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— Non posso dirtelo. Non mi va di parlarne. Ma francamente — aggiunse con un sospiro — nessun incantesimo serve a molto. Ci vogliono tre mesi per mandarne a mente anche uno solo, una volta usato, puff, non c’è più. Sai, è questa la stupidaggine di quest’affare della magia. Passi venti a

— Non avevo mai considerato la cosa in questo modo — disse il diavoletto.

— Ehi, senti.,. non va. Quando Duefiori ha detto che nell’Impero loro ha

L’omuncolo lo guardò in attesa. Scuotivento in cuor suo si maledisse.

— Be’, se vuoi proprio saperlo, pensavo che lui non intendesse la magia. Non come tale.

— Che altro c’è, allora?

Scuotivento cominciò a sentirsi veramente infelice. — Non lo so — confessò. — Un modo migliore di fare le cose, suppongo. Qualcosa con un po’ di logica. Come imbrigliare… imbrigliare il lampo o altro.

L’occhiata dell’esserino era cortese, ma compassionevole. — I lampi sono le lance scagliate dai giganti del tuono quando combattono — disse gentilmente. — Un fatto meteorologicamente stabilito. È impossibile imbrigliarli.

— Lo so — conve

Il diavoletto a

Prima che Scuotivento potesse aprire bocca, l’altro dichiarò: — Ho pensato a quanto hai detto. E anche se potessi bardarlo, come riusciresti a fargli tirare un carro?

— Di che diavolo stai parlando?

— Del lampo. Che va soltanto su e giù, mentre servirebbe che andasse in avanti, non su e giù. E in ogni modo, probabilmente brucerebbe la bardatura.

— Non m’importa del lampo. Come posso pensare a stomaco vuoto?

— Allora mangia qualcosa. È logico.

— Come? Ogni volta che mi muovo quella da

Come se avesse ricevuto l’imbeccata, il Bagaglio spalancò il coperchio.

— Vedi?

— Non sta cercando di morderti — disse il diavoletto. — Dentro c’è del cibo. Se muori di fame, non gli sei di nessuna utilità.

Scuotivento scrutò negli scuri recessi del Bagaglio. Tra il caos di scatole e borse piene d’oro, c’erano in effetti diverse bottiglie e dei pacchetti avvolti in carta oleata. Con una risata cinica, il mago vagò per la banchina abbandonata finché trovò un pezzo di legno della lunghezza giusta, lo incastrò il più delicatamente possibile nell’apertura tra il coperchio e il bordo della cassa, e tirò fuori uno dei pacchetti piatti.

Dentro c’erano dei biscotti che si rivelarono duri come legno diamantifero.

— Accidentaccio — borbottò, toccandosi i denti.

— I Digestivi per viaggiatori del Capitano Eightpanther, si chiamano — a

— Oh, sicuro. Li usate come zattera oppure li buttate ai pescecani e li guardate affondare? Cosa c’è nelle bottiglie? Veleno?

— Acqua.

— Ma c’è acqua dappertutto! Perché Duefiori avrebbe dovuto portarsi dietro l’acqua?

— Fidati.

— Fidarmi?

— Sì. Lui non si è fidato dell’acqua di qui. Capisci?

Scuotivento aprì una bottiglia. Il liquido dentro poteva anche essere dell’acqua. Non la minima fragranza, né traccia di vita. — Né sapore né odore — brontolò il mago.

La sua attenzione fu attratta da un leggero scricchiolio proveniente dal Bagaglio, il quale con una mossa pigra piena di calcolata minaccia richiuse lentamente il coperchio e triturò come una foglia secca la zeppa di fortuna di Scuotivento.

— Va bene, va bene — disse lui. — Sto riflettendo.

Il quartier generale di Ymor si trovava nella Torre Pendente, all’incrocio di Rime Street e Frost Alley. A mezzanotte l’unica guardia che si teneva nell’ombra alzò gli occhi a guardare la congiunzione dei pianeti e si chiese oziosamente quali cambiamenti prea

Si udì un suono appena percettibile, come lo sbadiglio di una zanzara.

La guardia lanciò un’occhiata alla strada deserta e vide il riflesso della luce lunare brillare su qualcosa che giaceva nel fango a qualche metro di distanza. La raccolse. Era oro. Tirò il fiato così rumorosamente che echeggiò per la via.

Di nuovo un suono lieve e un’altra moneta rotolò nel rigagnolo dal lato opposto della strada.

Non fece in tempo a raccoglierla che ne arrivò una terza ancora roteante. L’oro, ricordò, si credeva fosse formato dalla luce cristallizzata delle stelle. Fino a quel momento non ci aveva creduto, che una cosa pesante come l’oro potesse cadere naturalmente dal cielo.

Aveva appena raggiunto l’imboccatura della strada, che altre ne ve

Quando la guardia rinve

— Dove si trova il ricco straniero? — sibilò il mago. — Presto!

— Che cosa mi stringe la gamba? — Nella voce dell’uomo vibrava una nota di terrore. Tentò di divincolarsi e la pressione aumentò.

— Saperlo non ti piacerebbe — lo minacciò Scuotivento. — Fa attenzione, per piacere. Dov’è il forestiero?

— Non è qui! L’ha

Scuotivento non c’era più. La guardia sentì il suo assalitore allentare la presa… o, come cominciava a temere, la cosa allentare la presa. Cercò di rimettersi in piedi e si sentì investire nel buio da un oggetto grosso, pesante, squadrato che si buttò all’inseguimento del mago. Un oggetto con centinaia di piccoli piedi.

