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Il Bagaglio si issò sull’argine. Era zuppo, sporco di fuliggine e molto, molto arrabbiato. Si scrollò e si guardò intorno per orientarsi. Poi si allontanò a un trotto vivace; appollaiato sul coperchio l’omuncolo incredibilmente brutto osservava la scena con interesse.
Bravd guardò Do
— E questo è quanto — concluse Scuotivento. — Il Bagaglio ci ha raggiunti, non chiedetemi come. C’è dell’altro vino?
Do
Bravd corrugò la fronte. — L’oro è oro — sentenziò alla fine. — Come può un uomo che ha tanto oro considerarsi povero? Uno è povero o ricco. È questione di logica.
A Scuotivento ve
I due avventurieri a
— Be’, il mio ragionamento è, vedete, che anche l’oro possiede una sorta di campo magico. Una sorta di stregoneria finanziaria. Eco-gnomia. — Ridacchiò.
Do
L’ometto chiamato Duefiori si era addormentato. Do
— La città ci aspetta — disse. — Grazie del piacevole racconto, mago. Che farete adesso? — Diede un’occhiata al Bagaglio, che immediatamente indietreggiò e gli aprì di colpo il coperchio in faccia.
— Be’, adesso non ci sono navi che lasciano la città — chiocciò Scuotivento. — Penso che prenderemo la strada costiera verso Chirm. Io devo badare a lui, vedete. Ma sentite. Non sono stato io…
— Certo, certo — lo calmò Do
Scuotivento fissava, inebetito, il turista sdraiato in terra. Due turisti sdraiati. Nel suo stato di confusione, un pensiero vagante nelle dimensioni in cerca di una mente che lo albergasse, gli si insinuò nel cervello.
— Ecco un altro bel pasticcio in cui mi hai ficcato — gemette e si abbandonò all’indietro.
— È matto — asserì Do
— Tutti i maghi diventano così. Sono i vapori di mercurio. Gli corrodono il cervello. È colpa anche dei funghi.
— Tuttavia… — disse l’altro. Tirò fuori dalla lunga giubba un disco d’oro con una corta catena. Bravd alzò le sopracciglia.
— Il mago ha detto che l’ometto aveva una specie di disco d’oro che gli diceva che ora era — spiegò Do
— Ha risvegliato la tua cupidigia, amico? Sei sempre stato un ladro provetto. Do
— Già — riconobbe quello con modestia. Toccò una piccola protuberanza sull’orlo del disco e questo si aprì.
Il minuscolo demone imprigionato all’interno alzò gli occhi dal suo piccolo abaco e disse arcigno:
— Mancano solo dieci minuti alle otto dell’orologio. — Il coperchio si richiuse di scatto e mancò poco che le dita di Do
Con un’imprecazione l’uomo scagliò lontano nell’erica il misuratore del tempo che molto probabilmente urtò una pietra. In ogni modo, la cassa si spezzò: ci fu un vivido lampo di ottarino e una zaffata di zolfo e l’essere del tempo scomparì nella dimensione demoniaca, qualunque fosse, che era la sua casa.
— Perché l’hai fatto? — disse Bravd che non si era trovato abbastanza vicino da sentire le parole.
— Fatto cosa? — chiese Do
Bravd a