Добавить в цитаты Настройки чтения

Страница 2 из 37

— Sono stato uno sciocco — pronunciò una voce con un tono impossibile a udirsi da un orecchio mortale. — Ho dato per scontato che la magia sapesse ciò che faceva.

— FORSE È COSÌ.

— Se solo potessi fare qualcosa…

— NON SI PUÒ TORNARE INDIETRO. NON SI PUÒ TORNARE INDIETRO — disse la voce profonda e greve come il richiudersi delle porte di una cripta.

La manciata di nulla che era diventato Tamburo Billet rimase per un po’ a pensare.

— Ma lei avrà un sacco di problemi.

— È A QUESTO CHE SI RIDUCE LA VITA. COSI MI DICONO. IO NATURALMENTE NON SAPREI.

— E la reincarnazione?

La Morte esitò.

— NON TI PIACEREBBE — disse. — CREDI A ME.

— Ho sentito che certe persone lo fa

— BISOGNA ESSERCI ALLENATI. BISOGNA COMINCIARE PICCOLO E CRESCERE VIA VIA. NON MAI IDEA DI COME SIA ORRIBILE ESSERE UNA FORMICA.

— È tanto brutto?

— NON CI CREDERESTI. E CON IL TUO KARMA È TROPPO SPERARE DI ESSERE UNA FORMICA.

La piccola era stata riportata a sua madre e il fabbro sedeva sconsolato a fissare la pioggia.

Tamburo Billet grattava il gatto dietro l’orecchio e intanto pensava alla propria vita. Era stata una vita lunga (questo era uno dei vantaggi dell’essere un mago) e lui aveva fatto parecchie cose di cui non andava troppo fiero. Era ormai tempo che…

— NON HO TUTTO IL GIORNO A DISPOSIZIONE, SAI — disse la Morte in tono di rimprovero.

Il mago abbassò gli occhi sul gatto e si rese conto per la prima volta di quanto ora sembrasse strano.

I vivi spesso non comprendono quanto il mondo sembri complicato quando uno è morto. Perché, mentre la morte libera la mente dalla costrizione delle tre dimensioni, la taglia anche fuori dal Tempo, che è soltanto un’altra dimensione. Così, mentre il gatto che si strofinava alle sue gambe invisibili era senza dubbio lo stesso gatto che lui aveva visto pochi minuti prima, adesso era anche con grande chiarezza un micino appena nato e una vecchia gattona grassa e mezza cieca, compresi tutti gli stadi intermedi. Tutto nello stesso tempo. In principio, quando era minuscolo, sembrava una carota bianca a forma di gatto. Descrizione, questa, di cui ci dobbiamo accontentare finché non si inventera

La mano scheletrica della Morte batté gentilmente il mago sulla spalla.

— VIENI VIA, FIGLIO MIO.

— Non c’è niente che io possa fare?

— LA VITA È FATTA PER I VIVI. COMUNQUE, LE HAI DATO LA TUA VERGA.

— Già. C’è quella.

La levatrice si chiamava No

Quando la do

— Che devo fare, No

— Cosa ne hai fatto del mago?

— L’ho portato fuori nella legnaia. Ho fatto bene?

— Per adesso basterà. Ora devi bruciare la verga.

Entrambi si voltarono a guardare il pesante bastone che il fabbro aveva appoggiato nell’angolo più oscuro della fucina. Sembrava quasi che l’oggetto ricambiasse lo sguardo.

— Ma è magica — bisbigliò l’uomo.

— Allora?

— Brucerà?

— Mai saputo che il legno non bruci.

— Non sembra giusto.

No

— Adesso stammi a sentire. Gordo! Nemmeno le femmine maghi sono giuste! È il genere di magia sbagliata per le do

— Ci sono le streghe — obiettò il fabbro incerto. — E le incantatrici, anche, ho sentito.

— Le streghe sono tutta un’altra cosa — sbuffò No

Il fabbro a

Quella non si mosse.

— Non vuole muoversi!

Tirava il bastone con tanta forza che il sudore gli colava sulla fronte. Ma quello, immobile, non mostrava di voler cooperare.

— Qui, fammi provare — disse la No

Il fabbro attraversò di corsa il locale, zoppicando leggermente, per soccorrere la do

— Stai bene?

Lei aprì due occhi simili a diamanti infuriati e disse: — Capisco. È così che va, allora?

— Che va che cosa? — Il fabbro era totalmente disorientato.

— Aiutami a tirarmi su, sciocco. E portami un’accetta.

