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Vicino al Bordo
C’era voluto molto tempo per costruirlo. Adesso era quasi completo e gli schiavi toglievano a colpi di scalpello gli ultimi resti di argilla del manto.
Là dove altri schiavi strofinavano alacremente i suoi fianchi di metallo con l’argento, cominciava già a brillare nel sole con la serica lucentezza propria del bronzo nuovo. Era ancora caldo, anche dopo essere rimasto per una settimana a raffreddarsi nella fossa di colata. L’Arciastronomo di Krull fece un gesto con la mano e i portatori deposero il suo trono all’ombra dello scafo.
"Come un pesce" pensò. "Un grande pesce volante. E di quali mari?"
— È davvero magnifico — bisbigliò. — Una vera opera d’arte.
— È frutto di abile mestiere — disse l’uomo tarchiato al suo fianco. L’Arciastronomo si voltò lentamente a fissare il suo volto impassibile. Non è difficile per un volto sembrare impassibile quando al posto degli occhi ci sono due globi d’oro. Che brillavano in modo sconcertante.
— Davvero un abile mestiere — sorrise l’astronomo. — Ritengo che non ci sia un artigiano più abile di te in tutto il Disco. Occhiodoro. Ho ragione?
L’artigiano non rispose subito. Il suo corpo nudo (nudo, se non fosse stato per una cintura con gli arnesi, un pallottoliere da polso e una marcata abbronzatura) si irrigidì mentre ponderava sulle implicazioni di quella osservazione. I suoi occhi d’oro sembravano guardare in un altro mondo.
— La risposta è sì e no — disse alla fine. Alcuni degli astronomi minori che si tenevano dietro il trono tratte
— Continua — lo incoraggiò.
— Io manco di certe capacità essenziali. Eppure sono Occhiodoro Manodargento Dactylos. Ho fatto i Guerrieri Metallici a guardia della Tomba di Pitchiu, ho disegnato i Bacini Luminosi del Grande Nef, ho costruito il Palazzo dei Sette Deserti. E tuttavia… — Si batté un dito su uno degli occhi, che risuonò debolmente. — Quando ho costruito l’esercito di automi per Pitchiu, lui prima mi ha ricoperto d’oro e poi. per impedirmi di creare un’altra opera che rivaleggiasse con la sua, mi ha fatto cavare gli occhi.
— Saggio ma crudele da parte sua — affermò con simpatia l’Arciastronomo.
— Già. Così ho imparato a udire la tempra dei metalli e a vedere con le mie dita. Ho imparato a distinguere i minerali al tatto e all’odorato. Mi sono fatto questi occhi, ma non sono riuscito a fare in modo che vedessero.
"Più tardi sono stato chiamato a costruire il Palazzo dei Sette Deserti e, come risultato, l’Emiro mi ha ricoperto d’argento e poi mi ha fatto tagliare la mano destra, cosa che non mi ha del tutto colto di sorpresa"
— Un serio impedimento nel tuo mestiere — dichiarò l’Arciastronomo.
— Ho usato un po’ dell’argento per farmi questa nuova mano, servendomi della mia conoscenza senza pari delle leve e dei fulcri. Ed è stato sufficiente. Dopo avere creato il primo grande Bacino Luminoso, della capacità di cinquantamila ore-luce, i consessi tribali nel Nef mi ha
— E, dopo molte peripezie sei arrivato a Krull — disse l’Arciastronomo. — Impossibile non pensare che qualche altra occupazione, per esempio la coltivazione della lattuga, offrirebbe meno rischi di essere messo a morte a rate. Perché continui?
Occhidoro Dactylos si strinse nelle spalle. — Perché sono bravo in questo mestiere.
L’Arciastronomo guardò ancora il pesce di bronzo, che il sole di mezzogiorno faceva risplendere come un gongo. — Una tale bellezza — mormorò. — E unico. Via, Dactylos, ricordami quale ricompensa ti ho promesso.
— Mi hai chiesto di disegnare un pesce che nuotasse nei mari dello spazio che separano i mondi — intonò il maestro artigiano. — In cambio di che… in cambio…
— Sì? La mia memoria non è più quella di una volta — sussurrò l’altro, accarezzando il bronzo caldo al tatto.
— In cambio — riprese Dactylos, senza mostrare di sperarci troppo — tu mi avresti lasciato andare libero e senza mutilarmi. Non chiedo nessun tesoro.
— Ah sì, adesso mi ricordo. — Il vecchio alzò una mano dalle vene bluastre e aggiunse: — Ho mentito.
Un sibilo lievissimo e l’uomo dagli occhi d’oro vacillò. Abbassò lo sguardo alla freccia che gli usciva dal petto e a
Nella piazza regnava il silenzio (salvo il ronzio di qualche mosca in attesa) mentre lui alzava, con molta lentezza, la mano d’argento e tastava la freccia.
— Una lavorazione grossolana — brontolò e cadde riverso.
L’Arciastronomo toccò il corpo con la punta del piede e sospirò. — Ci sarà un breve periodo di lutto come si conviene per un mastro artigiano — disse. Osservò un tafano posarsi su uno degli occhi d’oro e volare via sconcertato… — Questo può bastare — decretò, e ordinò a due schiavi di portare via la salma.
— Sono pronti i chelonauti? — chiese.
Il capo controllore del lancio si precipitò avanti. — Certo, Vostra preminenza.
— Sono state intonate le preghiere appropriate?
— Naturalmente, Vostra preminenza.
— Quanto tempo ci vuole per arrivare alla porta?
— Alla finestra di lancio — lo corresse l’uomo con precauzione. — Tre giorni, Vostra Preminenza. La Grande A’Tuin si troverà in una posizione impareggiabile.
