaggio. I moderni lupi erano la progenie di antenati che erano sopravvissuti perché avevano imparato che la carne umana aveva spigoli aguzzi.

Ma l’inverno era estremamente rigido e quel branco era abbastanza affamato da dimenticare tutto della selezione naturale.

Esk ricordava le raccomandazioni che si facevano a tutti i bambini. Arrampicarsi su un albero. Accendere un fuoco. Quando ogni altro mezzo fallisce, trovare un bastone e almeno picchiarli. Non cercare mai di correre più veloci di loro.

L’albero dietro a lei era un faggio, dal tronco liscio. Impossibile arrampicarcisi.

Esk osservò una lunga ombra staccarsi da una chiazza buia e farsi un po’ più vicina. Si inginocchiò, stanca, spaventata, incapace di pensare, e frugò nella neve così gelida da bruciarle le dita, in cerca di un bastone.

No

Si concentrò per ricordarsi di avere delle braccia e non delle ali, e perciò nessun bisogno di saltellare. Dopo una trasformazione, era sempre consigliabile restare stesa per un po’, per riabituare la mente al proprio corpo. Ma sapeva di non averne il tempo.

— Accidenti alla bambina — borbottò e cercò di volare sulla spalliera del letto. La cornacchia, che già decine di volte aveva vissuto quella esperienza e che considerava (per quanto gli uccelli siano capaci di considerare qualcosa, il che è davvero poco) che una buona dieta di cote

Trovati gli stivali, la No

— Oh, ma

Sulla crosta di ghiaccio, riusciva a stento a distinguere le piccole impronte, già quasi cancellate dalla neve fresca. Imprecando e borbottando. No

Nella fucina il gatto bianco si svegliò sul suo personale ripiano dov’era acciambellato, nell’udire i rumori provenienti dall’angolo più buio. Il fabbro aveva accuratamente richiuso le grandi porte quando era uscito con i ragazzini divenuti quasi isterici. Il gatto osservò con interesse l’ombra sottile che tentava il chiavistello e controllava i cardini.

Le porte erano di quercia, rese più dure dal calore e dagli a

Il fabbro, che percorreva in fretta il sentiero, udì un suono nel cielo. Anche la No

Anche i lupi lo udirono, mentre volteggiava basso sulle cime degli alberi e si avventava sulla radura. Ma lo udirono troppo tardi.

Adesso No

Un rumore di rami spezzati. Una sagoma grossa e pesante si abbatté su un abete vicino alla No

Quindi il silenzio.

La No

Scorse un largo circolo dove la neve era appiattita. Ai margini, dei lupi erano stesi a terra morti oppure saggiamente decisi a non muoversi.

La verga era piantata diritta nella neve e alla No

Al centro del circolo c’era anche un mucchietto, arrotolato su se stesso. La vecchia si inginocchiò con un certo sforzo e allungò una mano per toccarlo con delicatezza, ma si fermò un momento prima di sfiorare la spalla di Esk. Alzò uno sguardo minaccioso sulla verga intagliata, sfidandola a muoversi ancora.

L’aria si fece più spessa. Sembrò che il bastone arretrasse anche senza muoversi. Allo stesso tempo un che di indefinibile fece comprendere in modo inequivocabile alla strega come la verga non si considerasse sconfitta. Per lei si trattava semplicemente di una mossa tattica e non desiderava in alcun modo che la vecchia pensasse di avere vinto, perché non era affatto così.

Esk ebbe un brivido. La No