Duefiori si sforzava, con il solo ausilio del suo dizionarietto autarchico, di spiegare al Grosso i misteri della famosa formula che aveva già snocciolato a Scuotivento. Il grasso taverniere lo ascoltava attento, con gli occhietti neri scintillanti.

Seduto all’estremità del tavolo Ymor li osservava con blando divertimento e di tanto in tanto nutriva uno dei suoi corvi con gli avanzi del suo piatto. Accanto a lui, Giunco camminava su e giù.

— Ti agiti troppo — gli disse Ymor senza staccare gli occhi dai due uomini di fronte a lui. — Lo sento, Stren. Chi oserebbe attaccarci qui? E quel mago da strapazzo verrà. È troppo codardo per non farlo. E cercherà di mercanteggiare. E noi lo terremo in pugno. Lui e l’oro e la cassa.

L’unico occhio di Giunco mandò un lampo e lui si batté il pugno sul palmo della mano guantata di nero.

— Chi avrebbe immaginato che in tutto il disco ci fosse tanto legno del pero sapiente? — esclamò. — Come avremmo potuto saperlo?

— Ti agiti troppo, Stren — ripeté Ymor. — Sono sicuro che questa volta farai meglio.

Il suo luogotenente sbuffò dal disgusto e fece il giro del locale per strapazzare i suoi uomini. Ymor continuò a fissare il turista.

Era strano, ma l’ometto non pareva rendersi conto della gravità della sua situazione. Ymor l’aveva visto più volte guardarsi intorno con aria di profonda soddisfazione. Era anche un pezzo che parlava col Grosso e Ymor aveva visto un pezzo di carta cambiare di mano. E il Grosso aveva dato delle monete allo straniero. Era strano.

Quando il Grosso si alzò e passò accanto alla sua seggiola, il braccio del mastro ladrone scattò come una molla d’acciaio e tratte

— Che stavate facendo, amico? — gli chiese a voce bassa.

— N-niente, Ymor. Semplicemente degli affari privati, diciamo.

— Tra amici non ci sono segreti, Grosso.

— Già. Be’, non ne sono sicuro nemmeno io, davvero. È una specie di scommessa, capisci? — disse nervosamente l’albergatore. — Si chiama… assi-cura-zione. - È una specie di scommessa che il Tamburo Rotto non sarà distrutto da un incendio.

Ymor continuò a fissarlo finché il Grosso non si contorse dalla paura e dall’imbarazzo. Poi il mastro ladrone scoppiò a ridere.

— Questo ammasso di vecchie travi rose dai vermi? — disse. — Quell’uomo deve essere matto.

— Sì, ma un matto con i quattrini. Sostiene che adesso che ha ottenuto il… non posso ricordarmi la parola, comincia con una P, sarebbe quello che si chiama posta della scommessa, la gente per cui lui lavora nell’Impero Agateo pagherà. Se il Tamburo Rotto sarà distrutto dall’incendio. Non che io speri che lo sia. Bruciato. Il Tamburo Rotto, intendo. Voglio dire, per me è come una casa, il Tamburo…

— Non sei completamente stupido, vero? — disse Ymor e mandò via il taverniere.

La porta si spalancò e sbatté contro la parete.

— Ehi, quella è la mia porta! — urlò il Grosso. Scoprì chi era colui che si era fermato in cima alle scale, e si tuffò dietro un tavolo, appena in tempo prima che una corta freccia nera volasse attraverso il locale e si conficcasse nel legno.

Muovendosi con precauzione, Ymor si versò un’altra pinta di birra.

— Non vorresti farmi compagnia, Zlorf? — lo invitò senza scomporsi. — E tu, Stren, metti via quella spada. Zlorf Fla

Il presidente della Corporazione degli Assassini roteò con destrezza la corta arma e la rinfoderò in un solo agile movimento.

— Stren! — lo richiamò Ymor.

Il ladro nerovestito fece un sibilo e rimise la spada nel fodero. Ma mante

Non gli fu facile. Nella Corporazione degli Assassini la promozione si otteneva grazie a un esame competitivo, di cui la parte più importante, anzi l’unica, consisteva nella prova pratica. Così la larga, onesta faccia di Zlorf era solcata da cicatrici, risultato di tanti scontri ravvicinati. Probabilmente non sarebbe stata mai molto piacevole da vedersi. Si diceva che Zlorf aveva scelto una professione nella quale cappucci scuri, mantelli e vagabondaggi notturni avevano una larga parte perché nel suo parentado c’era un ramo trollesco che temeva la luce del giorno.

Quelli che lo dicevano a portata d’orecchi di Zlorf, rischiavano di riportarsi a casa i loro nel cappello.

L’uomo scese le scale, seguito da un certo numero di assassini. Si piazzò davanti a Ymor e dichiarò: — Sono venuto per il turista.

— È una cosa che ti riguarda. Zlorf

— Sì. Grinjo. Urmond, prendetelo.

I due assassini si fecero avanti. Si trovarono di fronte a Stren: la sua spada pareva essersi materializzata a un centimetro dalla loro gola, senza che nemmeno se ne accorgessero.

— Possibile che potrei uccidere soltanto uno di voi — mormorò — ma vi suggerisco di chiedervi… quale?

— Guarda lassù, Zlorf — disse Ymor.

Una fila di pupille gialle, minacciose lo guardavano dall’oscurità tra le travi.