— Allora — concluse l’Arciastronomo — rimane soltanto da trovare i sacrifici adatti.
Il capo controllore del lancio si inchinò. — Ce li fornirà l’oceano — affermò.
— Lo fa sempre — sorrise il vecchio.
— Se soltanto tu sapessi navigare…
— Se soltanto tu sapessi governare.
Un’ondata spazzò il ponte. Scuotivento e Duefiori si guardarono. — Continua ad aggottare — gridarono all’unisono e afferrarono i buglioli.
Dopo un po’, dalla cabina allagata, filtrò la voce petulante di Duefiori: — Non capisco perché debba essere colpa mia. — Sollevò un altro bugliolo che Scuotivento vuotò in mare.
— Eri tu che dovevi fare la guardia — lo rimproverò in tono secco.
— È merito mio se ci siamo salvati dagli schiavisti, ricordati — disse l’ometto.
— Preferisco essere uno schiavo piuttosto che un cadavere — ribatté il mago. Si raddrizzò e contemplò il mare con aria perplessa.
Era alquanto diverso dallo Scuotivento che era sfuggito all’incendio di Ankh-Morpork sei mesi prima. Intanto, aveva più cicatrici e aveva viaggiato molto di più. Aveva visitato le terre di Centro, scoperto i costumi di molti popoli pittoreschi, guadagnandosi nel contempo altre cicatrici, ed aveva perfino, per pochi indimenticabili giorni, veleggiato sul leggendario Oceano Disidratato nel cuore del deserto incredibilmente arido conosciuto come il Grande Nef. Su un mare più freddo e più umido aveva visto galleggiare montagne di ghiaccio. Aveva cavalcato un dragone immaginario. Era stato lì lì per pronunciare l’incantesimo più potente del Disco. Aveva…
…decisamente l’orizzonte era meno esteso di quanto avrebbe dovuto essere.
— Uhm? — disse Scuotivento.
— Ho detto che nulla è peggiore della schiavitù — affermò Duefiori Rimase a bocca spalancata vedendo l’amico buttare lontano in mare il bugliolo e sedersi pesantemente sul ponte allagato, il viso una maschera grigia.
— Senti, mi rincresce di avere manovrato in modo da essere finiti contro la scogliera, ma non sembra che questa nave stia per affondare e presto o tardi dovremo pur toccare terra — disse Duefiori per confortarlo. — Questa corrente deve andare da qualche parte.
— Guarda l’orizzonte — rispose Scuotivento con voce monotona.
Duefiori ubbidì. — A me pare a posto — replicò dopo un po’. — Ammetto che sia meno esteso di quanto dovrebbe, ma…
— È a causa del Rimfall. Siamo trascinati oltre il bordo del mondo.
Seguì un lungo silenzio, rotto soltanto dallo sciacquio delle onde, mentre la nave che affondava roteava lentamente nella corrente, che si era fatta molto forte.
— Probabilmente ecco la ragione per cui abbiamo urtato la scogliera — aggiunse il mago. — Siamo stati trascinati fuori rotta durante la notte.
— Vuoi mangiare qualcosa? — gli chiese l’ometto che cominciò a frugare nel fagotto che aveva legato al parapetto, per ripararlo dall’umidità.
— Non capisci? — scattò Scuotivento. — Stiamo andando oltre il Bordo, accidentaccio!
— Non possiamo farci niente?
— No.
— Allora non vedo che senso c’è a lasciarsi prendere dal panico.
— Lo sapevo che non avremmo dovuto spingerci tanto lontano in questa direzione — si lamentò Scuotivento con gli occhi rivolti al cielo. — Vorrei…
— Io vorrei avere la mia scatola a immagini — disse Duefiori — ma è rimasta su quella nave di schiavi con il resto del Bagaglio e…
— Dove stiamo andando non avrai bisogno di bagaglio. — Scuotivento, avvilito, contemplò una balena distante, che sbadatamente si era persa nella corrente e adesso stava lottando per non farsi trascinare oltre il bordo.
All’orizzonte raccorciato c’era una linea bianca e al mago parve di udire un rombo lontano.
— Che accade quando una nave oltrepassa il Rimfall? — chiese Duefiori.
— Chi lo sa?
— Be’, in questo caso forse veleggeremo nello spazio e approderemo in un altro mondo. — Negli occhi dell’ometto brillò uno sguardo nostalgico. — Mi piacerebbe — concluse.
Scuotivento si limitò a sbuffare.
Il sole salì alto nel cielo; così vicino al Bordo sembrava notevolmente più grande. I due compagni, con la schiena appoggiata all’albero maestro, erano immersi nei loro pensieri. Ogni tanto, l’uno o l’altro prendeva un bugliolo e, senza apparente ragione, aggottava svogliatamente.
Intorno a loro il mare si faceva affollato. Alla loro altezza fluttuavano numerosi tronchi d’albero e, proprio sotto la superficie, l’acqua pullulava di pesci di ogni tipo. Il che era naturale, dato che la corrente doveva abbondare di cibo spazzato via dai continenti prossimi al Centro. Scuotivento cercò d’immaginare che vita poteva essere, se costretti a nuotare tutto il tempo per restare esattamente nello stesso posto. Molto simile alla sua, decise. Scorse una piccola rana verde che a
La rana, che Scuotivento teneva in mano, lo guardò e gli azza
— Molto umanitario, ma perché? — disse l’ometto. — Tra un’ora sarà tutto lo stesso.
— Perché — disse vagamente Scuotivento e si mise ad aggottare. Ora la corrente era così forte che le onde si rompevano tutto intorno a loro tra spruzzi di schiuma. Il caldo era i