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Seguì un silenzio rotto soltanto dallo scricchiolio della pe
Alla fine Esk disse: — E questo modo…
— Uhm?
— Mi farà entrare all’Università?
— Naturale — affermò altera la vecchia. — Ho detto che avrei trovato un modo, no? Anzi, un modo eccellente. Non dovrai a
— Prego, un’altra tazza di tè, signora Weatherwax? — le offrì la signora Whitlow.
— Tre zollette di zucchero, per piacere — rispose la No
L’altra spinse la tazza verso di lei. Sebbene aspettasse con impazienza le visite della No
— Fa molto male alla figura — osservò. — E ai denti, così dicono.
— Non ho mai avuto una figura di cui preoccuparmi e i miei denti ci pensano da sé. — Era vero, purtroppo. La No
Si accorse che la governante stava parlando con voce flautata, e fece: — Uhm?
— Ho detto — riprese la signora Whitlow — che la giovane Eskarina è un vero tesoro. Proprio un tesoruccio. Tiene i pavimenti immacolati, immacolati. Nessun compito è troppo grande. Le ho detto ieri, le ho detto: "quella tua scopa potrebbe avere una vita propria" e sai che cosa ha risposto?
— Non posso nemmeno immaginarlo — disse debolmente la No
— Ha detto che la polvere ne aveva paura! Ci crederesti?
— Sì.
La signora Whitlow spinse verso di lei la tazza di tè con un sorriso imbarazzato.
Dentro di sé, la No
La scopa si spostava rapida per il corridoio alzando una grande nuvola di polvere che, se osservata attentamente, pareva essere risucchiata nel manico. A guardare ancora meglio, si sarebbe notato che esso presentava degli strani segni, non delle vere e proprie incisioni, che stranamente cambiavano forma sotto gli occhi.
Ma nessuno guardava. Seduta nella strombatura di una delle alte finestre, Esk contemplava la città. Era più arrabbiata del solito, così la scopa attaccava la polvere con insolito vigore. I ragni facevano dei balzi disperati sulle loro otto zampe in cerca di un rifugio, via via che ragnatele ancestrali sparivano nel vuoto. Sui muri i topi si stringevano l’uno all’altro, puntando le zampe dentro le loro tane. I tarli cercavano d’infilarsi nelle travi del soffitto mentre erano tirati indietro, inesorabilmente, lungo le loro gallerie.
— Sei veramente capace di fare le pulizie — esclamò ad alta voce. — Uh!
Doveva riconoscere, però, che c’erano dei vantaggi. Il cibo era semplice ma abbondante, e disponeva di una stanza sua da qualche parte sottotetto. E per lei era un lusso, perché poteva restare a letto fino alle cinque del mattino, cioè praticamente mezzogiorno per il modo di pensare della No
Ma dell’arte della magia Esk non apprendeva nulla. Poteva entrare nelle classi vuote ed esaminare i diagrammi tracciati con il gesso sulla lavagna e, nelle classi più avanzate, sul pavimento. Ma le forme non avevano per lei alcun significato. Ed erano sgradevoli.
A Esk ricordavano le figure nel libro di Simon. Sembravano vive.
Guardando i tetti di Ankh-Morpork, andava ragionando tra sé e sé: La scrittura erano solo le parole pronunciate dalle persone, compresse tra fogli di carta finché erano fossilizzate. (Nel mondo-Disco i fossili erano ben noti, grandi conchiglie a spirale e creature malformate rimaste dai tempi in cui il Creatore non aveva ancora deciso ciò che voleva fare e, diciamo, si trastullava pigramente con il Pleistocene). E le parole pronunciate dalle persone erano soltanto ombre delle cose reali. Ma certe cose erano troppo grosse per essere davvero intrappolate nelle parole e anche le parole erano troppo potenti per essere completamente domate dalla scrittura.
Così, ne conseguiva che certi scritti cercavano di trasformarsi in cose. A questo punto, i pensieri di Esk si facevano confusi. Ma era certa che le parole realmente magiche erano quelle che battevano con forza nel tentativo di sfuggire e diventare reali.
Il loro aspetto non era precisamente gradevole.
Ma poi si ricordò del giorno precedente.
