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Skiller si voltò con cautela e guardò il barile dietro a lui. L’odore del locale era cambiato e lui riusciva a sentire l’oro puro che trasudava dal vecchio fusto.

Preso con attenzione un bicchierino dalla riserva sotto il banco, fece uscire dal rubinetto un piccolo getto del liquido d’oro scuro. Lo contemplò pensieroso alla luce della lampada, rigirò il bicchiere tra le dita, lo a

Il suo viso rimase lo stesso, sebbene gli occhi gli si inumidissero e la gola gli tremasse un po’. Sotto lo sguardo attento della moglie e di Esk, la sua fronte s’imperlò di goccioline di sudore. Passati dieci secondi, era evidente che era sul punto di battere un record eroico. Forse dalle orecchie gli uscivano nuvolette di vapore, ma poteva trattarsi di una chiacchiera. Le sue dita tamburellavano uno strano ritmo sul bancone.

Alla fine deglutì, sembrò giungere a una decisione, si rivolse sole

Con la fronte aggrottata, ripensò mentalmente la frase e fece un secondo tentativo. Senza miglior successo.

Si arrese.

— Bharrgsh nargh!

La moglie sbuffò e gli tolse il bicchiere di mano senza che lui protestasse. Lo a

La signora Skiller era più svelta di comprendonio del marito. Si chinò a sorrìdere a Esk, che era troppo stanca per ricambiarla con un’occhiataccia. Non era un sorriso particolarmente riuscito; perché la signora Skiller mancava di pratica.

— Come hai fatto a venire qui, ragazzina? — La sua voce suggeriva casette di zenzero e il tonfo dello sportello di un grande forno.

— Mi sono persa dalla No

— E dov’è adesso la No

— Da qualche parte, suppongo.

— Ti piacerebbe andare a dormire in un grande letto di piume, tutto morbido e caldo?

La bambina la guardò riconoscente, anche se si rendeva vagamente conto che la do

Avete ragione. Ci vorrà più di un tagliaboschi di passaggio per sistemare questa faccenda.

In quel momento la No

Si è già acce

La mente degli animali è semplice e perciò acuta. Gli animali non perdono mai tempo a dividere l’esperienza in tante piccole parti e a speculare su quelle che gli sono sfuggite. Per loro l’intero apparato dell’universo consiste nettamente in cose quali: a) accoppiarsi, b) mangiare, c) sfuggire, d) rocce. Ciò libera la mente da inutili pensieri e la rende perspicace, quando occorre. Un animale normale, infatti, non cerca mai di camminare e masticare gomma allo stesso tempo.

L’essere umano medio, d’altro lato, pensa ogni sorta di cose, ventiquattro ore su ventiquattro, a ogni sorta di livelli, con interruzioni risultanti da una quantità di calendari biologici e di orologi. Ci sono pensieri che si esprimono e pensieri privati, pensieri reali, pensieri riguardanti pensieri, e un’intera gamma di pensieri subconsci. Per un telepatico la mente umana è una confusione di rumori. Una stazione ferroviaria con tutti gli altoparlanti contemporaneamente in funzione. Una vera e propria lunghezza d’onda FM (e certe di quelle stazioni non sono rispettabili, stazioni pirate su mari proibiti che trasmettono a tarda notte le registrazioni di musica sentimentale).

Tentando di localizzare Esk soltanto con la magia della mente, la No

Infatti non le riusciva. Le giunsero invece da migliaia di cervelli, che tutti pensavano simultaneamente, abbastanza segnali da convincerla che il mondo era davvero stupido come lei aveva sempre ritenuto che fosse.

Incontrò Hilta all’angolo della strada. L’amica aveva con sé la sua scopa in modo da condurre meglio una ricerca aerea (ma in grande segretezza; infatti gli uomini di Ohulan, consumatori convinti dell’Unguento di Lunga Durata, erano assolutamente contrari alle do

— Non la minima traccia di lei — la informò la No

— Sei stata giù al fiume? Potrebbe esserci caduta.

— In questo caso, ne sarebbe ricaduta fuori. E a ogni modo, Esk sa nuotare. Io penso che si nasconda, accidenti a lei.

— Cosa facciamo?

La vecchia la fulminò con lo sguardo. — Hilta Trovacapra, mi vergogno di te, che ti comporti da vigliacca. Ti sembro preoccupata? L’altra la guardò.

— Lo sei. Un po’. Quasi non ti si vedono più le labbra.

— Sono semplicemente arrabbiata, ecco tutto.

— Gli zingari vengono sempre qui alla fiera, può darsi che l’abbiano presa.

La No

— Allora sarebbero molto più stolidi di quanto li giudico — scattò. — Ascolta, lei ha la verga.

— A che le servirebbe? — Hilta era vicina alle lacrime.

— Mi pare che non hai capito niente di ciò che ti ho raccontato — disse severa la No

— Per quale ragione?

— Le grida o i rumori violenti o le palle di fuoco o che altro — rispose un po’ vagamente la No

— È tremendo!

— Oh, mi aspetto che è quanto gli capiterà. Dammi retta, tu va avanti e metti il bricco sul fuoco.

