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— Forza, ragazza mia, va tutto bene. Forza piccola — stava dicendo Lizzie in continuazione. — Non fare così, tu. Non puoi fare così, io ho bisogno di te!

"Ho bisogno di te." Quella frase le penetrò nel cervello. "Ho bisogno di te." Come la gente aveva bisogno di Cazie, come la gente aveva bisogno di Jackson, ma non di Theresa. La gente non aveva mai avuto bisogno di Theresa perché lei era sempre stata quella bisognosa.

Non quella volta.

Si sforzò ancora una volta di diventare Cazie. Il suo respiro rallentò, le strade si misero a fuoco nuovamente, le dita si staccarono da Lizzie. Le scattò di nuovo qualcosa nel cervello.

Lizzie la fissava sbalordita. — Come hai fatto?

— Non posso… spiegarlo.

— Be’, allora non farlo, tu. Abbiamo cose più importanti di cui occuparci. Dove puoi fare andare questo aggeggio per poter parlare?

— A casa!

— No. Probabilmente è sotto controllo. Cos’è tutto quel bosco?

— Central Park. Ma non possiamo…

— Robot — disse Lizzie — scendi al Central Park e fermati in un luogo appartato. Devono esserci un sacco di alberi e niente persone nel giro di cento metri.

Il robotaxi sfrecciò attraverso le strade dell’enclave, entrò nel parco e si fermò sotto un immenso acero presso l’East Green. Con una mano, Lizzie trascinò Theresa fuori dal robotaxi. Con l’altra teneva uno zaino color porpora che aprì sull’erba per estrarre un terminale. Il robotaxi sparì.

— Volevo che aspettasse! — esclamò Lizzie. — Oh, non importa, ne chiameremo un altro. Devo trovare immediatamente il dottor Aranow, devo correre il rischio di fare una chiamata…

— Jackson è alla Kelvin-Castner — disse Theresa. Si strinse le braccia attorno al corpo devastato, ormai infreddolito ed esausto. — Ma non puoi contattarlo. Cazie intercetta tutte le sue chiamate, perfino quelle d’emergenza. Non voleva che lo sapessi, ma il Rifugio è stato bombardato e distrutto.

Lizzie non commentò. Non apparve nemmeno sorpresa. Poi, disse però lentamente: — Sei sicura?

— Sì. — Theresa sentì di nuovo scendere le lacrime. — Ho visto il notiziario.

— Chi è stato?

Theresa non poté fare altro che scuotere la testa.

Lizzie le chiese bruscamente: — Perché stai piangendo? C’erano soltanto Inso

— Leisha… Miranda…

— Miranda Sharifi sta sulla Luna. A Selene. E chi sarebbe Leisha? Non importa, lasciami riflettere, tu.

Lizzie rimase seduta davanti al terminale spento, in silenzio. Theresa si sforzò di riprendere il controllo di se stessa. Lei era Cazie, lei era Cazie. No, non lo era. Lei era Theresa Aranow, malata, debole ed esposta al Central Park e voleva disperatamente tornare a casa e andare a dormire.

Lizzie disse lentamente: — Il Rifugio ha creato il neurofarmaco della paura che ha infettato il mio bambino, mia madre, Billy e tutti gli altri. Quanto meno, penso sia stato il Rifugio. Stavano monitorando la mia tribù ricevendo flussi di dati fortemente criptati e schermati e non so proprio come potessero sapere che noi eravamo infettati se non era colpa loro. Soltanto… soltanto che adesso sono tutti morti, tutti gli Inso

— Voglio… tornare a casa.

— No, non possiamo. Devo trovare il dottor Aranow. Se non possiamo chiamarlo, dovremo andare laggiù, noi. Ascolta, chiamerò un robotaxi col terminale. Cerca solo di resistere.

Theresa non ci riuscì. Però non si fece prendere nemmeno dal panico: era troppo esausta, fino al midollo delle ossa indebolite. Cercò di dire a Lizzie che un robotaxi non le avrebbe portate alla Kelvin-Castner a Boston perché i robotaxi non potevano lasciare l’enclave, ma era troppo esausta per riuscire a formulare la frase. L’ultima cosa che ricordò fu di essersi addormentata sull’erba del Central Park, modificata geneticamente e fragrante, mentre piangeva per gli Inso