Era successo un fatto piuttosto strano. Le classi dell’Università erano state progettate a forma d’imbuto: le file dei sedili (resi lucidi dai deretani dei più grandi maghi del Disco) guardavano giù a una zona centrale dove c’erano un banco da lavoro, un paio di lavagne e sul pavimento uno spazio abbastanza grande da contenere un ottogramma educativo di buone proporzioni. Lo spazio, sotto le fila dei sedili, era vuoto ed Esk lo aveva trovato un eccellente posto di osservazione, dal quale poteva guardare l’insegnante sbirciando attraverso le calzature a punta degli apprendisti maghi. Stare lì era molto riposante, mentre su di lei aleggiava la voce monotona dei conferenzieri, simile al ronzio delle api leggermente ebbre nello speciale giardino delle erbe della No
Ma il giorno prima era stato differente. Esk sedeva nella semioscurità polverosa e si sforzava di fare almeno una magia molto semplice. In quel momento aveva udito la porta aprirsi e un rumore di passi sul pavimento. Già questo era sorprendente. Esk conosceva gli orari e gli studenti del Secondo A
Esk sbirciò tra le assicelle. Non erano studenti, erano maghi. Assai importanti, a giudicare dalle loro vesti. E non c’era da sbagliarsi sulla figura che salì sul palco del conferenziere: somigliante a una marionetta dai fili troppo lenti aveva urtato pesantemente contro il leggio e se ne era scusato con aria assente. Era Simon. Nessun altro aveva occhi come due uova alla coque e un naso rosso a forza di soffiarsi. Su Simon il polline aveva sempre un effetto devastante.
Alla bambina ve
Quando i maghi si furono sistemati, Simon cominciò a parlare. Leggeva degli appunti e, ogni volta che s’inceppava su una parola, come un sol uomo, incapaci di trattenersi, i maghi la pronunciavano in coro per lui.
Dopo un po’, dal leggio si alzò un gessetto che prese a scrivere sulla lavagna alle sue spalle. Esk ne sapeva abbastanza sull’arte dei maghi per rendersi conto che quella era un’impresa eccezionale. Simon si trovava all’Università soltanto da due settimane e la maggior parte degli studenti non padroneggiavano la tecnica della Levitazione Leggera nemmeno al termine del loro secondo a
Il gessetto bianco scivolava e scricchiolava sulla superficie nera con l’accompagnamento della voce di Simon. Anche tenuto conto della balbuzie, lui non era un buon parlatore. Lasciava cadere gli appunti. Si correggeva. Intercalava di continuo con "uhm" e "ah". E, almeno per Esk, non diceva un granché. Le frasi filtravano fino al suo nascondiglio. Una era "il tessuto basilare dell’universo" e lei non capiva che cosa significava. A meno che lui volesse dire "denim" o forse "flanella". Quanto alla "mutabilità della matrice della possibilità", non le riusciva nemmeno di fare una congettura qualsiasi.
Certe volte sembrava affermare che nulla esisteva se non nel pensiero delle persone. E che se il mondo era lì, ciò era dovuto al fatto che la gente continuava a immaginarlo. Poi, però, pareva dicesse che c’erano tanti altri mondi, tutti quasi uguali e occupanti lo stesso luogo. Ma tutti separati dallo spessore di un’ombra di modo che, qualsiasi cosa accadesse, avrebbe avuto un qualche luogo dove accadere.
(Questo era comprensibile per Esk. Ne aveva avuto un mezzo sospetto da quando puliva il gabinetto dei maghi anziani. O piuttosto quando lo faceva la verga, mentre lei esaminava gli orinatoi. E, con l’aiuto di certi dettagli vagamente ricordati dei fratelli nella tinozza di stagno davanti al caminetto a casa, formulava la sua Teoria Generale sull’anatomia comparata. Il bagno dei maghi anziani era un luogo magico, con vera acqua corrente, belle piastrelle e, soprattutto, due grandi specchi d’argento fissati sulle pareti opposte. Così, guardandosi dentro uno, era possibile vedersi ripetuti ancora e ancora finché l’immagine diventava troppo piccola per scorgerla. Per Esk era stato quello il suo primo approccio all’idea dell’infinito. Per la precisione, aveva il sospetto che una delle Esk riflesse nell’ultima delle immagini, le facesse dei ce
C’era qualcosa d’inquietante nelle frasi dette da Simon. Sembrava ripetere, per la metà del tempo, che il mondo era reale come una bolla di sapone. O un sogno.
Il gesso continuava a scricchiolare sulla lavagna alle sue spalle. A volte Simon doveva fermarsi per spiegare i simboli ai maghi i quali, secondo la bambina, si eccitavano per delle frasi molto stupide. Poi il gessetto si rimetteva in movimento e descriveva sulla superficie nera un arco come una cometa, lasciandosi dietro una scia di polvere.
Fuori, la luce si spegneva nel cielo. Mano a mano che la stanza si faceva più buia, le parole tracciate col gesso rilucevano ed Esk aveva l’impressione che la lavagna non fosse scura. Ma che semplicemente non ci fosse affatto. Che fosse soltanto un buco quadrato tagliato nel mondo.
Simon continuava a parlare. Diceva che il mondo era fatto di cose infinitesimali, la cui presenza era solo determinata dal fatto che non erano lì, piccole sfere rotanti di nulla, messe insieme dalla magia per creare stelle farfalle diamanti. Tutto era fatto di vuoto.