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Questi le contemplò. Rappresentavano almeno il quadruplo del valore del Tamburo Rotto, personale incluso. Guardò Hugh, ma non ne ricavò nulla. Guardò lo straniero. Deglutì.

— Sì — disse a voce troppo alta. — E poi naturalmente ci sono i pasti. Cibo. Voi mangiate. No? — Accompagnò le parole con i gesti.

— Citu? — chiese l’ometto.

— Sì. — Il Grosso cominciò a sudare. — Date un’occhiata al vostro libretto, ve lo consiglio.

L’altro aprì il libro e fece scorrere il dito su una pagina. Il Grosso, che se la cavava con la lettura, sbirciò al di sopra del volume. Cosa vide non aveva senso.

— Ciiibo — disse lo straniero. — Sì. Cotoletta, spezzatino, braciola, stufato, ragù, fricassea, carne tritata, fettina, soufflé, pallottole di pasta bollita, biancomangiare, sorbetto, dolci, gelatina, marmellata. Rigaglie. — Guardò raggiante il Grosso.

— Tutto? — chiese questi debolmente.

— È solo il suo modo di parlare — spiegò Hugh. — Non chiedermi perché. È così.

Nel locale tutti gli occhi erano puntati sullo straniero. Eccetto quelli di Scuotivcnto il Mago, seduto nell’angolo più buio con un piccolo boccale di birra.

Lui guardava il Bagaglio.

Osservate Scuotivento.

Guardatelo. Scarno, come quasi tutti i maghi, vestito di una palandrana rosso scuro con formule mistiche ricamate a lustrini ormai opachi. Certi l’avrebbero potuto scambiare per un semplice apprendista stregone fuggito dal suo maestro per sfida, noia, paura e una persistente inclinazione per l’eterosessualità. Eppure portava al collo una catena con l’ottagono di bronzo che lo rivelava alu

Di solito i suoi laureati sono destinati almeno alla magicità, ma Scuotivento, dopo uno sfortunato incidente, l’aveva lasciata con la conoscenza di un solo incantesimo. Sbarcava il lunario in città sfruttando il suo talento i

Un arcimago, a prezzo di grande sforzo e spreco di tempo, riusciva alla fine a ottenere una piccola bacchetta ricavata dal legno del pero sapiente. Che cresceva soltanto nei luoghi dell’antica magia. C’erano probabilmente non più di due bacchette del genere in tutte le città del Mare Circolare. Una grossa cassa di quel legno… Scuotivento cercò di fare un rapido calcolo e decise che, anche se la cassa fosse stata zeppa di opali stellari e lingotti di auricolato, il contenuto non avrebbe uguagliato nemmeno un decimo del prezzo del contenitore. Una vena prese a pulsargli sulla fronte. Si alzò e si avvicinò al terzetto.

— Posso esservi di aiuto? — chiese.

— Fila, Scuotivento — ringhiò il Grosso.

— Pensavo soltanto che sarebbe stato utile rivolgersi a questo gentiluomo nella sua lingua — disse cortesemente il mago.

— Se la cava benissimo da solo — rispose l’albergatore, ma indietreggiò di qualche passo.

Scuotivento rivolse un sorriso cortese allo straniero e provò con qualche parola di chimerano. Era orgoglioso di parlarlo correntemente, ma l’altro lo guardò confuso.

— Non funziona — dichiarò Hugh. — È il libro, capisci. Gli suggerisce cosa dire. È magico.

Scuotivento tentò con l’alto borograviano, il vanglemesht, il sumtri e perfino l’oroogu nero, la lingua senza sostantivi e un solo aggettivo, che è osceno. Ogni suo tentativo incontrò un’educata incomprensione. Disperato, ricorse al pagano trob, e il viso dell’ometto si illuminò di un gran sorriso felice.

— Finalmente! — esclamò. — Mio buon signore! È davvero notevole! — (Benché nella lingua trob l’ultima parola in effetti diventasse: "Una cosa che può succedere una sola volta nella vita di una canoa ricavata diligentemente con l’accetta e il fuoco dal più alto albero di legno diamantifero che cresce nelle ben note foreste diamantifere alle pendici dei monte Awayawa, patria degli dei del fuoco o così si dice".)

— Che voleva dire? — domandò il Grosso sospettoso.

— Che ha detto l’albergatore? — chiese l’ometto.

Scuotivento deglutì. — Per piacere, Grosso, due boccali della tua birra migliore.

— Tu lo capisci?

— Oh, sicuro.

— Digli… digli che è il benvenuto. Digli che la prima colazione fa, uhm, una moneta d’oro. — Per un momento, dalla faccia del Grosso trasparì un violento conflitto interiore, poi lui aggiunse in un impeto di generosità: — Ci comprenderò anche la tua.

— Straniero — disse Scuotivento calmo — se rimanete qui, quando calerà il crepuscolo vi pugnalera

— Oh, via — protestò lo straniero guardandosi intorno — questo mi sembra un posto delizioso. Una vera taverna morporkiana. Ho sentito parlare tanto di queste taverne, sapete. Tutte queste curiose vecchie travi. E anche prezzi così ragionevoli.