Il tono della sua voce suggeriva che disubbidire non sarebbe stata una buona idea. Il fabbro frugò freneticamente tra i vari arnesi dietro la fucina fino a trovare una vecchia scure a doppio taglio.

— Bene. Adesso levati il grembiule.

— Perché? Che hai intenzione di fare? — chiese l’uomo, che cominciava a perdere il filo degli avvenimenti. Lei se ne uscì in un sospiro esasperato.

— È di cuoio, idiota che non sei altro. Lo avvolgerò intorno al manico. Quello non mi farà lo stesso scherzo due volte!

Il fabbro si tolse a fatica il pesante grembiule di cuoio e glielo tese con una certa cautela.

Lei lo avvolse intorno al manico della scure che fece roteare in aria una o due volte. Poi attraversò il locale con passo deciso (al chiarore della fornace quasi incandescente la sua figura faceva pensare a un ragno) e con un grugnito di trionfo abbatté la pesante lama proprio nel centro della verga.

Uno scatto. Un verso come quello di una pernice. Un tonfo.

Silenzio.

Il fabbro allungò una mano molto lentamente, senza muovere la testa, e toccò la lama dell’accetta. Che non si trovava più sull’accetta. Si era conficcata nella porta, vicino alla sua testa, portandogli via un pezzettino di orecchia.

La No

— Bbbbe

— No — replicò con fermezza l’uomo, massaggiandosi l’orecchia. — No, qualunque cosa tu stia per suggerirmi. Lascialo perdere. Ci ammucchierò sopra della roba. Nessuno lo noterà. Lascialo perdere. È solo un bastone.

— Solo un bastone?

— Hai qualche idea migliore? Che non rischierà di portarmi via la testa?

La do

— Non ora subito — ammise. — Ma dammi soltanto il tempo…

— Va bene, va bene. Comunque, ho delle cose da fare, maghi da seppellire. Tu sai com’è.

Il fabbro prese una vanga vicino alla porta posteriore ed esitò.

— No

— Cosa?

— Tu lo sai come vogliono essere sepolti i maghi?

— Sì.

— Be’, come?

No

— Controvoglia.

Più tardi, quando gli ultimi raggi di luce furono svaniti dalla vallata, la notte calò adagio e una luna pallida e tersa brillò nel cielo incastonato di stelle. Nell’orto semibuio dietro la fucina risuonò di quando in quando il tinti

Nella sua culla, al piano superiore, dormiva il primo mago femmina del mondo.

Il gatto bianco era sdraiato mezzo addormentato sul suo privato ripiano vicino alla fornace. L’unico rumore nella fucina calda e scura era il crepitio delle braci che si assestavano sotto la cenere.

La verga era ritta nell’angolo, dove voleva rimanere, avvolta in ombre leggermente più nere di quanto siano normalmente le ombre.

Il tempo passava. Ciò che, essenzialmente, è il suo mestiere.

Un debole tinti

Ve

In effetti, da lì lo sguardo poteva spaziare proprio fino all’estremo limite del mondo.

Non era questa un’immagine poetica, ma un fatto concreto, dato che il mondo era decisamente piatto e inoltre, come ben si sapeva, era trasportato attraverso lo spazio sul dorso di quattro elefanti, a loro volta poggiati sul guscio della Grande ATuin, la Grande Tartaruga Celeste.

A Cattivo Somaro, il villaggio si sta svegliando. Il fabbro è appena tornato nella sua fucina, che ha trovato più ordinata che negli ultimi cento a

Per sette a

La piccola si chiamava Eskarina, per nessun motivo particolare tra

Ma la magia suole tenersi nascosta, come un sentiero tra l’erba.

L’inverno ritornò, e fu un brutto inverno. Le nuvole indugiavano sulle Ramtop come tante grandi e grasse pecore, riempiendo le gole di neve e trasformando le foreste in caverne silenziose e malinconiche. I passi alti erano chiusi e le carovane sarebbero tornate soltanto a primavera. Cattivo Somaro dive

Alla prima colazione la madre di Esk osservò: — Sono preoccupata per No

Il fabbro la guardò mentre si portava alla bocca una cucchiaiata di porridge.

— A me non dispiace — disse. — Lei…

— Lei ha un naso lungo — dichiarò Esk.

I suoi genitori la guardarono severi.

— Non bisogna fare una osservazione del genere — la rimproverò la madre.

— Ma il babbo dice che lei ficca sempre il suo…

— Eskarina!

— Ma lui ha detto…