Hilta le lanciò uno sguardo disorientato, poi salì sulla scopa e si alzo adagio con volo irregolare nelle ombre tra i camini. Se le scope fossero vetture, la sua sarebbe stata una Mini Morris con i vetri a doppio scorrimento.

Dopo averla osservata per un po’, la No

Esk era stesa tra le lenzuola leggermente umide del grande letto di piume nella stanza dell’attico dell’Indovinello. Era stanca, ma non riusciva a dormire. Prima di tutto, il letto era troppo freddo. Si chiese incerta se avrebbe avuto il coraggio di riscaldarlo, ma ci ripensò. Per quanta attenzione mettesse negli esperimenti, non pareva capace di padroneggiare gli incantesimi riguardanti il fuoco. O non funzionavano affatto o funzionavano fin troppo bene. I boschi intorno al cottage stavano diventando pericolosi in seguito ai buchi lasciati dalla scomparsa delle palle di fuoco. Almeno, sosteneva la No

Si girò, cercando di non badare al lieve odore di muffa del letto. Poi allungò un braccio nel buio finché la sua mano non trovò la verga, appoggiata alla spalliera. La signora Skiller aveva molto insistito per portarla giù, ma Esk ci si era aggrappata con tutte le sue forze. Era l’unica cosa al mondo che lei fosse assolutamente certa le appartenesse.

Toccare la lucida superficie con le sue strane incisioni le dava uno strano senso di conforto. La bambina si addormentò e sognò di bracciali, pacchetti strani e montagne. E stelle lontane alte sulle montagne, e un freddo deserto dove strane creature avanzavano barcollanti attraverso la sabbia e la fissavano con i loro occhi da insetti…

Uno scricchiolio sulla scala. Poi un altro. Quindi il silenzio, quella specie di silenzio soffocato, ovattato di qualcuno che si sforza di rimanere immobile.

La porta si aprì. La figura di Skiller disegnò un’ombra più densa contro la luce delle candele proveniente dalla scala; seguì una breve conversazione bisbigliata prima che l’uomo si dirigesse in punta di piedi verso la spalliera del letto, il più silenziosamente possibile. Cercò a tastoni con precauzione la verga che scivolò da un lato, ma lui fu svelto ad afferrarla e mandò fuori adagio il respiro che aveva trattenuto.

Così gliene restava poco per urlare quando la verga gli si mosse nelle mani. Ne sentì la squamosità, la rivolta, la forza…

Esk si drizzò a sedere in tempo per vedere Skiller rotolare giù per la ripida scala, sempre agitando disperatamente le braccia contro un qualcosa d’invisibile che le avvolgeva. Dal basso ve

La verga cadde con un tonfo sul pavimento dove rimase circondata da un debole alone di ottarino.

Esk scese dal letto e attraversò la stanza. Risuonò una imprecazione minacciosa. La bambina fece capolino dalla porta e si trovò davanti la faccia della signora Skiller.

— Dammi quella verga!

Esk si chinò a raccoglierla, le dita strette intorno al fusto di lucido legno. — No. È mia.

— Non è un oggetto adatto per le bambine — la rimbeccò la moglie del barista.

— Appartiene a me — dichiarò Esk e richiuse piano la porta. Rimase un momento ad ascoltare i borbottii che le giungevano dal basso e a riflettere sulla sua prossima mossa. Trasformare la coppia in qualche modo probabilmente avrebbe causato soltanto un trambusto e comunque non era del tutto certa di come farlo.

Il fatto era che la magia funzionava davvero solo quando lei non ci pensava. Pareva che la sua mente le facesse da ostacolo.

Riattraversò la stanza per aprire la finestrella e lasciò entrare gli strani effluvi notturni della civiltà: l’umidità che saliva dalle strade, il profumo dei giardini fioriti, il debole lezzo proveniente in distanza da una latrina troppo piena. Fuori c’erano delle tegole bagnate.

Sentendo Skiller risalire la scala, Esk spinse la verga fuori sul tetto e le strisciò dietro, aggrappandosi al cornicione della finestra. Il tetto scendeva inclinato su una rimessa e lei si sforzò di mantenersi in equilibrio, un po’ strisciando e un po’ avanzando carponi sulle tegole sco

Sgambettando nella nebbia della strada, ancora udiva l’eco di una discussione animata giungerle dall’Indovinello.

Skiller passò a precipizio accanto alla moglie e posò una mano sul rubinetto del fusto più vicino. Aspettò un attimo e poi lo aprì.

L’odore acutissimo del brandy di pesca riempì il locale. Lui richiuse il getto e si rilassò.

— Temevi che si sarebbe trasformato in qualcosa di brutto? — gli domandò la moglie. Lui a

— Se non fossi stato così maldestro… — cominciò la do

— Ti dico che mi ha morso!

— Avresti potuto essere un mago e non ci saremmo più dovuti preoccupare. Non hai un po’ di ambizione?

Skiller scosse la testa. — Secondo me, ci vuole più di una verga per fare un mago — replicò. — Comunque, ho sentito dire che ai maghi non è permesso di sposarsi, non gli è nemmeno permesso di… — esitò.

— Che cosa? Permesso che cosa?

Il marito si dimenò. — Be’. Lo sai. Quella cosa.