Scuotivento diede una rapida occhiata in giro, nel caso un incantesimo trapelato dal Quartiere dei Maghi al di là del fiume li avesse momentaneamente trasportati in un altro luogo. No… quello era ancora l’interno del Tamburo, con le pareti sporche di fumo, il pavimento un composto di paglia vecchia e insetti i

Lo sforzo gli fece girare la testa. Il visitatore continuò: — Mi chiamo Duefiori. — E gli tese la mano. Istintivamente gli altri tre abbassarono gli occhi a guardare se dentro c’era una moneta.

— Piacere di conoscervi — disse Scuotivento. — Io sono Scuotivento. Sentite, non scherzavo. Questo è un posto pericoloso.

— Bene! È ciò che volevo!

— Eh?

— Che è questa roba nei boccali?

— Questa? Birra. Grazie, Grosso. Sì, birra. Sapete, birra.

— Ah, la bevanda così tipica. Una monetina d’oro basterà per pagare, che ne dite? Non voglio arrecare offesa.

Aveva già tirato fuori a meta la moneta.

— Yarrt — gracchiò Scuotivento. — Voglio dire, no, non arrecherà offesa.

— Bene. Dite che questo è un posto pericoloso. Intendete frequentato da eroi e da avventurieri?

Scuotivento ci pensò su. — Sì — disse alla fine.

— Eccellente. Mi piacerebbe conoscerne qualcuno.

Al mago ve

— Oh no. Desidero semplicemente incontrarli. Così quando torno a casa posso raccontarlo.

Se Duefiori incontrava la clientela del Tamburo, pensò Scuotivento, non sarebbe più tornato a casa sua, a meno che questa si trovasse lungo il fiume e lui la superasse trascinato dalla corrente.

— Dov’è casa vostra? — domandò.

Il Grosso si era ritirato in qualche stanza sul retro, mentre Hugh li osservava sospettoso, seduto a un tavolo vicino.

— Avete sentito parlare della città di Bes Palargic?

— Be’, non sono rimasto a lungo a Trob. Sapete, ci sono soltanto passato.

— Oh no, non si trova a Trob. Parlo trob perché nei nostri porti ci sono tanti marinai trob. Bes Palargic è il porto più grande dell’Impero Agateo.

— Temo di non averlo mai sentito.

Duefiori sollevò un sopracciglio. — No? È molto grande. Si circumnavigano le Brown Islands e si viaggia per circa una settimana prima di arrivarci. State bene?

Girò in fretta intorno al tavolo per battere sulla schiena del mago.

A Scuotivento la birra era andata di traverso.

Il Continente Contrappeso!

Tre strade più in là, un vecchio lasciò cadere una moneta in una coppa colma d’acido, che girò con precauzione. Il Grosso attendeva impaziente, a disagio nella stanza resa rumorosa dai tini e dagli alambicchi ribollenti, con le pareti rivestite di scaffali contenenti forme indistinte che facevano pensare a teschi e misteriose creature impagliate.

— Allora? — domandò.

— Non si possono affrettare queste cose — rispose stizzosamente il vecchio alchimista. — Ci vuole tempo per le analisi. Ah! — Rimestò nella coppa dove la moneta giaceva in un vortice verde e fece dei calcoli su un pezzetto di pergamena: — Straordinariamente interessante — sillabò alla fine.

— È autentica?

Il vecchio spinse le labbra in fuori. — Dipende da come intendete il termine. Se volete dire: questa moneta ha lo stesso valore di… vediamo, un pezzo da cinquanta talleri, allora la risposta è no.

— Lo sapevo — gridò l’albergatore e si avviò alla porta.

— Non sono sicuro di essere stato chiaro — disse l’alchimista. Il Grosso si girò incollerito.

— Che volete dire?

— Be’, vedete, fra una cosa e l’altra, nel corso degli a

— Che vuol dire?

— Ho detto che questa moneta non è come le nostre. È oro puro.

Il Grosso se ne andò di corsa e l’alchimista rimase per un po’ a guardare il soffitto. Poi tirò fuori un sottile pezzetto di pergamena, frugò nel disordine del suo banco da lavoro per trovare una pe

Circa alla stessa ora una chiromante fino allora sfortunata, che viveva dall’altra parte dell’isolato, guardò per caso nella sua sfera di cristallo, e se ne uscì in un gridolino. Tempo un’ora aveva venduto i suoi gioielli, corredo magico, la maggior parte dei vestiti e quasi tutti gli altri suoi averi impossibili da trasportare sul cavallo più veloce che le riuscì di acquistare. Il fatto che più tardi, quando la sua casa crollò in fiamme, lei perì in una frana improvvisa nelle montagne Morpork dimostra che anche la Morte è dotata di senso dell’umorismo.

All’incirca allo stesso momento in cui il ratto scompariva nel labirinto di percorsi sotterranei, ubbidendo a un antico istinto, il Patrizio di Ankh-Morpork prendeva in mano le lettere consegnate quella mattina a mezzo di un albatro. Guardò pensieroso ancora una volta quella in cima al pacco e fece venire il capo delle spie.

Al Tamburo Rotto, Scuotivento ascoltava a bocca aperta il racconto di Duefiori.

— Così ho deciso di vedere da me — diceva l’ometto. — Mi è costato otto a

Il viso di Scuotivento era una maschera di orrore affascinato.